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Cambiare è possibile

Il nostro mondo è quello che costruiamo con i nostri atteggiamenti e le nostre vite. Se saremo in equilibrio con noi stessi irradieremo questo atteggiamento oltre noi stessi.

Un fatto tragico e sanguinoso come la strage di bambini di Newtown è stato commentato da Jason Robillard di Barefoot Running University con le più umane e condivisibili parole che mi sia capitato di leggere.

La bontà della sua riflessione sta tutta qui: non nell’analisi delle cause di quell’eccidio (insondabili e che rimarranno forse per sempre incomprensibili), ma perché Robillard riesce a smontare due delle principali soluzioni proposte dai commentatori della prima ora, scattando poi oltre e proponendo una soluzione che solo chi corre o chi si è messo in discussione può capire.

Il problema sono gli altri.

Due delle principali soluzioni proposte per evitare il ripetersi di stragi simili sono state:

  1. Controllo o divieto di porto d’armi.  Negli USA è troppo facile avere armi e queste finiscono troppo spesso nelle mani sbagliate. Verissimo. Ma non è un atteggiamento realistico quello di vietarle, o almeno non è risolutivo e richiede molto tempo. Poi è abbastanza facile procurarsele illegalmente e se non sarà una pistola l’arma con cui compirò una strage sarà qualcos’altro.
  2. Bisogna investire sulla cura e il contenimento dei malati di mente. Teoria condivisibilissima, ma che rimanda ad un futuro indefinito la soluzione del problema, con esiti poi incerti.

Non entrando nel merito, entrambe le soluzioni hanno una caratteristica: spostano il problema dall’individuo alla collettività: non è un problema mio, la società deve risolverlo e possibilmente vorrei non dovermene più occupare.
La strage ci trascina e ci porta ad identificarci con quei genitori o quei bambini superstiti, ma poi il dolore e l’angoscia si affievoliscono e tutto torna come prima. Fino alla prossima strage. L’immedesimazione dura come un sospiro, perché è insopportabile doversi identificare a lungo con chi ha subito una tragedia simile.

Il cambiamento non è sempre negativo, anzi.

Quante volte vi è capitato di sentirvi dire “Sei innamorato? Sembri più positivo/a“. Non è solo l’amore, ma è il benessere interiore che proviamo che viene riverberato verso l’esterno e percepito da chi ci sta attorno. Proiettiamo un’immagine positiva di noi stessi sugli altri. Oppure, vi avran di certo detto “Non puoi fidarti degli altri (o amarli) se non ti fidi prima di tutto di te stesso“. Sembran frasi da cioccolatino, ma son vere, verissime. Descrivono perfettamente una condizione umana positiva: il mondo è quello che costruiamo con i nostri atteggiamenti e le nostre vite. Se saremo in equilibrio con noi stessi (o conterremo le forze negative, che è un altro modo di vederla) irradieremo questo atteggiamento oltre noi stessi.

Troppo New Age?

Non credo. Credo si tratti di una cosa estremamente umana: se mi chiedessero cosa mi ha davvero insegnato la corsa direi “Che si può cambiare“. Non ho mai fatto sport, sono sempre stato pigro. Come molte persone a un certo punto ho deciso di provare e non ho più smesso. Ma senza fanatismi. Interessato più al lato mentale della cosa che ai risultati atletici.
Quello che mi ha insegnato, però, sono due cose, incastrate l’una nell’altra:

  • Si può cambiare
  • Abbiamo paura del cambiamento repentino/Il cambiamento è naturale e accettato se è progressivo

Il mondo è come decidiamo che sia.

È più facile pensare che “Tanto così va il mondo, non ci posso fare niente“. È quasi più onorevole essere pessimisti che rinunciatari fino a questo punto.
Invece un modesto cambiamento interiore può diventare un fattore che sommato a quello di molti altri modifica la loro visione del mondo, migliorandola.
E non parlo di un cambiamento legato a ciò di cui parliamo qui: può essere una qualsiasi cosa che anni fa non pensavate mai avreste fatto (escluso il commercio di armi o droga, ovviamente ;): cambiare lavoro, cambiare abitudini, iniziare nuove relazioni, qualsiasi cosa.
Girandovi indietro scoprirete che siete cambiati e magari non avreste definitivo cambiamento quello che è avvenuto: forse perché è stato progressivo, ma soprattutto perché è naturale.

L’egoismo buono.

L’articolo di  Robillard si conclude con un bella frase: “Bisogna essere egoisti per essere altruisti“. L’attenzione nei confronti degli altri deriva da un amore per se stessi. Spesso si è altruisti senza essere anche un po’, direi in maniera sana, anche egoisti. Tenerci a se stessi, aver cura di noi, mica essere rapaci. La buona disposizione nei confronti di noi stessi – fortunatamente – è una delle poche cose che è impossibile nascondere. E ha una piacevolissima qualità: si diffonde, facendo del bene a chiunque intercetti.

(From Flickr by freefotouk)

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.