Chi e cosa c’è dietro i prodotti adidas

Ti portiamo dentro adidas World of Sports, la sede globale del colosso tedesco, dove l'insegnamento del fondatore Adi Dassler continua a ispirare i prodotti che portano gli atleti di tutto il mondo oltre i propri limiti

Ho controllato: Herzogenaurach fa circa 23.000 abitanti. Se non sai di quale città si tratta non sei il solo: diciamo che non è una città (o cittadina, sarebbe più giusto dire) che in un viaggio in Germania visiteresti. Non perché non sia bella e caratteristica, intendiamoci. C’è però un motivo per il quale è famosa: perché un quarto dei suoi residenti, per esempio, è dipendente di una delle sue aziende più importanti, cioè adidas.

Il campus adidas sorge a qualche chilometro dal centro abitato, fra dolci colline e ai bordi della foresta. Gli edifici che lo compongono sono quanto di più distante dall’architettura locale si possa immaginare. Usando un’immagine abusata, sono come astronavi atterrate da un altro pianeta nella campagna tedesca. A me piace più pensare che siano la proiezione nel futuro dell’idea di innovazione che aveva il fondatore Adi Dassler, dalla crasi del cui nome e cognome nacque “adidas”.

Il campus – noto come “World of Sports” – ha assunto la forma attuale nell’arco degli ultimi 10 anni. Qui ci sono gli uffici amministrativi, il marketing, la ricerca e sviluppo, i laboratori di design e di prototipazione, lo showroom, un campo di atletica intitolato ad Adi Dassler (l’Adi Dassler Sportplatz), il tetto romboidale chiamato “Halftime” sotto cui c’è la mensa e degli spazi per riunioni e conferenze e infine il nucleo originario dell’azienda, negli edifici una volta occupati da una caserma militare.

Qui si pensano e si fanno le cose

“Un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto”. Penso a questa frase detta da non ricordo chi (ma che immagino piacerebbe ad Adi Dassler) mentre cammino nel campus. Ogni edificio ha una funzione e ogni funzione è esposta e visibile: nell’edificio dove si trovano i laboratori di ricerca, design e prototipazione si può vedere tutto dall’atrio. Se non si sa bene cosa si sta guardando, una gigantesca scritta individua ogni funzione: “Makerlab” è dove inventano e disegnano scarpe e abbigliamento, “The Archive” è l’archivio storico (40.000 articoli schedati, dai primi agli ultimi e altri 40.000 da schedare, ognuno richiede 8 ore di lavoro fra foto, ricerche storiche, redazione della scheda prodotto, preparazione alla conservazione, catalogazione e collocazione in archivio), una sala piena di macchine che sembrano macchine da cucire ma sono un po’ più complesse è dove nascono i prototipi. Eccetera.

Le Adizero con cui Haile Gebrselassie stabilì il record del mondo di 2h03’59” nel 2008 a Berlino

Quando cammini in questi ambienti ti rendi conto di cosa c’è dietro le scarpe che portano ai piedi centinaia di milioni di persone. Alle felpe, all’abbigliamento, alle giacche e anche, soprattutto, alle conquiste dei record sportivi. Perché qui si disegnano i prodotti che portano gli atleti più forti del mondo a conquistare record su record, come nel caso delle scarpe Adizero che negli ultimi tempi hanno contribuito al 54% delle vittorie nelle maggiori competizioni internazionali, stabilendo 18 nuovi record mondiali e portando lo sviluppo tecnologico sempre un passo oltre (oltre a essere state ai piedi degli italiani Yeman Crippa e Nadia Battocletti che sabato scorso, alla Road to Records, hanno stabilito rispettivamente i nuovi record sui 5K europeo e italiano).

Il Makerlab è il laboratorio dove è nata questa scarpa (oltre a tutto l’abbigliamento e a mille altre collezioni). Mi immaginavo ci lavorassero decine di persone e che ci fossero solo computer e invece il team di designer è composto da meno di 10 persone. Se c’erano computer non ne ho visti, se non quelli che usano per le stampanti 3D con cui realizzano prototipi mentre il resto è un’ordinata officina con macchine da cucire, scampoli di tessuto, ago e filo, stampe alle pareti, un bel prato fuori dalla parete vetrata che li divide dall’esterno.

