Parliamo di intersuola

Cos'è l'intersuola nella scarpa da running? A cosa serve e di cosa è fatta?

Questa rubrica si chiama Curiosità ma oggi potremmo pure chiamarla Wikishoes, perché più che una curiosità (cosa che, anche, è) l’argomento di oggi è una nozione, una conoscenza che riguarda le scarpe da running. Oggi parliamo di intersuola.

Cosa non è

Partiamo con il dire innanzitutto cosa non è l’intersuola. Il nome trae spessissimo in inganno ma chiariamolo subito: l’intersuola non è la suola, anche se a essa è solidale. La suola è infatti la parte di scarpa a diretto contatto con la superficie su cui poggia il piede e serve a isolare il piede contenuto nella tomaia dal terreno. Il termine battistrada a volte sostituisce quello di suola ma in realtà indica solo la superficie a diretto contatto con il terreno e non l’intero spessore della suola. L’equivoco nasce dal fatto che la suola è una parte della scarpa tradizionale liscia e senza scolpiture. Il battistrada (esattamente come quello degli pneumatici delle auto) è invece più o meno scolpito, a seconda dell’utilizzo a cui è destinata la scarpa, dal più liscio per quelle da strada al più scolpito per quelle da trail (per arrivare agli scarponi da montagna). Che la suola non sia il battistrada – anche se, ripetiamolo, ormai i due termini sono intercambiabili o tollerati – lo dimostra il fatto che il tacco non fa parte della suola ma è un elemento aggiunto in un secondo momento, sia in quella da uomo che quella da donna. Dato che nella scarpa da running il tacco è integrato è evidentemente inutile fare questa distinzione e quindi la suola lo comprende, e pace.

Ok, ma l’intersuola quindi?

L’intersuola è tutto ciò che c’è fra la suola e la tomaia, cioè il materiale che ammortizza e collabora meccanicamente alla corsa.
L’introduzione dell’intersuola è relativamente recente e non data a molti decenni fa. Si ritiene che la prima scarpa a utilizzare una mescola fra suola e tomaia per facilitare e “ammorbidire” la corsa sia stata la Nike Cortez nel 1972. Lo scopo era quello di facilitare la pratica della corsa – al tempo chiamata jogging e intesa come l’alternarsi di camminata e corsa – evitando gli infortuni che con le scarpe tradizionali senza ammortizzazione erano quasi matematici.

Nike Cortez 2015, l’Atto della Fondazione

Vista con gli occhi e le intersuole odierne, a causa della poca ammortizzazione si trattava di una scarpa che oggi definiremmo sneaker e non di certo da running. Però era un inizio, sicuramente quello che diede lo spunto ad altri per produrne versioni diverse e per sviluppare soluzioni sempre nuove.

L’intersuola oggi

Oggi l’intersuola è così evoluta che la funzione di ammortizzazione è solo una delle cose che fa. Di certo la sua vocazione resta quella di rendere la corsa più confortevole e di minimizzare la forza dell’impatto del piede sulla terra, anche in considerazione del fatto che il peso di chi corre diventa 2/3 volte quello sopportato durante una camminata.

Possiamo distinguere le sue due principali funzioni in: passiva e attiva. La funzione passiva è la stessa della Nike Cortez di cinque decenni fa, ossia smorzare l’impatto e trasmettere meno forza alle caviglie e alle gambe, per preservare le articolazioni.

Quella attiva è invece demandata alla sua capacità di restituire energia immagazzinata in fase di atterraggio, per aggiungere una componente di forza e propulsione nello stacco da terra. Esattamente: l’intersuola ha anche la funzione di una molla (o un tappeto di molle, se preferisci) che carichi quando atterri e che si scarica dandoti una mano ad avanzare un po’ di più quando stacchi il piede da terra.

Per ottenere questo effetto si è dovuto attendere che venissero inventati materiali con simili doti meccaniche. Non si dovette attendere molto: già nel 1975 Brooks utilizzò per la prima volta l’EVA (etilene vinil acetato, anche detto – preparati al nome più coccoloso del mondo del running – “Materassina”) nel suo modello Villanova. Da quel giorno in poi tutti i principali produttori introdussero questa nuova intersuola nei loro modelli e ancora oggi è una delle principali soluzioni.

Ma non è l’unica (verso le nuove frontiere delle intersuole)

La scarpa da running, alla fine, è fatta davvero di poche cose: una tomaia, un’intersuola e una suola. Fine.

Cercando di evolvere per migliorarne le prestazioni e offrire strumenti sempre più efficienti ai runner, i produttori si sono concentrati quasi esclusivamente sull’unico componente che può percentualmente contribuire di più: l’intersuola. Andando infatti per esclusione: la tomaia può pesare il meno possibile e darti qualche millesimo di più, la suola può darti il miglior grip del mondo ma la vera differenza la può fare solo l’intersuola. Che è infatti quella che si è più evoluta negli ultimi 10 anni.

Il primo salto evolutivo ha riguardato proprio la mescola con cui è fatta: è il 2013 e nasce Energy Boost, un nuovo materiale elastico più performante dell’EVA e capace di restituire più energia, sviluppato da adidas con BASF.

Negli anni successivi quasi tutti i brand hanno affiancato alle loro collezioni in EVA alcune linee con mescole proprietarie in materiali diversi che avevano e hanno la funzione di massimizzare i ritorni di energia e di ridurre il più possibile il peso. Ecco nascere nuovi nomi e sigle come TPU, Ignite (PUMA), Freash Foam (New Balance), Zoom X (Nike), Nitro (ancora PUMA), Lightstrike (sempre adidas) e altri.

La storia non è ancora finita, anche se per oggi è meglio concluderla qui. Ti lascio però con l’ultima vera rivoluzione di questo ultimo lustro: l’utilizzo del carbonio. Che, non a caso, ha coinvolto ancora una volta l’intersuola.

Presente in varie configurazioni e secondo le diverse ricette dei diversi produttori, il carbonio appare in forma di piastra di carbonio o infuso in forma di barre (gli Energy Rods di adidas) con la funzione di massimizzare il ritorno di energia. In altre parole è come se le doti elastiche e meccaniche delle mescole delle intersuole fossero amplificate grazie a un materiale che ha una resa meccanica ancora più estrema e che viene alloggiato (sotto forma di una o più piastre o di barre) al loro interno.

Per andare sempre più forte, anche grazie a lei. E non chiamiamola più suola, che poi ci resta male.

(Credits immagine principale: Amvorsup on DepositPhotos.com)

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