Viaggio nel cuore della corsa: L’arrivo a Kapsabet

Tempo di lettura: 4 minutiSiamo molto felici di ospitare una serie di post di Stefano Pampuro che parlano di una splendida avventura che ha vissuto nell’Africa dei runner. 

Nel gennaio 2020 Stefano ha sentito l’esigenza di intraprendere una nuova avventura in Africa, nella culla del running, allenandosi sugli altopiani del Kenya e dell’Etiopia insieme ad alcuni degli atleti più forti al mondo. Un’esperienza che gli ha fatto toccare da vicino i drammi di un continente che fatica a rialzarsi, nella cornice dell’epidemia più grave degli ultimi cent’anni. Da questa esperienza è nato un libro: Oltre il confine. Viaggio verso il cuore della corsa. Uscirà il 29 aprile e lo puoi già prenotare su Amazon.

Buona lettura!

 

Eldoret, 20 giugno, ore 16.50

Non avevo mai avuto paura di prendere l’aereo finché non sono montato sul bimotore ad elica della Kenya Airways. Il viaggio da Nairobi a Eldoret dura un paio di ore ma prendiamo così tanti vuoti d’aria che quando atterriamo mi gira la testa e avrei una gran voglia di coricarmi. Per fortuna l’aeroporto è minuscolo e almeno non devo impazzire per trovare l’uscita.

Cammino piano, senza fretta. Per una volta sono da solo e non devo arrivare puntuale da nessuna parte. Nel piazzale fuori alcuni tassisti sono spaparacchiati nell’auto in attesa del loro prossimo cliente, mentre nel cielo il sole è ancora alto. C’è un cartellone gigante al centro di un’aiuola che dice: “Kenya, la patria dei corridori”. Procedo a piccoli passi trascinandomi dietro i miei tre bagagli, in giro c’è un bel via vai di gente e noto subito che sono l’unico bianco. Ne ho contati solo tre da stamattina, e uno ero io. Il primo autista della fila sta armeggiando col telefonino e non mi vede nemmeno arrivare.

– Ehi amico dovrei andare al camp della Nike a Kapsabet, sai arrivarci? – domando.
– Certo, come no, salta su – mi fa scendendo velocissimo dall’auto per aiutarmi con la borsa.

Nelle ultime quattro ore non ho visto nient’altro che sale d’attesa e piste di decollo, ma ci basta uscire dal parcheggio e imboccare la statale per ricevere il primo assaggio d’Africa. In un secondo vengo catapultato nel verde della campagna equatoriale, tra campi coltivati, boschi e mandrie di animali. È semplicemente stupendo, un colpo d’occhio che ti entra dentro con genuina violenza.

– Benvenuto in Kenya muzungu – mi fa lui sorridendo.
L’autista si chiama John e ha tutta l’aria di essere uno a cui piace parlare. Pure a me, quindi andiamo subito d’accordo.
– Sei anche tu un atleta? – mi chiede mentre sintonizza la radio su un programma musicale.
– Non proprio –
– Beh allora lo diventi. Qua corrono tutti –
– Tu corri? –
– Io? No, odio correre – esclama mentre rallenta di colpo per far passare due mucche.

Sapevo che il Kenya fosse un paese agricolo, ma quando ci finisci dentro e lo vedi coi tuoi occhi diventa tutta un’altra cosa. Il mio sguardo è catturato in continuazione da dettagli di ogni tipo, sembra di essere in un documentario di National Geographic. Trattori, cascine, empori e poi ancora officine meccaniche, materassai, greggi di pecore.
Il tragitto dall’aeroporto a Kapsabet dura meno di un’ora ed è uno spettacolo da lasciare senza parole. Ma forse è così solo per me, perché non ci sono abituato. Mano a mano che ci avviciniamo a Kapsabet però il paesaggio cambia. Prima lentamente, poi più veloce, finché le pianure e i campi non lasciano spazio alle colline, e il sole si riduce di colpo a un disco arancione che spunta e scompare tra quelle curve tondeggianti.

“Nandi County” indica un cartello arrugginito lungo la strada.
Prima di partire avevo letto che Kapsabet fosse il capoluogo della contea Nandi, famosa proprio per queste sue colline ricoperte dalle piantagioni da tè. Non ero mai stato in un posto dove si coltivasse il tè.
Ancora qualche tornante, mentre veniamo superati da due matatu stracarichi di bagagli, poi John rallenta in prossimità di una palazzina circondata dagli alberi.

Il cancello è aperto così entriamo dentro. Nel parcheggio ci sono due pick up e un gruppetto di keniani che parlotta tranquillamente. Appena vedono il taxi scattano in piedi venendoci incontro.
– Sei tu Steven? – mi domanda uno avvicinandosi al finestrino.
– Sì – faccio io.
– Bene! – esclama aprendomi la portiera per farmi scendere.
Tiro fuori i bagagli dall’auto e pago il mio autista. Prima di andarsene John mi stringe energicamente la mano.
Nel frattempo spuntano altri due keniani e all’improvviso mi rendo conto che ho già dimenticato tutti i nomi con cui si erano presentati. Li richiedo a ciascuno un paio di volte, ma visto che non mi entrano in testa ci rinuncio, sperando non se ne accorgano.
– Io mi chiamo Felix – mi fa un kelenjin quasi abbracciandomi.
– Piacere Martin – mi fa l’amico strappandomi lo zaino di mano.
– Ci avevano detto che saresti arrivato nel primo pomeriggio – mi fa sapere un altro.

Non c’è che dire, penso, questi keniani sanno bene come farti sentire benvenuto. Ora però il sole è quasi tramontato e io ho solo una gran voglia di sdraiarmi.
Uno di loro mi mostra la palazzina dall’esterno premurandosi di spiegarmi tutto per bene.
Poi, quasi per caso, noto un braccialetto al polso di uno dei ragazzi. È di plastica blu, identico a quello che porto io. L’ho trovato nel pacco gara della mezza maratona di Malaga che ho corso trentacinque giorni fa.
– Ehi, ma l’hai corsa? – gli domando incredulo.
Lui mi indica la mano sorpreso. – Sì, a dicembre! –
– Caspita anch’io! Eravamo tutti e due a Malaga! – esclamo.
Il Kenyano è stupito quanto me, gli altri pure.
– Come hai detto che ti chiami? –
– Martin. Martin Cheruyot. Da stasera sei in stanza con me! –
Sentenzia soddisfatto dandomi una forte pacca sulla spalla.
-Essia – rispondo io, seguendo i ragazzi dentro la casa.

È quasi l’ora di cena, e credo che stasera proverò finalmente il loro famoso ugali.

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