Come superare i momenti di difficoltà durante una gara

Gli ultrarunner devono superare sforzi prolungati, molto spesso oltre il limite di molti umani. Come ci riescono ci può insegnare molto

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Chi finisce una maratona nella maggior parte dei casi pronuncia due semplicissime parole:

Mai. Più.

Altrettanti runner, dopo aver bevuto un sorso d’acqua ed essersi riposati anche solo 2 minuti aggiungono:

Fino alla prossima

La maratona non è da tutti, eppure molti di quelli che la corrono, dopo averla finita, si maledicono per averlo fatto, per il male che hanno ovunque, per lo sforzo disumano. Ma succede qualcosa poco dopo: ne vogliono fare un’altra. Magari non subito, magari fra qualche mese, ma l’idea che pochi minuti prima sembrava folle inizia a farsi largo. Sarà l’endorfina, sarà l’idea di avercela fatta, sarà l’onda emotiva.

Superumani

Cosa succede nella mente di questi esseri umani (ehi, tu sai di cosa parlo, no? Anche tu ne hai fatta una, dai. Vale anche una mezza!)? Per tentare di capirlo, Dolores Christensen, una psicologa dello Springfield College in Massachusetts, è andata a chiederlo direttamente a chi di maratone ne corre più di una in una sola volta, e in condizioni impervie: di notte, in montagna, sotto la pioggia e le neve.
Ha studiato gli ultrarunner.
Hai presente quelli che di chilometri ne fanno decine, a volte più di 100, a volte 180 di fila? Hai presente correre 4 maratone di fila? No, difficile immaginarselo, anche perché le fanno senza mai fermarsi e correndo di giorno e di notte, con la pioggia e con il vento, con la neve e il sole. Sono quei pazzi, matti, fuori di testa degli ultrarunner.

Raccontamela giusta

Sapendo che ogni essere umano ha la tendenza a ricordare anche gli eventi più duri e provanti della sua vita alleggerendoli, la Christensen ha deciso di condurre la sua indagine sul luogo del delitto: a ogni check point di una ultramaratona chiedeva ai partecipanti alcune cose specifiche. Voleva che il ricordo della sofferenza fosse vivido, non voleva un racconto edulcorato e fatto a distanza (e quindi romanzato, in chiave eroica o sminuente della reale entità dello sforzo): voleva il sangue e il sudore. Voleva insomma conoscere quelli che Timothy Olson chiama “the dark spots”, i “luoghi oscuri”: “Mi piace andare in questi luoghi e vincerli. Nelle ultra pensi sempre di aver raggiunto il punto più insopportabile nell’ultima gara che hai fatto ma ogni volta mi stupisco di quanto dura possa essere“.

Per riuscirci ha spezzato la gara in 4 check point: tra 24 e 40 km, tra 65 e 80, tra 105 e 145 e quindi la fase finale.

Come fanno a farcela

I risultati della sua indagine hanno evidenziato che gli ultrarunner più resistenti hanno dei tratti in comune.

Nella prima fase (che, ti ricordo, si conclude circa sulla lunghezza di un’intera maratona) si concentrano soprattutto sul paesaggio e su quanto sono fortunati a poterselo godere. Per la Christensen significa che stanno facendo riserva di energie per le fasi più dure e che ancora non pensano che la fatica sia insopportabile.

Nella fasi successive, specie quando il giorno diventa notte, sono sempre più soli con i loro pensieri. È importante sapere che anche i più forti soffrono, molto. Ma è come gestiscono il dolore che fa la differenza. Invece di contrastarlo lo accettano. Il dolore è un dato oggettivo ma come lo gestisci è soggettivo. Quelli che riescono a pensare “Fa male, ma non durerà per sempre” sono quelli che ce la fanno. Come diceva il buon Murakami Haruki, “Il dolore è inevitabile, la sofferenza è opzionale”. Stai male ma sei solo tu a decidere quanto stare male.

Il segreto

Non ci sono medicine, non ci sono segreti, se non quello di avere l’attitudine giusta. Deluso? Beh, come per tantissime cose nella tua vita dipende solo da te e da come la prendi. L’aspetto più interessante di questa indagine è infatti che può essere applicata alla gestione del dolore e delle difficoltà in genere, non solo durante una gara. Però c’è una formula, anche se servi tu ad applicarla. Eccola:

  1. Sii grato: per quello che stai facendo, per la bellezza del mondo, per le persone con cui lo stai facendo. Ama la tua comunità, fidati di chi la compone, mostrati per come sei, chiedi aiuto, aiuta chi ha bisogno.
  2. Accetta il dolore: rifiutarlo è uno sforzo che non puoi permetterti. Il dolore passa. La sofferenza è il modo in cui gestisci il dolore e dipende solo da te.
  3. Per superare uno sforzo apparentemente insormontabile serve la forza della tua mente. Allenala nelle condizioni più difficili perché il fisico non ti basterà.

Come spesso succede, la risposta è dentro di te, ed è quella giusta.

(Ispirato a What Ultrarunners Think About When They Run su Outside Magazine)

(Photo credits Jenny Hill)

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

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