Che limiti ha l’essere umano?

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A noi umani piacciono i numeri tondi e quindi, parlando di maratona, ci piacciono le due ore. Chi frequenta il mondo della maratona sa che quello è il limite e che tutti, segretamente o meno, speriamo di vederlo abbattuto da qualcuno prima o poi. Perché è un numero ma è anche un simbolo, un limite che indica che l’impossibile è possibile e che se viene superato quello, altri limiti si possono superare.

Il limite misura la distanza fra gli uomini e gli dei e ogni limite abbattuto significa che questa distanza si accorcia e che siamo sempre più vicini agli dei.

Nessuno c’è mai riuscito. Finora.

Ad abbatterlo ci è andato vicinissimo Kipchoge a Berlino nel 2018, fermando il cronometro a un minuto e 39 secondi di distanza dalle fatidiche due ore. E se possono apparire pochi 99 secondi, chiunque abbia corso una maratona sa che il tempo non è una quantità fissa e che si contrae e si dilata come una materia viva. 99 secondi in maratona sono un’eternità. Eppure.

Quello che Kipchoge ha stabilito non è solo un record: è un nuovo limite ed è molto vicino alle dure ore. Kipchoge ha indicato una strada ed è quella che porterà probabilmente non lui ma qualche altro runner a correre in meno di due ore una maratona. Quando? C’è chi azzarda quando avverrà ma in fondo sappiamo solo che prima o poi succederà.

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Se la fatica è uno stato mentale

Perché non si riesce (per ora) ancora a correre una maratona in meno di due ore? Per molti studiosi il problema è fisiologico e mentale. È fisiologico perché, come osservò A.V. Hill ancora nel 1920, se i muscoli sono adeguatamente irrorati di sangue e ossigeno, la loro efficienza dovrebbe sempre essere massima e non risentire di alcun calo prestazionale. Eppure questo calo è reale ed è frequente durante una maratona. Se quindi si potesse garantire adeguato apporto di ossigeno ai muscoli si eviterebbe la formazione di acido lattico e la conseguente spossatezza. Quindi si potrebbe ottenere il runner perfetto, quello adatto a scendere sotto le due ore?

Per Tim Noakes, uno scienziato dello sport della University of Cape Town in Sud Africa, il limite è solo mentale. Come è possibile infatti, si è chiesto, che un maratoneta riesca a sprintare negli ultimi metri prima del traguardo? La fine della gara dovrebbe essere il momento di massimo sforzo che coincide anche con lo stato di fatica più estremo.

Secondo lui esiste un meccanismo mentale che preserva i muscoli e il fisico da uno stato definito clinicamente “catastrofico”, quando cioè i muscoli non riescono più a permettere il movimento perché troppo poco ossigenati e pieni di acido lattico.

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Uno su qualche miliardo

Per Samuele Marcora dell’Università del Kent invece non si tratta solo di un meccanismo mentale ma di qualcosa che coinvolge il lato psicobiologico, cioè un insieme di aspetti psicologici e fisiologici. Il senso di esaurimento delle forze è un meccanismo di protezione dell’uomo ma la risposta del corpo dipende dalla genetica. Uno studio ha individuato 23 combinazioni di geni che definiscono un fisico capace di utilizzare l’ossigeno in maniera più efficiente, ritardando o riuscendo meglio a smaltire l’acido lattico, prolungando quindi le prestazioni atletiche. Purtroppo si tratta di una combinazione rarissima ma anche chi presenta un numero minore di combinazioni “virtuose” ha un fisico più portato a sopportare lo sforzo.

Dipende tutto dalla genetica quindi? Di certo più si vogliono ottenere risultati estremi, più si riduce il numero di persone in grado di farcela. Non a caso il record del mondo in maratona viene battuto raramente e solo pochissime persone (su miliardi) ci riescono.
La componente mentale è però fondamentale ed è l’unica sulla quale chiunque può operare aggiustamenti e miglioramenti, perché dipende solo dal controllo e dalla motivazione.

Scendere sotto le due ore in maratona è quindi possibile e il limite è distante ma alla portata di qualche uomo, pochissimi uomini, dotati di una mente fortissima e di un corredo genetico che li avvantaggia naturalmente. Mens sana lavora in armonia con un corpo sano. E la genetica fa la sua parte per spingere l’umanità verso la conquista di nuove frontiere.

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(Da “Are There Hard Limits to Human Performance?” – Photo by Priscilla Du Preez on Unsplash)

 

 

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

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