Forse non tutti sanno che, running edition

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

Tempo di lettura: 5 minutiLe cose che sto per raccontarti, in ordine rigorosamente sparso, non ti cambieranno la vita e non ti arricchiranno. Puoi tranquillamente aggiungerle al cassetto della memoria dove conservi il tuo primo numero di telefono o la formazione dell’Atalanta del ’92 (che non ho idea di quale fosse, sorry). Però sono interessanti e soprattutto sono ottimi argomenti da aperitivo. Alla fine c’è anche una curiosità che riguarda solo l’Italia, quindi tieni duro!

Pronti? Via!

Si dice così

Adidas – In prima posizione fra le pronunce dei brand, in ordine alfabetico, non può non esserci che Adidas che noi italiani pronunciamo correttamente ma che negli USA pronunciano “adì-das”, con l’accento sulla “i”. E non è un acronimo per “All Day I Dream About Sex” (cioè “Penso tutto il giorno al sesso”) anche perché l’azienda, come noto, è tedesca e il nome deriva dalla crasi di nome e cognome e del suo fondatore, ossia Adi Dassler.

Asics – Il nome della casa sportiva giapponese si pronuncia esattamente come si scrive e sta per “anima sana in corpore sano”, cioè “Anima sana in corpo sano”: una lieve variazione del motto latino “Mens sana in corpore sano”, anche perché Msics come nome non avrebbe funzionato granché bene ;)

Hoka One One – È facile essere tratti in inganno da “One One” pensando che indichi il numero 1 (“One” in inglese, appunto) e pronunciare quindi “Hoka Uan Uan” ma non si tratta di un nome inglese bensì di una parola Māori che significa “volare sopra la terra”. E che si pronuncia come si scrive, cioè “Oka One One”, come fosse una parola italiana, insomma.

Nike – Il nome del brand americano deriva dalla dea greca della Vittoria e si pronuncia “Naichi” anche se la forma americanizzata è accettata, e cioè “Naik”. Se vuoi fare quello che ha fatto il classico puoi dire “Niche”, perché così si dice in greco. Se vuoi fare quello che ne sa ancora di più puoi pure dire che la Vittoria Alata è anche il simbolo della Rolls Royce e pure il nome di un sistema missilistico di contraerea sviluppato negli anni ’40 e infine che il primo nome di Nike era “Blue Ribbon Sports”. Meglio Nike, non trovi?

La ricerca tecnologica

Gran parte della ricerca e dei prodotti per il running devono tantissimo a materiali molto noti alle donne: l’abbigliamento tecnico e certe componenti delle scarpe provengono infatti dalla lingerie, specie per le doti elastiche dei tessuti utilizzati.

Le “scarpe intelligenti” hanno una lunga storia. Da molti anni infatti i principali produttori hanno integrato in alcuni loro modelli certa componentistica in modo da raccogliere dati sull’attività fisica dei loro utilizzatori. La prima fu Puma nel 1985 con le RS-100 Computer Shoe, mentre le adidas 1 del 2005 – che già al tempo costavano 250 dollari, avevano un meccanismo nella suola che analizzava la falcata e aggiustava la compressione della suola grazie a un sistema di cavi e pulegge.

Di qualche anno dopo è il Pod delle Nike, affettuosamente definito “fagiolino”: si trattava di un sensore di qualche cm di lunghezza e larghezza da inserire sotto la soletta interna in un apposito incavo e che rilevava il numero di passi.

Nel 2014 anche Under Armour e Altra hanno introdotto componenti digitali nelle loro scarpe che, grazie al Bluetooth, dialogano con i nostri cellulari inviando dati più complessi del semplice numero di passi.

Non c’entra un garage

Se tanti giganti dell’high tech come Hewlett-Packard, Apple, Microsoft e Google sono nati in un garage, le origini di tante aziende sportive non sono meno avventurose. La nascita sicuramente più citata è quella di Nike: la particolare suola a waffle delle prime Nike inventate da Bill Bowerman fu ricavata utilizzando la piastra da waffle – appunto – di sua moglie. Piastra che venne poi ritrovata nella sua vecchia casa anni dopo e che è conservata nel museo Nike a Portland. Da una piastra da waffle a un’azienda che vale decine di miliardi di dollari: non male.

Hoka One One venne fondata da un gruppo di ex-dipendenti di Salomon che trassero ispirazione per le loro scarpe maximal (con intersuola molto molto importante) da un campo completamente diverso dal running: a dargli l’idea furono infatti gli sci da freeride e in genere la componentistica sportiva oversize. Il primo progetto che svilupparono era una specie di suole mobili da calzare dopo aver scalato per poter scendere un pendio con adeguata ammortizzazione. Quasi subito però si resero conto che, a quel punto, avevano reinventato le scarpe e decisero di progettare e commercializzare dei modelli che, al tempo delle minimal (quanto uscirono) ebbero il coraggio di andare in direzione opposta. Con i risultati noti, visto che oggi Hoka One One è diventata un’azienda solida e molto importante.

Topo Athletic è stata fondata pochi anni fa da Tom Post (dalla crasi del suo nome e cognome, ancora una volta, deriva il nome) che prima era stato presidente di Vibram USA.

In generale comunque gran parte dei brand di running presenti oggi sul mercato sono nati in periodi relativamente recenti: oltre ai già citati Hoka One One e Topo, anche Skechers, Newton, Under Armour, Zoot e Altra non sono ancora maggiorenni :)

Atleti e le loro scarpe

Pic by The Happy Rower

Il nome di Steve Prefontaine è da sempre legato a Nike, per almeno due motivi: perché fu il primo atleta che sponsorizzarono (anche se precedentemente correva con adidas, ma non ne era sponsorizzato) e perché il suo allenatore era Bill Bowerman, cofondatore della casa di Portland.

Abebe Bikila è noto per aver vinto la maratona delle Olimpiadi di Roma del 1960 a piedi scalzi. Si capì poi che non si trattava di un suo vezzo ma solo di un disguido tecnico per il quale ricevette delle scarpe di un numero non adatto al suo piede. Vinse poi la maratona olimpica di Tokyo 1964 con ai piedi delle Puma, anche se ASICS contesta questa versione, sostenendo che indossasse delle Onitsuka Tiger, un brand di cui è proprietaria e il cui simbolo poteva ricordare quello di Puma.

In genere, molti ex-atleti hanno ricoperto o ricoprono ruoli dirigenziali in tante aziende del settore. Perché evidentemente un buon atleta ha anche una testa fina.

Last but not least

Fino a non molti anni fa e con qualche sopravvivenza pure oggi, le scarpe venivano classificate secondo delle sigle: mai sentito parlare di “A0”, “A1” ecc? Oggi quel sistema è venuto un po’ meno o è caduto in disuso, anche perché si sono nel frattempo create altre nicchie di mercato e ibridazioni fra categorie di scarpe che non vi trovavano più collocazione.

Ma come nacque? Si racconta che il direttore di una celebre rivista di settore organizzò l’offerta del mercato per caratteristiche sistemando i singoli modelli in un foglio Excel. A1, A2 ecc. non sono altro che i nomi della prima riga delle celle del foglio in cui le incasellò.

Beh, direi che di materiale per i prossimi 92 aperitivi ne hai, no?

(parzialmente ispirato da Podium Runner)

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