The Clean Outdoor Manifesto: fare qualcosa di concreto per l’ambiente

Tempo di lettura: 2 minutiParliamo spesso di ambiente e, ancora più frequentemente, cerchiamo di portare avanti lo sviluppo di una coscienza da parte di ogni singolo. Soprattutto per noi che pratichiamo sport all’aperto e quindi – come dico spesso – l’ambiente è la nostra palestra.

The Clean Outdoor Manifesto è un progetto di massa critica che parla proprio di questo e nasce da persone come noi, che hanno la nostra stessa passione, i nostri interessi. Per questo, probabilmente conoscerai i primi 12 firmatari: Luca Albrisi, Andrea Benesso, Luca Dalpez, Francesco “Paco” Gentilucci, Dino Lanzaretti, Matteo Pavana, Simone Barberi, Davide “Zeo” Branca, Maria Carla Ferrero, Davide Grazielli, Jacopo Larcher, Eva Toschi.

Il progetto è votato a promuovere una visione biocentrica del mondo, in cui gli esseri umani e le prestazioni sportive sono parte integrante dell’ambiente, anziché esserne dominanti. Ma soprattutto, il manifesto vuole promuovere la cultura outdoor nel vero senso del termine, nel suo significato più bello e profondo.

È importante diventare consapevoli che l’impegno per l’ambiente nasce da un cambiamento del nostro modo di pensare, un cambiamento culturale che vada oltre la ricerca di “colpevoli” o l’alibi che il singolo individuo non possa fare nulla.

Viviamo in un mondo in cui idee come queste possono sembrare delle utopie, ed è proprio questo l’errore principale che commettiamo. I semplici concetti proposti da Outdoor Manifesto devono, invece, essere le basi su cui fondiamo la presenza sul nostro pianeta.

Dobbiamo modificare il nostro modo di pensare, dobbiamo essere più sensibili. Nella storia, gli esseri umani hanno sempre portato avanti un concetto di proprietà esasperato: ogni cosa deve appartenere a qualcuno. Dobbiamo arrivare e apporre la nostra bandiera come in una partita a RisiKo!

La montagna deve avere impianti di risalita ovunque perché abbiamo “il culo pesante”, le spiagge devono avere lettini, sdraio e un mojito a 10 metri, tutto dev’essere funzionale alla presenza e alla comodità dell’uomo. E questo è un grosso errore.

Perché questo pianeta non è nostro. Il pianeta in cui viviamo appartiene a se stesso e siamo noi che dobbiamo prendercene cura minimizzando l’impatto della nostra presenza. Per noi stessi e per chi verrà dopo di noi.

Per questo motivo ho firmato anch’io il Manifesto.

(Main Photo by Anne-Sophie Benoit on Unsplash)

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