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Come sbagliare e fare tesoro degli errori

  • 4 minute read

  • La corsa e il tempo impiegato non definiscono la forma fisica, che dipende da molte variabili personali.
  • L’esperienza di fallire nella corsa può insegnare molto sul concetto di fallimento nella vita.
  • Il fallimento è un’opportunità di apprendimento, un mezzo per evolversi e migliorare se gestito correttamente.

 

La prima volta che feci dieci chilometri di fila ero due volte contento: per averli fatti e per averci messo meno di un’ora. Al tempo (parliamo di un po’ di anni fa) era radicata l’idea scientificamente infondata che una persona in forma decente dovesse correre i 10 chilometri in meno di un’ora. Al più in un’ora tonda.
Partendo dal presupposto che la corsa sia definita da un’andatura più veloce della camminata, il fatto che uno ci impieghi più o meno d’un’ora non certifica altro che la sua velocità, cioè il suo passo. Ci sono talmente tante variabili in campo (peso, età, forma fisica, pregressi sportivi, patologie ecc.) che far dipendere da un numero una definizione così precisa è, ecco, impreciso. A dir poco.

Comunque, non è di questo che volevo parlare. Dicevo che ero felice di averci messo meno di un’ora. Controllai il cronometro e mi stupii ancora di più nel constatare che per chiudere l’ora di minuti di minuti ne mancavano sette. Non solo avevo corso 10k in meno di 60 minuti, ma ce ne avevo messi addirittura 53.

La gioia durò poco: mi accorsi infatti che qualcosa non tornava. Controllai la traccia del GPS ed era completamente fuori strada: il percorso non era corretto e l’unica cosa buona era la traccia stessa, nel senso che era stata buona con me nel regalarmi chilometri mai fatti.

Fallire

Questo fu un fallimento minore e di poco conto. Tirate un po’ le somme c’era solo da sorridere e tenersi buona l’esperienza per raccontarla agli amici e farci due risate.
Quella giornata però mi fece iniziare a riflettere sul concetto di fallimento, che è, in parole semplicissime, un risultato mancato. Una mira presa male, un bersaglio non centrato, un’aspettativa delusa.

Fra tutti gli sport e assieme a non molti altri, la corsa si riduce solo a noi stessi. Se falliamo non possiamo che prendercela con noi. Ci sono poche ragionevoli scusa cui potremmo dare la responsabilità di averci fatto raggiungere un risultato ben al di sotto delle aspettative: il tempo inclemente, la digestione, le cavallette e Godzilla. Il bello e il brutto della corsa è che davvero tutto dipende da te.

In fondo è anche una bella lezione di vita: se le cose vanno male non puoi prendertela con nessuno se non con te stesso.

Fallire per vincere

I “Great achievers” – cioè coloro che hanno ottenuto grandi successi e riconoscimenti – sono persone che hanno compiuto molti errori e sbagliato spesso. Come sono arrivati alla fine ad avere successo? Sbagliando, ovviamente, ma soprattutto imparando a gestire il fallimento.

Fallire fa schifo a tutti ma fallire senza averne tratto alcun insegnamento fa ancora più schifo perché ti lascia solo con l’amaro in bocca della sconfitta.
Trarre insegnamenti dal fallimento è invece ciò che spinge al miglioramento. Non ci sono tanti altri modi per perfezionarsi se non sbagliando e riprovando. Se già sapessimo come eseguire ogni cosa alla perfezione saremmo sempre vincenti, ma è facile capire che statisticamente e matematicamente è impossibile.

Il fallimento è insomma una correzione di rotta, un gentile (o meno) invito a badare alla direzione e a non distrarsi. Il fallimento è il guard rail su cui ti schianti perché non sei pronto. Se ci pensi però un guard rail ha la funzione di tenerti sulla traiettoria giusta, non quella di fartici schiantare contro. Ovvio che se ci sbatti lo vedrai con antipatia ma è garantito che puoi almeno arrivare a rispettarlo, se non altro per il fatto che ti ha tenuto in strada e ti ha ricordato quale direzione avevi intrapreso.

L’errore va benissimo

Il concetto e la paura che abbiamo del fallimento sono anche condizionati dal rapporto problematico che abbiamo con gli errori. Siamo stati educati a essere valutati secondo numeri o lettere, in modo da rendere più facile farsi mettere in qualche lista dei più bravi/più forti.

In questo la scuola ha svolto un pessimo ruolo educativo, convincendoci che un numero potesse sintetizzare il nostro valore. A volte non ci si rende nemmeno conto di quanto abbiamo interiorizzato questo atteggiamento e quanto pensiamo che un errore (cioè un brutto voto) ci definisca e dica tutto di noi.

C’è un’altra citazione che esprime molto bene questo concetto (le citazioni dicono grandi verità in poche parole in cui molti riescono a identificarsi). Ha diverse varianti ma dice in sostanza:

Gli errori che hai compiuto non ti definiscono. Non sei gli errori del tuo passato.

Gli errori insomma devono servire a farti capire cosa non sei, non cosa sei. Se riesci a interpretare il fallimento puoi quindi capire cosa non ti definisce, e andare nella direzione di ciò che meglio ti rappresenta e dice chi e cosa sei.

Amico fallimento

Il fallimento è l’elevazione a potenza degli errori: ne è l’esito, è la somma di tutti quelli che hai fatto durante una gara e ancora prima, durante la preparazione. Allenamenti trascurati e eseguiti svogliatamente. Alimentazione sbilanciata, recupero inesistente.

Gli errori quindi servono perché sono verifiche eseguite lungo il percorso. Per questo è meglio farseli amici e cercare di parlarci. Anzi: meglio ascoltarli e basta.

Se constatare l’errore porta solo al malessere e alla frustrazione, se ne perde il suo valore più alto, che è appunto quello di permetterti di esplorare il tuo potenziale. Se continui a fare quello che hai sempre fatto aspettandoti risultati diversi sei un folle (altra citazione, attribuita a Einstein come altre decine di cose che lui non ha mai detto o scritto – ma resta pur sempre una buona citazione). Se invece intraprendi strade nuove e mai battute sei sicuramente più esposto al fallimento che se te ne stessi in casa sul divano, ma almeno potrai evolvere.

Queste parole non ti forniscono insomma una lista di rimedi per superare il fallimento ma ti propongono un atteggiamento più proattivo: quello di farselo amico. Se saprai instaurare un dialogo ti potrà dire con precisione dove devi correggerti.
Per sbagliare di meno la prossima volta, fino a non sbagliare più.

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