Loro sono giovani e ti spiegano con trasporto ed entusiasmo come hanno concepito le scarpe dei record, come hanno scelto i materiali con cui farle, come la tradizione aziendale li ha ispirati. Al di là del design e delle scelte estetiche, specie alla base di certi prodotti destinati alla performance ci sono sempre considerazioni essenzialmente tecnologiche: il miglior utilizzo dei materiali, il dialogo con gli atleti, la prova e l’errore, in un circolo continuo fino alla produzione. Per poi riprovare e modificare e migliorare nei nuovi prodotti.

Alla fine nessuno sta mai fermo, il dinamismo non è solo un atteggiamento ma è un modo di pensare e agire che attiva il pensiero e ne sposta sempre i confini. È forse per questo che nessuno sta fermo in un ufficio qui?
Come diceva Adi, “Non essere mai soddisfatto dei tuoi successi; continua sempre a imparare”.

Prova ed errore. Riprova e successo

Dietro ogni prodotto – ma specialmente dietro quelli più tecnici e performanti – c’è sempre il suo spirito: la ricerca delle migliori prestazioni e della cura e l’ascolto degli atleti e delle atlete assieme all’ossessione per la vittoria, per il risultato. Del resto la sua etica è sempre stata chiara sin dal 1949, anno della fondazione: “Prova, prova e poi riprova ancora”, un mantra da ripetere e mai scordare per perseguire la ricerca della perfezione senza compromessi.

Da degli assunti del genere ci si aspetterebbe un clima di lavoro frenetico e nervoso e invece l’atmosfera del campus è rilassata: c’è chi gioca a basketball, chi salta sui tappeti elastici, chi lavora all’aperto, chi discute di progetti al tavolo di uno dei tanti caffè. So bene che non fanno quello tutto il giorno e che “lavorano” anche. Però fanno anche quello: non in un ufficio seduti a una scrivania ma in giro, in movimento. Ci sono anche uffici normali ma l’impressione è che buona parte del lavoro si faccia anche lì, all’aperto, nei salotti disposti un po’ ovunque, mescolandosi, facendo circolare le idee. O facendo sport, tipo correndo, come accade sulla terrazza coperta dell’Arena dove si svolge una pista interna sulla quale i dipendenti corrono a qualsiasi ora del giorno.
Del resto per progettare l’abbigliamento e gli strumenti degli atleti devi provarli, no?

L’ossessione buona

Ci sono diversi tipi di ossessione e spesso questa parola non ha connotati positivi. Però c’è anche quella buona, quella che si potrebbe tradurre in determinazione, consapevolezza dei propri obiettivi, capacità di avere una direzione e perseguirla pur commettendo nel frattempo errori.
L’ossessione di Adi Dassler era quella di creare i migliori prodotti per esaltare le capacità degli atleti, per farli vincere o almeno per metterli nelle migliori condizioni per farlo.
Oggi – come spesso è accaduto nei suoi più di 70 anni di storia – questo succede nel mondo del running grazie allo sviluppo di soluzioni tecnologiche e prodotti che esaltano le prestazioni e spostano il limite umano sempre un po’ più in là.

Perché adidas si trova in una piccola cittadina tedesca e non a Monaco o a Berlino? Perché quando decisero di espanderla fino alle dimensioni attuali scelsero di farlo comunque qui?
Ci sono diversi motivi: economici senz’altro ma anche storici e affettivi. Mi piace pensare che l’abbiano fatto per riconoscenza in questi luoghi e per mantenere il contatto con quei prati e quelle colline che hanno fatto nascere in un uomo del posto molti decenni fa, in un secolo passato, l’idea che quello fosse il posto perfetto per fare prodotti che avrebbero aiutato milioni di atleti e generazioni di campioni a migliorarsi costantemente. O almeno a provarci, senza mai stare fermi, nel frattempo.

 

One more thing

Non posso tacere – cioè devo bullarmi – di aver corso con Haile Gebrselassie e Mary Keitany. Un uomo e una donna fra i più veloci e vincenti del mondo e dotati di grande umanità e simpatia. Durante un allungo ho anche superato Haile e gliel’ho detto, scherzando: “Ehi, ti ho battuto” e lui da grande campione mi ha risposto “Capita sempre così”.
Grazie ad adidas per avermi dato questa possibilità :)

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