Ma chi glielo fa fare agli ultrarunner?

Cosa fa correre così a lungo, sopportando sforzi disumani? La psicologia ha dato una risposta per spiegare cosa motiva gli ultrarunner

Per quanto l’ultrarunning sia una discilplina estrema e faticosissima, i numeri di chi lo pratica stanno aumentando di anno in anno. Negli USA negli ultimi 10 anni il numero di chi si spinge ben oltre la distanza della maratona (cioè qualsiasi competizione “ultra”, che supera appunto la regina delle gare di corsa) è cresciuto al ritmo del 345% annuo. Al punto da interessare gli psicologi che si sono chiesti cosa c’è dietro, ossia, in altre parole: ma chi glielo fa fare?
Cosa motiva alcune persone a coprire distanze assurde e quasi disumane?

Per capirlo, gli psicologi dietro lo studio pubblicato su Psychology of Sport & Exercise hanno usato la cosidetta “reversal theory”, una teoria che lega emozioni e stati motivazionali, cercando di capire quali emozioni portano gli atleti a compiere determinate imprese.

Un particolare tipo di competizione

Quello che hanno innanzitutto scoperto è che generalmente gli ultramaratoneti concepiscono diversamente dal resto degli atleti la competizione. Ciò non significa che non siano competitivi e che non abbiano stimoli a sfidarsi fra di loro quanto che concepiscano la competizione piuttosto come una gara con se stessi.

Ovviamente sono spinti anche dai tempi, ma data la difficoltà fisica che ciò che fanno comporta, il risultato che spesso cercano è anche “semplicemente” quello di portare a compimento la gara.

Altri fattori motivanti sono: il farlo assieme ad altri, il senso di gruppo che si crea fra i (relativamente) pochi ultrarunner, il beneficio della vita all’aria aperta e una particolare cura per la salute personale.

Molti ultrarunner hanno poi tratti in comune: persistenza, determinazione verso un obiettivo, sicurezza in sé, capacità di motivarsi attraverso il dialogo interiore e una capacità di resistere a stress e fatica fisica fuori dal comune.

La reversal theory applicata agli ultrarunner

Spiegata in parole semplici, questa teoria psicologica spiega la motivazione umana, la personalità e l’esperienza come reazioni a fattori interni o esterni che possono mutare anche repentinamente e che possono avere risposte individuali anche inaspettate. In questo senso “reversal” sta a significare un insieme di stati psicologici inaspettati rispetto a determinate condizioni. Complicato? Pensa allora a come reagisci a un imprevisto o a una brutta notizia: ti innervosisci o ti deprimi? Bene: gli ultrarunner non necessariamente reagiscono come ci si aspetterebbe. E questa è una possibile chiave di lettura della loro psicologia che gli esperti hanno indagato.

Cosa hanno scoperto?

Come già detto prima, chi corre ultramaratone concepisce l’esperienza non in termini di competizione con gli altri ma la vive con spirito di condivisione e partecipazione dei dolori e delle gioie altrui. L’aspetto che emerge più potente fra di loro è però la capacità di attraversare moltissimi stadi emotivi e la ricerca della connessione con la natura come motivante e risolutiva in sé. Su questo punto in particolare si distingue la loro visione rispetto a quella comune: molte persone “comuni” sono motivate da un obiettivo concreto (tipo lavorare per guadagnare) mentre quello degli ultrarunner può essere più traslato o filosofico, tipo “la necessità di vivere immersi a contatto con la natura”. Ciò che rende diverso il loro atteggiamento in questo contesto è che non vedono queste parentesi “naturali” come una pausa ma come un obiettivo molto chiaro, capace di creare uno stato mentale di benessere il più possibile prolungato.

Per semplificare ancora di più, si può dire che il loro atteggiamento è più empatico di quello della media delle persone e ciò li porta a essere più comprensivi di gioie e dolori altrui, cercandone sempre la partecipazione emotiva. Per questo non sono normalmente spinti a gareggiare per battere qualcuno e, capendo le difficoltà altrui, sono più comprensivi e partecipi della media. Le comunità di ultrarunner (perché di ciò si tratta, spesso) funzionano come un organismo di cui le parti sono consapevoli di essere elementi di un gruppo che capiscono e di cui “sentono” gli altri membri.
Per questo per gli ultrarunner la competizione è solo verso se stessi e si realizza attraverso la perfezione esecutiva e tecnica, sacrificabile quando ci sia qualcuno in difficoltà da aiutare.

È un po’ come se la soddisfazione maggiore per loro derivasse dal realizzare importanti imprese all’interno di un gruppo e grazie a esso e non dal perseguire obiettivi individuali.

Come dice la fortissima ultrarunner Camille Herron, “Ho capito che dovevo spostare la mia visione di atleta dalla gara al godimento dei luoghi e delle persone, aiutandoli quando sono in difficoltà. Essere persone capaci di essere grate e di capire la bellezza della natura aiuta moltissimo. In fondo corriamo così a lungo che è meglio godersi lo spettacolo, specie quando aiuta a superare le barriere del dolore e della demotivazione”.

(Credits immagine principale: Maridav on DepositPhotos.com – Via Trail Runner Magazine)

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