Non iscriverti mai a una ultramaratona

Valuta piuttosto il curling, che è uno sport bellissimo.

Metti che hai deciso che questo è l’anno giusto per allungare un po’ il chilometraggio delle tue gare, che quel limite – in fondo del tutto arbitrario – dei 42 km ti è diventato un po’ stretto. Che poi nel trail running quasi nemmeno le trovi gare di quella specifica distanza, giustamente. Ma insomma diciamo che hai deciso di dedicarti principalmente al mondo delle ultramaratone (tecnicamente tutto quello che va oltre la distanza della maratona appunto, ma ad esempio il sito di riferimento DUV considera ultra solo delle gare da 45 km in su).

Bene, bravo. Bell’idea. Mi piace.

Metti che qualche mese fa hai già sfondato quel muro, hai fatto quella gara da 55 km e 3.000 D+ ed è andato tutto bene (ti sei sentito bene) e ti sei convinto che il passo più grosso fosse fatto. Metti che hai deciso di iniziare la stagione con questa gara da 75 km e 4.400 D+, dai, alla fine sono solo altri venti chilometri e un po’ di dislivello extra. Voglio dire: se hai deciso di farla io mi immagino che nei mesi invernali ti sarai allenato a dovere. Come dici? Ah, non tanto? Ok. Massì dai, la base ce l’hai, stai sereno.

Metti che i primi 30 km di gara vanno alla grande: spingi il giusto, ti alimenti a dovere, le gambe girano tranquille e non hai dolori di nessun genere. Insomma cominci a crederci e fai bene: crederci sempre.

Metti che poi – senza alcun preavviso – il blackout. Polpacci e quadricipiti gridano contemporaneamente, tanto da renderti difficoltose sia le discese che le salite. Le ginocchia invece ti hanno lasciato un sms di cordiale commiato che tu riceverai non appena il tuo cellulare tornerà ad avere un minimo di campo. Metti che proprio lì inizia il tratto di gara più tecnico e difficile (la legge di Murphy è una certezza, sempre e comunque). Metti che – ingenuamente ringalluzzito dalla tua forma fisica di pochi minuti prima – all’ultimo ristoro hai stupidamente riempito d’acqua una sola flask “che tanto mezzo litro mi basta”. Metti che in quei 10 km in cui arranchi cominciano a superarti parecchie persone: lo so, non avevi alcuna velleità di classifica, ma ammetterai anche tu che psicologicamente non ti aiuta un granché.

Metti che – non sapresti nemmeno dire come – arrivi al ristoro del 42esimo chilometro: bevi del tè caldo, mangi una fetta di crostata ma ti manca del cibo vero. Metti che il tuo infaticabile compagno di gara abbia nello zaino dello speck. Ho attirato la tua attenzione? Sì, ho davvero detto speck.

Metti che a quel punto il mondo torna a sorriderti. Non senti più il freddo, ti sembra che il riscaldamento globale non sia poi così difficile da combattere, cominci persino a considerare l’ipotesi che gli avvocati siano delle brave persone. E riparti. Io non ci credevo molto che avresti potuto riprenderti così e secondo me non ci credevi nemmeno tu. A quel punto non importa che manchino ancora trenta chilometri e altre sette ore di gara, non importa il buio, non importa nulla: corri con ritmo costante, smetti di alimentarti con l’orologio e lo fai invece in base alle sensazioni del tuo corpo, con la consapevolezza che di quello speck ce ne sono ancora un paio di fette nello zaino.

Quando tagli il traguardo dopo oltre quindici ore di corsa il tuo sorriso non è quello forzato per venire bene nelle foto, è genuino, sei maledettamente felice. E poi la cosa più incredibile è che stai bene. Dopo 15h e 25′ di corsa. Stai. Bene. Perché quello che hai imparato oggi è che tutto quello che pensavi di sapere sulla corsa non vale più nulla oltre i cinquanta chilometri: il ritmo, l’alimentazione, le gambe e la testa. Ma soprattutto hai imparato che su queste distanze puoi arrivare a toccare il fondo e poi cominciare a risalire. Lo avresti mai detto? Io di certo non lo avrei mai detto.

La prossima volta che ti vuoi iscrivere a una ultra, non ti dico di non farlo, ma se ti alleni un pochino di più non guasta: fidati di un cretino.

 

Cover Photo by Eduardo Flores on Unsplash

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