Ultradonna: Monica Carlin

Tempo di lettura: 6 minutiMonica Carlin inizia a correre dopo aver praticato molti altri sport, ma non a livello professionistico. Nel 2004, quasi casualmente, fa la sua prima maratona a Milano: notata dal mitico Stefano Sartori comincia ad allenarsi con costanza e impegni e raccoglie fin da subito importanti risultati. Una grandissima carriera costellata di titoli italiani (50 km, 100 km, ultramaratona in salita, 6 ore su pista e su strada) e altrettanti successi a livello internazionale (argento e bronzo sui 100 km e oro a squadre nel 2006). Ora è allenata dal grande Marco Boffo ed è inutile dirvi quanto sia stato un enorme piacere (e un onore) chiacchierare con lei.

Perché ultramaratona? Cioè da dove viene la passione della lunga distanza?
È una passione che mi è stata trasmessa: ho iniziato a correre insieme a Stefano Sartori, un ultramaratoneta famoso che vive nel mio stesso paese, ed è stato lui quando mi incontrava nelle strade di Pergine a dirmi: ”Hai grosse potenzialità: dovresti iniziare a correre”. E da lì ho iniziato subito a fare una maratona e poi mi sono lanciata nella ultra. Quindi la mia prima gara è stata la maratona di Milano e poi via via ho aumentato i chilometri.

Lo fai professionalmente adesso? 
Semiprofessionalmente, mi alleno tutti i giorni e con una tabella specifica però svolgo anche la professione di avvocato. Quindi mi ritaglio il tempo per conciliare le due cose.

Murakami parla in “L’arte della corsa” dell’esperienza extracorporea che visse quando corse la sua prima ultramaratona. Ne hai mai avuta una?
La gara inizia senz’altro dopo la maratona. Direi che inizia attorno al 70-80esimo chilometro perché uno che si è allenato per una maratona o per una 50 km fino ai 70 arriva. Poi arrivano i momenti veramente difficili, anche se non parlerei nel mio caso di esperienza extracorporea. Arrivi a fare dei pensieri, ad immaginarti l’arrivo, ad estraniarti dalla corsa. Le sensazioni sono decisamente diverse rispetto ad una gara più breve. Per esempio quindi cerco di restare sempre molto concreta e concentrata, in modo da rendere sempre al meglio. Poi è difficile restare lucidi quando il corpo entra in crisi o quando qualcuno ti si sta facendo sotto o non vuoi che ti stacchi troppo. Poi capitano anche gare come il Passatore che si svolge in uno scenario naturale ed urbano tra Firenze e Faenza talmente bello che riesci facilmente a concentrarti su quello. Quindi riesci a goderti anche il paesaggio e ciò che ci sta attorno.

Quali sono le emergenze fisiche in una ultramaratona? Ci sono tappe chilometriche fondamentali in cui devi prestare attenzione a qualcosa?
Bisogna idratarsi bene fin dall’inizio, anche se la temperatura non è elevata, ma è tale lo sforzo che la sudorazione è più accentuata rispetto ad una gara normale. Idratarsi con i sali e non semplice acqua. Io non prendo solidi, ma solo carbogel. Alcuni mangiano banane, pezzi di grana, uvetta, frutta secca. Io solo acqua, sali e carbogel.

Restando sull’alimentazione… Segui, suppongo, un’alimentazione molto regolata, attenta. Che consigli ti sentiresti di dare a chi inizia, vuole migliorare un po’ il risultato, vuole gestire un po’ meglio l’alimentazione.
Io ho sempre avuto un’alimentazione sana grazie a mia madre. Ho sempre mangiato fin da piccola molta frutta, molta verdura, e ho avuto un’alimentazione molto varia. Poi quando ho cominciato a competere a livello semiprofessionistico ho cominciato a curare ancora di più questo aspetto e, da quando sono entrata nella Nazionale, siamo seguiti dal dottor Speciani.
Le regole fondamentali sono appunto tanta frutta, tanta verdura, variare il più possibile, non farsi mancare mai i carboidrati, eliminare possibilmente lo zucchero bianco, evitare il più possibile gli alcolici, salare poco perché comunque, se si mangiano verdure, già lì l’apporto di sali necessari lo hai ed evitare i troppi dolci ovviamente. È importante mangiare bene i giorni prima della gara, di un appuntamento importante. La singola colazione nel giorno della gara non conta assolutamente nulla: può capitare di andare in crisi ipoglicemica ma non sarà di certo perché hai mangiato poco la mattina prima della gara, semmai perché hai mangiato male o cose sbagliate il giorno precedente. Serve un apporto importante di carboidrati, senza esagerare naturalmente, altrimenti subentrano altri altre controindicazioni. Però diciamo che la settimana prima è piuttosto importante e, in particolare, i tre giorni precedenti sono fondamentali.
È inoltre essenziale avere un apporto di proteine fin dalla colazione, quindi  assumere, ad esempio, proteine che provengono dal latte, dallo yogurt oppure – se si riesce – mangiare un panino col prosciutto. Non tutti ci riescono, lo so, però ci sono modi anche meno impattanti di assumere proteine. Per esempio con la frutta secca: se si mangiano sette o otto mandorle quello è sufficiente. In ogni pasto sarebbe importante che ci fosse anche apporto di proteine. Bilanciate. Sicuramente.

