La percezione (della corsa e della vita)

Come sempre, non conta ciò che ti succede ma come lo affronti. E anche, prima ancora, come lo percepisci

Prova a bere una bibita che abbia un sapore ben definito (Coca Cola, vino, birra, the) da diversi tipi di bicchiere: uno di vetro, uno di plastica, uno di metallo. Scoprirai almeno due cose fondamentali: che lo stesso liquido ha sapori diversi a seconda del contenitore da cui lo bevi e che la percezione di qualcosa dipende dalle modalità con cui la sperimenti.

Cosa c’entra tutto questo con la corsa? C’entra, eccome.

Questa esperienza ti insegna che siamo molto più dipendenti di quanto immaginiamo dalle nostre percezioni, fino a confonderle con la realtà. Siccome tutto ciò che viviamo è filtrato attraverso i nostri sensi, niente è vissuto “in purezza”, cioè esattamente per ciò che è. La percezione, del resto, è anche una specie di giudizio che diamo su ciò che ci accade: quel liquido che a seconda dei contenitori da cui l’abbiamo bevuto ci è sembrato diverso è in realtà sempre lo stesso liquido, eppure “lo giudichiamo” diversamente.
In verità non giudichiamo il liquido stesso ma solo come ci appare, come lo percepiamo, appunto.

In fondo non vediamo la realtà: la interpretiamo.

Ok, e la corsa?

Questa visione della percezione potrebbe darti l’idea che quello che pensiamo di ciò che beviamo e, in senso più ampio, percepiamo, sia un’illusione. In fondo non riusciamo a valutare oggettivamente le cose. Forse è così ma cosa importa in fondo?
Bisogna accettare che la percezione che abbiamo della realtà non è la realtà stessa ma è pur sempre come la vediamo.

Mi capita spesso di pensarlo quando ho corso bene e sono soddisfatto e controllo come è andata la corsa. Ne sono così soddisfatto che immagino di aver fatto chissà quali tempi e invece sono normalissimi, a volte peggiori di quanto immaginassi.
Conta? Per alcuni sì, per altri (me, per esempio) affatto. Quello che ricerco correndo è la soddisfazione interiore, il sapere di aver fatto una cosa bella e, per averne la conferma, non ho bisogno di misurarla in minuti al chilometro o in velocità.
Ho bisogno di sentirla, di percepirla.

Per questo ti offro una diversa interpretazione della percezione: non si tratta solo di un filtro che mettiamo fra noi e la realtà ma del nostro insindacabile punto di vista. Se quell’allenamento che in termini di tempo non è stato granché ti ha dato soddisfazione, solo quello conta.
Perché il grande inganno della mente (che la realtà sia come la percepiamo) è anche la sua grande forza: la realtà non è oggettiva ma diventa tale nella nostra mente, perché non possiamo immaginarne un’altra.

È una debolezza? Non credo. Anzi: credo sia una grandissima forza della mente umana. Pensa alla stessa condizione in cui molte persone fanno la stessa cosa, tipo una gara. C’è chi ne avrà soddisfazione, chi cederà, chi sarà soddisfatto o meno di come gli o le sono andate le cose. Eppure le condizioni esterne sono le stesse: la temperatura, il meteo, il luogo. In quel frangente di tempo un certo numero di persone si è trovato a fare la stessa cosa. Eppure ognuno ne ha avuto una percezione diversa.

La lente con cui si vedono le cose

Nelle righe precedenti ti ho anche fornito un indizio che ti può essere utile per affrontare non solo una competizione ma molte cose nella vita: la lettura che diamo di ciò che ci succede è pur sempre, comunque, un’interpretazione. E dipende solo da noi.

Si dice che non conta cosa ti succede ma come lo affronti e non potrebbe esserci cosa più vera. Per questo per alcuni anche le sconfitte possono essere vittorie, perché riescono a indicare una strada diversa da seguire, verso una versione migliore di se stessi.

Quando percepiamo, insomma, interpretiamo e diamo giudizi su ciò che ci accede. Il giudizio, bada bene, non è una lamentazione: il giudizio è la lettura che si dà della realtà. È per questo che l’intelligente che perde può mettere a frutto una sconfitta invece di maledire il destino. E migliorare, la volta successiva.
Non ci sono molti altri metodi per riuscirci, fermo restando che l’allenamento fisico deve essere metodico.

Sbagliando si impara, si dice. Io credo che la parte più trascurata di questo modo di dire sia che non riguarda il fatto di sbagliare ma l’insegnamento che se ne può trarre. E come lo si interpreta.

Non si può mai migliorare se si pensa che tutto non dipenda da noi e che niente dipenda da come vi reagiamo.

Molte persone di successo hanno fallito. Quelle più di successo ti racconteranno che i loro fallimenti sono stati più istruttivi delle vittorie. Non perché non siano stati dolorosi ma perché hanno saputo gestirli reagendovi.

Per questo le vittorie diventano coppe o medaglie ma le sconfitte si trasformano in insegnamenti. Se solo hai la pazienza di lasciarle parlare.
O almeno: di percepire cosa ti vogliono dire.

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