Brooks Caldera 6: primo contatto

Una scarpa enorme, per macinare chilometri.

La prima cosa che si può dire della Brooks Caldera 6 è che di certo non passa inosservata. Sebbene il trend dell’intersuola oversize non sia più una novità nel mondo del running, in questo specifico caso è sicuramente la caratteristica che salta all’occhio prima di qualunque altra.

La tieni tra le mani e ti sembra enorme. La metti ai piedi e ti sembra enorme. Attenzione, non è un giudizio di merito, solo un dato di fatto: è enorme. E se è vero che le dimensioni comunque contano, la Caldera 6 restituisce esattamente quello che ti aspetti da una scarpa del genere: ammortizzazione e comodità assolute, anche grazie alla schiuma DNA LOFT v3 con tecnologia a infusione di azoto. Il rovescio della medaglia è che una scarpa del genere taglia inevitabilmente precisione e sensibilità alla corsa, non sentirai i sassi, non sentirai le radici, non sentirai quasi nulla. Per come corro io, per le discese tecniche che piacciono a me, questo è un limite: ma la verità è che il tracciato troppo impervio non è il suo habitat ideale.

È infatti una scarpa che nasce per il trail running all’americana, una scarpa per le ultra: distanze lunghissime su terreni non esageratamente tecnici. Se ti sei giocato il ticket nella lottery della Western States Endurance Run questa scarpa potrebbe fare a caso tuo. Per questo motivo ci tengo a dire che, nonostante l’apparenza pachidermica, stiamo comunque parlando di una scarpa con una buona trazione, reattiva e veloce. Anzi, è proprio quando ho avuto la possibilità di spingerla un po’ che mi ha dato soddisfazione.

Presto un test sulle lunghe distanze e una recensione completa.

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