Ieri, parlando, hai detto che cento chilometri, per quest’anno, basta.
Sì.

E per l’anno prossimo?
L’anno prossimo ci pensiamo. [ridendo]. Sicuramente.

Parlando di motivazioni: tu lo sei già e molto da sola, ma il tuo coach si occupa di motivarti?
A livello di Nazionale siamo seguiti da Pietro Trabucchi. Anche il mio allenatore è molto motivante. Io da sola sono comunque capace di motivarmi. Vado avanti per piccoli obiettivi: ragiono su quello che ho fatto e come l’ho fatto.

Il ruolo della sconfitta? Ci pare di capire che il tuo approccio sia quello di considerarla anche positivamente.
Sicuramente. Il mio carattere mi porta a considerare le sconfitte come dolorose, ma anche come stimolo per ripensare agli errori e per motivarsi a riprendere ancora più forti di prima. Anche per dimostrare che la sconfitta è stata una parentesi che ti ha insegnato attraverso l’errore. Dopo ogni sconfitta ho ripreso sempre, subito. Anche dopo gli infortuni che spesso sono ancora più fastidiosi perché mi costringono all’immobilità, che per me è insopportabile. Ma bisogna ascoltare i medici. Nel 2007 per esempio ho avuto una polmonite e non resistevo più a star ferma. Ho ripreso una settimana prima della fine della terapia: fortunatamente ho un fisico forte e m’è andata bene, ma bisogna sempre ascoltare i medici.

Un rito particolare prima dell’allenamento o della gara?
Non sono particolarmente superstiziosa. Mi capita magari di pensare “Beh, in quella gara sono andata bene quindi mi vesto allo stesso modo” oppure “Mmm, queste scarpe la volta scorsa non mi hanno dato soddisfazione quindi non le voglio mettere oggi”, ma altri riti particolari non ne ho.

Prima ci dicevi che ti annoi di più a stare ferma che a correre. Ma quando fai allenamenti molto lunghi in che modo riesci a gestire la durata del lungo allenamento: musica, pensieri…
No, no. Allora, musica no, anche se farebbe comodo. Però proprio per abituarti alla condizione della gara, alla situazione in cui sei in gara dove non c’è musica, sei solo solo con te stesso, la musica non puoi usarla. Però pensare per esempio quando fai fatica “beh – dici – arrivo alla fine del mio allenamento e poi mi posso permettere una bella bevanda fresca oppure un frutto”. Sono le piccole motivazioni, un premio che ti prospetti alla fine dell’allenamento. Quindi gli allenamenti lunghi sono la parte più dura, ovviamente. Però devi cercare di creare le condizioni di gara, quindi meglio non non crearsi troppo comfort. In quest’ottica aiuta anche fare percorsi su circuiti, ripetere sempre lo stesso percorso, perché alla fine i Mondiali della cento chilometri sono su circuito: quindi per forza devi abituarti a correre.  Addirittura, in certe occasioni, facciamo i lunghi in pista.

Non ti senti un criceto in quel momento?
Sì, però in quel contesto – l’ho fatto a San Giovanni Lupatoto – ho fatto anche il record italiano, quindi ero motivata. E poi, anche lì, ero in ripresa da un infortunio, ero appena rientrata e quindi avevo voglia di fare bene e ci sono riuscita.

Domanda di costume. Che scarpe usi per l’allenamento, che scarpe usi per la gara.
Io sono sponsorizzata da Saucony e in allenamento uso le Jazz 15 oppure le Raid 5 che sono un po’ più protettive e vanno bene per gli allenamenti. Quando devo fare workout più brevi vanno bene anche le Mirage. Quando invece faccio le ripetute veloci uso le scarpe che poi userò anche in gara: le Kinvara 3, che sono A2 con le quali mi trovo molto bene. Gli ultimi Mondiali, gli ultimi Passatori, li ho sempre corsi con quelle.

E ti sei trovata bene.
Sì. La regola importante, secondo me, anche per gli amatori sarebbe quella di avere scarpe d’allenamento e scarpe di gara. Anche se non si hanno ritmi particolarmente velocI, però, comunque, il giorno della gara si cerca di fare, di rendere al meglio.

Hai mai corso barefoot running?
Io corro naturalmente di avampiede, anche se non con scarpe barefoot. E’ una cosa che mi attira, magari, prima o poi. Io non ho una particolare tecnica di corsa: correndo le grandi distanze devi avere una tecnica non troppo dispendiosa e che ti paghi col chilometraggio. Non ho fatto atletica leggera fin da giovane: ho fatto molti sport, ma non ho una stile di corsa perfetto.

Quando hai iniziato a correre?
Io ho iniziato a correre… Allora, quando facevo l’università andavo a correre per per diletto mio personale. La mia prima maratona l’ho fatta a novembre 2004, avevo già 33 anni.

Hai iniziato relativamente tardi a correre.
Se ci fai caso i rendimenti migliori li ottieni oltre i 30 anni. Ovvio che dipende molto da come uno è fatto: gli allenamenti più prolungati ti espongono a più infortuni ovviamente.

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