Il segreto dei keniani

C'è un segreto che permette ai keniani di essere i più forti sulle lunghe distanze? Uno scrittore ha cercato di capirlo

Quando qualcuno è vincente tutti vogliono capire qual è il suo segreto. Può esserlo negli affari, nello sport, nella vita pubblica. Chiunque ha il desiderio di capire come c’è riusciti.
Non è diverso naturalmente per i runner keniani, in assoluto i più vincenti e migliori al mondo. Nelle ultime 4 edizioni delle Olimpiadi gli atleti provenienti dal paese delle Rift Vally in Africa hanno collezionato due terzi delle medaglie dagli 800 metri in su. Sono gli indiscussi re e regine delle lunghe distanze.

Un giornalista ha deciso di capire qual è il loro segreto e se sia possibile replicarlo. Come prevedibile non si tratta di una pozione magica né di una pillola blu (o rossa) da ingerire ma di un insieme di fattori, uno dei più importanti dei quali è il tempo. Non solo quello che fanno in gara ma il tempo della vita.

Ma andiamo con ordine.

Correre con i keniani

Adharananad Finn è un giornalista e scrittore che nel 2011 ha trascorso sei mesi vivendo, correndo e parlando con i migliori e più veloci atleti del mondo a Iten, la città che si fregia – giustamente – del nome di Città dei Campioni. L’osservazione vicina e prolungata della gente del luogo e delle loro abitudini gli ha permesso di trarre alcune conclusioni che forse possono fare luce sul loro segreto. Eccole.

Altitudine

Partiamo dalla più nota e fisicamente chiara: chi si allena ad alte altitudini ha il vantaggio dello svantaggio. La difficoltà di correre su un altipiano a più di 2000 m sul mare (2.400 per l’esattezza) si traduce nel vantaggio di allenare il corpo a sopportare sforzi maggiori, che alla quota del mare si potenziano aumentando l’ossigenazione e diminuendo la fatica.

La familiarità con la corsa

O l’attitudine, si potrebbe dire. Per svilupparla, i keniani corrono scalzi fin dalla più tenera età (in genere dopo i 5/6 anni di vita) sempre: non solo per allenarsi ma soprattutto per andare a scuola, per curare i campi, per fare commissioni. Noi abbiamo i mezzi pubblici, la bicicletta, la moto o l’auto – loro hanno i piedi e la corsa.

Correre diventa una cosa naturale e non un cambio di assetto seguente all’attivazione di un interruttore mentale. Non è che in un certo momento della giornata inizi a correre e poi smetti: lo fai sempre.

Come racconta un coach a Finn, “Per costruire la base aerobica per correre le lunghe distanze ci vogliono 10 anni. Quando i ragazzi keniani hanno 16 anni l’hanno già costruita”. Questo per dire quale vantaggio hanno in termini di costruzione della resistenza del loro corpo e quanto i periodi trascorsi dagli atleti d’elite occidentali in altura per migliorare la propria siano utili ma mai quanto averlo fatto per anni, ogni giorno, a tutte le ore del giorno.

Propriocezione

La difficoltà di avere scarpe adeguate spinge chi corre ad arrangiarsi. Finn racconta di quanto spesso vedesse i ragazzi andare a scuola correndo e trasportando la borsa e altro. Erano scalzi e nonostante questo – o forse proprio grazie a questo – avevano sviluppato in maniera naturale una tecnica di corsa che minimizzava il contatto con il terreno e il rischio di infortunarsi. In effetti, nota Finn, se si osservano correre gli atleti keniani si nota come non sembrino quasi toccare il suolo e quanto leggera sia la loro corsa.

Comunità

Il senso di appartenenza e di mutuo aiuto all’interno di queste comunità è straordinario. Chiunque corre da quelle parti e contrariamente a quanto avviene da noi, la domanda che ti puoi sentire porre non è “Perché corri?” ma “Perché NON corri?”. A Iten, che ha una popolazione di poco più di 42.000 abitanti, più di 2.000 corrono a livello professionistico.

C’è inoltre una salutare commistione fra neofiti e atleti elite. Non è raro, tutt’altro, vedere che i più forti si allenano con chi ha appena iniziato.

Chi ha vinto prestigiose competizioni e i relativi premi in denaro inoltre ritorna in patria e restituisce molto alla comunità, finanziando programmi di inclusione nello sport, le scuole e dando lavoro.

La comunità si costruisce insomma favorendo l’inclusione e restituendo quello che si è ricevuto e che ha permesso di ottenere importanti riconoscimenti individuali. Questo atteggiamento inoltre ispira i giovani a perseguire la carriera sportiva, anche perché per molti versi è l’unica strada da percorrere se si vuole avere una prospettiva di stabilità economica e sociale.

Un segreto semplice

Alla fine se ne potrebbe trarre la conclusione che chi non si trova a nascere e crescere in quel contesto ambientale non ha alcuna possibilità di ambire agli stessi riconoscimenti sportivi, ed è molto probabile che sia proprio così.

Eppure l’insegnamento più importante che puoi trarre da una storia del genere è che alcuni fattori che ne hanno decretato il successo sono replicabili anche altrove. Non si otterranno gli stessi esiti ma si potrà migliorare il luogo dove si vive e ci si allena: costruendo una comunità più forte e solidale al suo interno, usando come amalgama una cosa naturale come la corsa. O lo sport in generale, inteso nella sua forma più pura.

(Credits immagini: Nike | Via Popolous

Altri articoli come questo

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.