La Badwater 135, la gara più calda del mondo

È nota per essere una delle gare più estreme (e calde) al mondo: la Badwater è ormai una leggenda

Quando si parla di qualcosa di “caldo”, in gergo giornalistico ci si riferisce a un tema particolarmente dibattuto e conteso. Non è il caso della Badwater 135, ossia una delle ultramaratone più estreme del mondo: “calda”, in questo caso è un attributo che le si addice perfettamente, dato che si corre ogni anno a metà luglio (quest’anno partirà il 12 e si concluderà il 14) in uno dei luoghi più caldi del pianeta, cioè la Death Valley.

Ma il caldo non è il solo dettaglio per cui la Badwater è famosa: ci sono anche un dislivello non indifferente da superare e tanti accorgimenti da prendere. Perché quando c’è molto caldo non è che hai solo “più caldo”: il tuo corpo reagisce in maniera diversa.

Il luogo

La Death Valley si trova in California e, come detto, è uno dei luoghi più caldi e inospitali della Terra. Il picco di temperatura registrato nel 1913 è stato infatti di 57°. Non si tratta in assoluto della temperatura più calda mai registrata (a batterla ci sono i deserti del Lut in Iran e quello di Sonoran in Messico che hanno fatto registrare picchi di 80,8°C) ma di certo è quella più calda dove si corre una ultramaratona.

La partenza è, appunto, a Badwater, a 86 metri sotto il livello del mare e l’arrivo è dopo 135 miglia – cioè 217 chilometri – al Whitney Portal, cioè all’inizio dell’ascesa verso la sommità del monte Whitney, una delle cime più alte degli USA con i suoi 4.421 metri.

Originariamente la corsa prevedeva anche l’ascensione fino alla vetta e infatti era lunga 146 miglia (235 km) ma quando le autorità richiesero permessi particolari per disputare una gara in quota si decise di accorciarla fino alle attuali 135 miglia.

Storia

Il francese Jean Pierre Marquant fu il primo a tentare in solitaria nel 1966 l’avventura che sarebbe poi diventata la Badwater. Negli anni successivi e fino al 1987 questa sfida mantenne una natura non ufficiale e veniva disputata fra pochissimi ultrarunner.

Solo in quell’anno invece divenne una vera e propria gara, seppure con regole molto particolari: vi si accede solo a invito e l’organizzazione non fornisce alcun tipo di assistenza. Ogni concorrente deve affidarsi al proprio team per quanto riguarda l’attrezzatura, il cibo, i liquidi, il ghiaccio e gli eventuali interventi sanitari.

Inizialmente la durata massima era fissata in 60 ore; oggi è di 48 ore.

Non c’è alcun premio in denaro ma solo una cintura con fibbia commemorativa. E la gloria di averla completata!

Fa caldo

Cosa comporta correre a quelle temperature? Fondamentalmente due “inconvenienti”: la temperatura è così elevata che il sudore evapora non appena arriva sulla superficie della pelle, causando una rapidissima disidratazione e le intersuole delle scarpe – a diretto contatto con l’asfalto, che è a temperature superiori a quelle dell’aria – si ammorbidiscono fino anche a sciogliersi. Soluzione? Correre sulle strisce bianche o portarsi molti cambi di scarpe. Come fece Bart Yasso che, quando la corse nel 1989, ebbe l’idea di portarsi 10 paia di scarpe da rotare ogni 10 miglia: non appena le sentiva troppo “morbide” le cambiava con un paio fresco e metteva quelle appena usate a riposare e a raffreddarsi, per poi rimetterle più oltre.

Curiosità varie

C’è anche una bandiera italiana fra quelle dei vincitori della Badwater, ed è quella di Michele Graglia che l’ha vinta nel 2018 in 24 ore, 51 minuti e 47 secondi.

Nel 1989 Adrian Crane si presentò alla partenza (e se li trasportò!) con un paio di sci in spalla. Era impazzito? No, affatto: un tratto del percorso prevede infatti l’attraversamento di laghi salati e la sua idea era quella di sfruttarne la superficie… sciandoci sopra!

Il già citato Bart Yasso racconta che all’edizione del 1989 partecipò anche Tom Possert (che poi la vincerà quell’anno e anche il successivo) che l’anno prima era stato squalificato per essersi fatto aiutare dalla sua crew nella salita finale. Non sapendosi spiegare come avessero potuto riammetterlo concluse perfido “Non ho idea del come abbiano potuto permetterlo, immagino avessero bisogno di corpi”.

Il record della versione da 146 miglia è di Marshall Ulrich ed è pari a 33 ore e 54 minuti mentre quello sulle 135 miglia è del 2019 ed è di Yoshihiko Ishikawa (21 ore, 33 minuti e 1 secondo) mentre a Patryzja Bereznowska appartiene il record femminile, stabilito in 24 ore, 13 minuti e 24 secondi.

La Badwater è particolare anche perché non consegna la vittoria sempre a un uomo: nel 2002 e 2003 Pam Reed ha infatti battuto i concorrenti maschi vincendo la classifica generale.
Succederà anche quest’anno? Mancano pochi giorni per scoprirlo.

(Credits immagine principale: duha127 on DepositPhotos.com)

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