Piegarsi sulle ginocchia aiuta a riprendersi dagli sforzi intensi

Eh, signora mia! Ai miei tempi sì che le cose funzionavano, non sapevamo perchè, ma funzionavano! (Ecco, parliamo di questo oggi!)

Vi ricordate quando a scuola (sì, momento amarcord!) i nostri insegnanti di educazione fisica (che dalle mie parti e ai miei tempi chiamavamo tutti semplicemente l’ora di ginnastica) ci facevano fare il riscaldamento correndo intorno al perimetro del palazzetto con gli allunghi finali e al termine ci dicevano di posizionarci con le gambe leggermente divaricate e piegate e di poggiare le mani sopra le ginocchia per respirare meglio? Ecco, quante volte abbiamo pensato che fosse una cosa inutile e solo una perdita di tempo che ci faceva ritardare l’inizio della partitella a pallavolo o pallacanestro o calcetto?

Beh, questa cosa della perdita di tempo la devono aver pensata in tanti e qualcuno di questi ex-alunni, diventato ricercatore, ha ben pensato di andare a verificare se fosse una cosa campata in aria o no. Per capirlo sono state selezionate 24 calciatrici, per le quali sono state registrate tutte le principali misure biometriche e quelle relative alla frequenza cardiaca, al ritmo respiratorio e alla capacità polmonare. La prova consisteva nel riposare dopo uno specifico sforzo di allenamento tenendo le mani sulle ginocchia piegate o poggiandole sulla testa restando in piedi. L’esercizio, una corsa di quattro minuti seguita da tre di riposo da fare per quattro volte, veniva eseguito a partire dalla frequenza cardiaca a riposo, si registrava la frequenza cardiaca massima al termine della corsa e il tempo di ritorno alla frequenza di riposo eseguita in una o nell’altra modalità.

I BRAVI PROFESSORI DI UNA VOLTA!

Il risultato è stato piuttosto chiaro e ha mostrato che le atlete che riposavano ritte e con le mani sulla testa impiegavano più tempo a tornare alle condizioni di riposo rispetto a quelle che eseguivano il riposo con le mani appoggiate alle ginocchia. Per comprendere meglio in che modo questa modalità di riposo agisca, i ricercatori sono quindi andati a controllare i parametri biometrici registrati. Tra i tanti, quello che accomunava valori di ritorno alla normalità più favorevoli erano quelli relativi all’inclinazione del busto. Un busto inclinato in avanti di valori superiori al 10% favoriva in maniera significativa il ritorno ai valori normali.

La posizione delle braccia, poi, permetteva di creare una certa dilatazione della gabbia toracica, sufficiente a far sì che il respiro migliorasse notevolmente, ed è evidente che la capacità di recuperare più velocemente è una parte cruciale dell’ottimizzazione delle prestazioni non solo dei runner, ma per gli atleti di praticamente tutti gli sport.

Capire in che modo effettuare il riposo, quindi, risulta essenziale per incrementare le proprie prestazioni e, almeno in questo caso, farci fare pace con i nostri vecchi insegnanti, che, ancora una volta, avevano ragione!

(Credits immagine principale: ngampol.photo7380 on DepositPhotos.com – Ispirato da “Effects of Two Different Recovery Postures during High-Intensity Interval Training”, di Michaelson et al., 2019, Translational Journal)

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