Io corro

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Tempo di lettura: 3 minutiRiceviamo e pubblichiamo molto volentieri questa bellissima riflessione sul perché corriamo. Grazie Giorgiaccio!

Perché corro?

Corro, e non so perché lo faccio. Metto un piede di fronte all’altro e vado, apro valvole e rubinetti e lascio che tutto scorra. Ci sto attento, ascolto; ma non sempre, a volte mi lascio andare, senza alcun programma, cerco di trovarci una regola ma non è detto che ne valga la pena. Corro, ed è la sola regola che sia accettabile: correre. Si dice che sia la cosa più naturale del mondo ma a me di questo non importa niente, perché la natura di errori ne fa parecchi, e allora non mi pare una grossa motivazione.
Corro e basta, forse è la mia di natura, ma che natura sarebbe se non ci lavorassi sopra? E allora ci lavoro sopra, certo… Correndo.

Che gusto c’è?

Non so perché lo faccio, che senso abbia. Non è nemmeno molto bello, se ci penso. Meglio il calcio, molto più spettacolare, imprevedibile, con più varianti. E comunque pure lì si corre, anche se in maniera diversa.
Sì, il calcio è più bello. Eppure è una vita che non ci gioco. Perché ora corro. Io corro. In pratica corro ergo sum. Oppure non sum proprio per niente, e allora la corsa è la ricerca di essere qualcosa.
Ma cosa? Cos’è che uno va cercando, nella follia invernale e in quella estiva, con la pioggia, il sole, la fatica, la bellezza e la bruttezza di una strada scomoda o infilata nel traffico?

Perché corro.

Non lo so, secondo me non lo sa nessuno. E questo mi piace, perché uno allora deve correre e basta, senza farsi troppe domande. Perché non credo, come invece molti sostengono, che la corsa sia come la vita. O comunque c’è qualcosa che non torma, questo almeno posso dirlo. Perché nella vita fatichi anche il doppio e ce la metti tutta, ma non è mica detto che poi riesci a raggiungere il traguardo.
Invece nella corsa io arrivo. Non si scappa! E non importa del cervello opaco e delle gambe che diventano pasta frolla. Io arrivo perché devo arrivare, anche strisciando in terra, anche nel delirio, altrimenti c’è solo un altro buco da dover riempire. E come fai? Allora bisogna arrivare, e chiunque corra sa benissimo di cosa sto parlando.

E invece altri ti dicono ma chi te lo fa fare. Ecco, sarebbe questo il punto, sarebbe questo il problema da risolvere. Ma nell’attesa vado, esco di casa e vado, e il mondo fuori è un piccolo particolare, è sfondo, ci sono solo piedi gambe e strada. E io. Che sono io. Forse.

E il mio percorso abituale di allenamento, qui, è quasi tutta salita. Ma va bene, potrebbe avere un senso anche la salita. Ma un tempo la odiavo… Oh Dio, non è che adesso mi faccia impazzire, però ho imparato ad affrontarla di petto, a non essere impaziente, a insistere e resistere. A correre.

Partire, patire, sentire e arrivare.

A volta anche con la musica, quattro quarti sparati nelle orecchie e tu isolato, solo, la solitudine di chi ne ha abbastanza. E corre, fino all’arrivo. Anche se un arrivo vero è proprio, è bene che si sappia questo, un arrivo vero e proprio non esiste, perché tutto è migliorabile, tutto è perfettibile. L’arrivo sei tu, ma  il fine è la ripartenza il momento in cui riparti, e dici ok cade il mondo, mi scoppiano le guerre dentro e fuori. Ma io corro.
Però io, in genere, vado senza musica, e ho anche gli occhi un po’ arrabbiati se devo dirla tutta, ma non sono arrabbiato, sono io che guardo una strada. E il ritmo, sarà banale, il ritmo è il mio respiro, affannato, corto, frequente, oppure libero, profondo, coerente. E i quattro quarti sono quelli che ho nel sangue. E sento andare la mia di musica, la sento dondolare, e posso pure uscire da me stesso, e guardarmi correre, nel frattempo mi riposo e mi diverto, mentre il mio corpo corre, beato lui.

È bello anche da pronunciare: “correre”.

Io corro, e preferisco dire correre invece che running, mica per una questione di italianità, no, chi se ne importa; è che tutte quelle N non mi piacciono, mi danno una sensazione di mollezza e di fatica. Invece la R mi fa pensare all’energia, alla rabbia, alla vorace voglia di andare. A correre, infatti.
Uno potrebbe dire si tratta di fuga, di isolamento, di immersione e di stordimento. Io corro nonostante il sonno, il mal di gola, le bottiglie di birra e il dolore al polpaccio destro.
Fotto e frego la realtà che non mi piace, ricordo e miglioro quella che mi piace; corro e sono anche più bello, più intelligente e più fortunato. Ma solo quando corro, perché correre è un incantesimo.
E forse, ora che ci penso, corro perché in quel momento so cosa dire e cosa scrivere. E so cosa pensare. Poi quando ho finito e sto facendo stretching ho già scordato tutto. Ma prima, mentre correvo, io sapevo. E sapevo di sapere. E’ un po’ come sognare di sognare. Vi sembra poco questo? Vi sembra niente correre?

[Giorgiaggio (twitter @Giorgiaccio78)]

(Photo by Sean Dreilinger from Flickr)

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