Come la corsa ti ha cambiato (in meglio)

Ci sono aspetti della vita in cui la corsa ti cambia. Sono molto profondi, duraturi e potenti

Brad Stulberg è l’autore di un libro spesso citato dall’uomo più veloce del mondo, ossia Eliud Kipchoge. Partendo dall’esito delle ricerche scientifiche che collegano i benefici prodotti dalla corsa e dall’attività sportiva più in genere sulla mente umana, Stulberg ha approfondito cinque aspetti della nostra vita in cui l’influenza della corsa è dominante.

Parliamo spesso dell’importanza di usare le abitudini per modificare i comportamenti e migliorare la nostra vita, ed è per questo che abbiamo trovato particolarmente interessante la riflessione di Stulberg nel suo “The Practice of Groundedness” che si distacca dalle osservazioni usuali riguardo, per esempio, agli effetti della corsa sul fisico e sull’umore per capire come la vita dei runner venga modificata dalla pratica fisica.

Accettazione

Uno dei consigli ricevuti che Brad ritiene più importante gli venne da un runner esperto alla sua prima maratona. Gli disse “Devi abituarti a essere a tuo agio nel disagio”.
In altre parole: la corsa insegna a sopportare meglio lo sforzo e, di conseguenza, a ridimensionare tutto il resto che ti capita. Ti accorgerai di essere meno irascibile e di mettere in prospettiva tutto. Quella discussione al lavoro? Che sarà mai, fra qualche giorno è già dimenticata. Una discussione che prima non avresti mai fatto e che ora affronti con più tranquillità, o, più in generale, il non lasciarsi travolgere dagli eventi.

Le situazione che prima ti mettevano a disagio le sai ora gestire molto meglio e con meno ansia. Questo succede perché hai alzato la soglia di resistenza all’affanno fisico e mentale e li puoi mettere a frutto per farti sentire a tuo agio nel disagio.

La corsa insomma non annulla percezione delle fatica ma la rende più gestibile.

Essere presenti

La corsa insegna anche, semplicemente, a fare una cosa alla volta e a farla essendo presenti e focalizzati su quello che si sta facendo. Esattamente come nella corsa non puoi fare altro che correre (e pensare, nel frattempo).

La vita contemporanea è costantemente disturbata da mille distrazioni e la corsa è un ambito in cui si è legittimati a non essere distratti. Un’altra sua caratteristica è quella di essere un’abitudine chiave, nel senso che da essa dipendono a cascata effetti positivi che si irradiano in tutto il resto della vita. Un esempio? L’attenzione che si presta ai segnali del proprio corpo durante un allenamento acuisce la capacità di ascoltare i segnali dell’ambiente, rendendoci più sensibili agli stimoli ambientali e alle persone con cui viviamo o che frequentiamo. Ci insegna insomma a essere presenti nel momento, accogliendo quindi ogni stimolo e prestandogli ascolto.

La pazienza

Tutti gli atleti con cui Stulberg ha parlato si sono trovati concordi nel dire che il loro successo non dipendeva dall’aderenza al programma che si erano imposti ma piuttosto alla loro capacità di accettare di riuscire o meno a farlo.

Se lo si considera come la legge è evidente che il non rispettarlo si traduce in frustrazione. Se si accetta invece che i risultati si costruiscono attraverso il lungo e duro lavoro e l’adattamento a condizioni che possono essere molto variabili non si può che sviluppare la pazienza. O la saggezza, se vogliamo chiamarla in altro modo: quella che ci insegna che la gratificazione istantanea esiste ma è effimera e che quella solida e duratura deve essere costruita nel tempo: in settimane, mesi, a volte anni.

La vulnerabilità

Non si può sapere fare tutto, non si può riuscire in tutto. Questo sembra essere il principale significato della vulnerabilità: l’avere dei punti deboli.
Vista da un punto di vista diverso però le nostre debolezze e vulnerabilità sono anche indicative di aspetti della vita e della preparazione fisica in cui possiamo migliorare.
L’accettazione di non riuscirci non è il fine né il momento conclusivo (Non ce la faccio, lascio perdere) ma invece è il punto di partenza del miglioramento (Non ce la faccio ma ce la posso fare, o almeno ci provo).

Un altro aspetto della corsa che la rende ancora più potente nell’affrontare le proprie debolezze (fisiche o mentali) è che ci costringe a farlo pubblicamente: se corriamo una brutta gara lo facciamo di fronte a noi stessi ma anche ad altre centinaia di persone. Molto probabilmente a loro non interessa minimamente che tempo abbiamo fatto ma anche il solo fatto di aver reso pubbliche le nostre debolezze può essere uno stimolo a superarle, non a vergognarsene.

La condivisione

Spesso si dice che quella dei runner è una tribu. Può esserlo fisicamente nel caso tu corra con amici o con una crew ma, per estensione, è anche una comunità virtuale a cui si sente di appartenere.
L’essere umano è un animale sociale, nel senso che cerca la compagnia per trovare un equilibrio interno e per sentirsi accettato. L’origine della comunità però ha un motivo molto più pratico: in gruppo si cacciava in maniera più efficiente. La comunità è insomma un modo per potenziare le capacità individuali che vengono amplificate dal senso di appartenenza a qualcosa di più grande di noi stessi.

Il che non toglie che la corsa sia comunque uno sport molto individuale, pur potendo esprimersi anche in una comunità.
Il bello delle gare infatti non è solo quello di mettersi alla prova ma anche di farlo con migliaia di altre persone, ben sapendo che le possibilità di essere migliori (più veloci) di tutti sono ridottissime. Non conta insomma vincere ma fare qualcosa con altri, sentendo una forte connessione che ci fa sentire di appartenere a qualcosa di più grande di noi che ci rende contemporaneamente più forti.

(via Trail Runner)

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