Correre in gravidanza va benissimo, se fatto per bene

Quando dici che vorresti continuare a correre in gravidanza le persone ti prendono per matta? Beh, hanno torto, e lo dice la scienza!

Tra i tanti luoghi comuni che orbitano intorno allo sport c’è quello per cui una donna in gravidanza debba smettere di fare attività fisica e quindi anche di correre. La realtà scientifica invece, dice tutt’altro, e una recente ricerca ha messo in luce come sia possibile continuare a correre – anche lunghe distanze – nei diversi stadi della gravidanza, prestando ovviamente attenzione a tutte le accortezze del caso.

Negli scorsi anni l’attenzione dei Ricercatori che si occupano di Medicina dello Sport ha iniziato a concentrarsi sulla possibilità per le atlete di praticare attività fisica intensa anche durante le varie fasi della gravidanza, grazie agli exploit di alcune atlete di livello mondiale che hanno continuato a gareggiare in competizioni di alto livello fino e oltre il quinto mese di gestazione (un esempio che tutti ricordiamo è quello di Alysia Montaño che corre gli 800 metri ai Track and Field USA di qualche anno fa).

Per cercare di comprendere al meglio come il corpo di una donna si adatti agli sforzi atletici e possa continuare a svolgere attività ad alto livello durante la gravidanza i Ricercatori hanno selezionato un folto gruppo di atlete élite per la corsa su lunga distanza (oltre la metà atlete olimpiche), con un tempo inferiore alle 2h45’ in Maratona, hanno raccolto i dati relativi ai loro tempi in gara nei tre anni precedenti la gravidanza e ne hanno registrato le performance post partum. Il requisito fondamentale è che fosse il primo parto per tutte le atlete e che – ovviamente – avessero ripreso a gareggiare successivamente al parto. In tutto sono stati raccolti i dati di sei anni per 42 atlete. Dai dati raccolti i Ricercatori hanno potuto tracciare un modello piuttosto coerente dell’atleta media (pur sempre élite però, non scordiamolo). Per quanto il livello di allenamento si mantenesse elevato, per tutte le atlete è stato registrato un decremento significativo nella capacità di carico e di performance, con una diminuzione pari a circa il 30% del chilometraggio e di intensità nel primo trimestre, proseguita con un trend quasi lineare fino alla fine del secondo, quando gli allenamenti su strada sono stati sostituiti quasi completamente da allenamenti mirati a mantenere il volume muscolare e la capacità di movimento delle articolazioni. Per avere un’idea di ciò di cui parliamo, le atlete migliori sono passate dal correre 140 chilometri alla settimana a farne soltanto 20 o 15 e ad un passo molto molto lento.

CORRERE MENO PER CORRERE MEGLIO

La parte più interessante dello studio è però quella relativa alla ripresa post-partum. I dati hanno messo in evidenza come il periodo migliore per ricominciare ad allenarsi sia intorno alla sesta settimana dopo il parto, quando la muscolatura addominale e pelvica sono tornate toniche ed in grado di sostenere un corpo durante un movimento atletico continuo, con un ritorno all’80% circa delle proprie capacità già verso il terzo mese dopo il parto. A questo punto lo studio mette in luce come per tutte le atlete sotto controllo sia stato possibile tornare al livello pre-parto in un tempo variabile tra 1 e 3 anni, e che le atlete che non hanno aumentato il carico eccessivamente nel periodo tra i tre mesi e l’anno siano quelle che hanno fatto registrare non solo un tempo ridotto per tornare al livello precedente alla gravidanza, ma addirittura (nel 46% dei casi, quasi la metà) un incremento delle prestazioni.

Lo studio ha confermato ancora una volta come sia possibile continuare a fare attività in gravidanza, e come questa sia in grado, nel lungo termine, di portare un beneficio alle performance atletiche (senza contare ovviamente i benefici dell’avere figli in senso lato), a patto di valutare in maniera adeguata il carico e l’intensità di allenamento e soprattutto considerare i tempi per una corretta ripresa.

Questi dati sono da considerare come ideali, ovviamente, e se stai pensando che non trovi giusto che tu già al terzo mese di gravidanza o che dopo due mesi dal parto ancora non riesci a fare nemmeno un chilometro e mezzo di corsa, ricorda che qui si parla di atlete élite, seguite da un coach e spesso da un medico personale, per cui vale il discorso di prenderle come esempio ma non di doverle necessariamente eguagliare, soprattutto in questi casi.

E PER QUEL CHE RIGUARDA L’ALLATTAMENTO?

Nel cercare di comprendere al meglio come funzioni il corpo umano in questi casi, inoltre, è bene prendere in considerazione un altro punto strettamente correlato al parto: l’allattamento al seno. Quest’ultimo, per quel che riguarda le performance sportive, non sembra avere effetti né in positivo né in negativo. È stato tuttavia dimostrato che correre durante l’allattamento al seno è in grado di ridurre gli stati depressivi postparto e che una donna che continua a correre in maniera costante in questa fase riesce a mantenere la capacità di produrre latte per il bambino più a lungo rispetto a una che non fa esercizio fisico, con conseguenti maggiori livelli di prolattina e serotonina, due dei ben noti ormoni della felicità.

(Credits immagine principale: Nenetus on DepositPhotos.com)

Ispirato da “Impact of Pregnancy in 42 Elite to World-class Runners on Training and Performance Outcomes” di Darroch et al., 2022

Consultati inoltre
Health Outcomes after Pregnancy in Elite Athletes: A Systematic Review and Meta-analysis, di Kimber et al., 2021
Elite Distance Runners and breastfeeding, di Giles et al., 2016
Running Habits of Competitive Runners During Pregnancy and Breastfeeding, di Tenforde et al., 2015

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