Qual è la nostra (reale) impronta ambientale?

Tempo di lettura: 4 minutiNon so se è successo anche a te ma, mai come in quest’ultimo anno, ho apprezzato una cosa che – forse, lo ammetto – a volte io stesso ho dato per scontata: la bellezza del respirare aria pura. È un’esperienza che pochi mesi fa abbiamo provato tutti quando, “grazie” al lockdown, la quantità di inquinamento si era ridotta drasticamente anche nelle grandi città.

Sono fortunato: abito in campagna, in un paesino in cui forse girano più trattori che automobili; non ci sono semafori o ingorghi e le persone amano camminare lungo le ciclabili e prendere la bici per andare a fare la spesa al mercato del martedì mattina nella piazza centrale. L’unica che c’è, in verità.
Sono fortunato anche perché vado a correre in un contesto in cui è più probabile che venga seguito da un cane randagio (che esce da un boschetto in cerca di una nuova casa) anziché dovermi preoccupare del traffico.
Proprio per questo, respirare aria fresca è un lusso di cui dobbiamo essere riconoscenti.

Un lusso che però non devo – non dobbiamo – mai dare per scontato.

Per questo, come probabilmente avrai notato, qui su Runlovers torniamo spesso a parlare di temi legati all’ambiente. E credo non sia mai abbastanza.
Soprattutto noi runner, trail runner, triatleti, ciclisti, che percepiamo l’ambiente non solamente come un luogo in cui vivere (e già dovrebbe bastare) ma anche come la nostra personale palestra, dobbiamo avere un occhio di riguardo in più, la sensibilità di chi tocca con mano la meraviglia del pianeta che ci ospita.
Sì, perché non è nostro; è un luogo che ci accoglie e che dobbiamo rispettare. E, proprio come si fa quando si vuole rispettare l’ospitalità, dobbiamo lasciarlo esattamente come l’abbiamo trovato. Senza la nostro impronta.

L’impronta ambientale

Non ho parlato di impronta a caso. Infatti l’impatto di ogni essere umano sul pianeta si chiama, appunto, impronta ambientale.
Questo concetto va ben oltre il riciclo o l’utilizzo di un’auto elettrica, infatti è importante capire che ogni nostra azione ha impatto con l’ecosistema. Il cibo, l’utilizzo dell’acqua, le fonti energetiche, l’abbigliamento, gli spostamenti, la superficie che occupiamo, il nostro stile di vita, i rifiuti: tutto lascia un’impronta.

Da qui arriva il primo concetto importantissimo su cui è necessario riflettere: noi stessi facciamo parte dell’ecosistema, non siamo un’entità separata, non esiste un “noi” e un “loro”.
Non tutti, purtroppo, sono consapevoli di questo ma sono profondamente convinto che non sia una scusa ammissibile per non essere noi che – ciascuno, in prima persona e per primi – ci prendiamo carico di questo problema e lo affrontiamo con consapevolezza.

Consapevolezza è la parola chiave

Esattamente come nello sport, in cui essere consapevoli di come funzioniamo ci permette di migliorarci e ottenere risultati importanti, anche nell’affrontare la vita di tutti i giorni dobbiamo sapere che ogni nostra azione ha un risultato nell’ambiente in cui viviamo e nell’aria che respiriamo. Lascia un’impronta, appunto.

Lo spunto per scrivere questo post mi è arrivato da una ricerca, pubblicata a dicembre 2020 su Nature, che si intitola Calculation of external climate costs for food highlights inadequate pricing of animal products.

Per fartela brevissima – un bignami proprio -, la ricerca evidenzia come, se dovessimo pagare anche i costi climatici dei prodotti di derivazione animale, un etto di carne costerebbe molto più del doppio, i prodotti di derivazione animale arriverebbero a raddoppiare i prezzi mentre i vegetali rimarrebbero quasi inalterati (con le dovute eccezioni, chiaramente). Ci troveremmo infatti a dover compensare il consumo d’acqua, le emissioni di CO2 legate all’intero processo produttivo e distributivo, l’occupazione del territorio (lo sapevi che per allevare, nutrire e quindi produrre un solo chilo di carne si occupano quasi 150 m²?).

Ma se questa compensazione non la paghiamo noi, chi lo fa? L’ambiente, ovviamente. E poi passa a chiedere il conto.

È un esempio, il click che fa partire una riflessione: non sto dicendo che dobbiamo essere tutti vegani o vegetariani altrimenti siamo cattivi. La mia riflessione è legata soprattutto a una domanda: ci abbiamo mai pensato?

Questa riflessione dovrebbe influenzare le nostre scelte, il nostro stile di vita, le nostre azioni, le nostre abitudini.

Le buone abitudini

Se entrassimo nel dettaglio per analizzare ogni nostra abitudine, ogni ambito della nostra vita, non ci sarebbe spazio e tempo a disposizione ma, se vuoi, lo approfondiremo in futuro. Per ora è importante modificare le nostre abitudini ponendoci sempre la domanda “che impronta sto lasciando sul pianeta con questa mia azione?”.

Basta leggere le etichette e le provenienze dei cibi, fare scelte di mobilità sostenibile, risparmiare acqua ed energia quando è possibile, acquistare prodotti che siano sviluppati con un occhio di riguardo all’ambiente. Agire con consapevolezza, appunto.
Sì, perché fortunatamente anche moltissime aziende stanno sviluppando una coscienza sull’impronta ambientale. Ti faccio degli esempi veloci (e a caso) legati al mondo dello sport.

adidas con il progetto Parley (e il tessuto blueknit) utilizza plastiche di recupero da mare e spiagge per la realizzazione dei tessuti e delle tomaia e, dal 2024, tutti i suoi prodotti useranno filati di riciclo. L’azienda tedesca è stata la prima a intraprendere un programma di sostenibilità ambientale e ora è entrato di prepotenza nell’intero sistema aziendale.

Hoka One One ha la quasi totalità delle scarpe certificate “Vegan”. Che non solo significa che non sono stati utilizzati materiali di provenienza animale (alcune colle ancora lo sono) ma che il processo produttivo è orientato a ridurre al minimo l’impatto nell’ecosistema.

ASICS ha aderito al Fashion Pact: un’accordo tra le aziende di moda per ridurre drasticamente il loro impatto ambientale.

Queste sono solo tre ma la lista è lunghissima. Per farti altri esempi, Wild Tee ha un programma di riplantumazione per colmare il carbon offset ed è parte di 1% for the Planet; Patagonia è da sempre impegnata sulla tracciabilità e la sostenibilità dei propri prodotti. E poi ci sono The North Face, Brooks, New Balance e moltissimi altri.

E quindi come fare?

Non voglio fare un elenco troppo lungo: basta dare un’occhiata ai prodotti e ai siti dei brand per capire la loro posizione sulle tematiche ambientali. Ma noi runner – e tutti noi esseri umani – dobbiamo farlo, dobbiamo porci la domanda e pretendere una risposta.

Perché ogni nostra scelta, dal cibo alle scarpe, dev’essere orientata a ridurre la nostra impronta. Da subito.

 

(Credits immagine principale: julief514 on DepositPhotos.com)

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Sandro Siviero
Sandro Siviero (detto BIG): vive, lavora, scrive e corre in una località sconosciuta a tutti, localizzata dall'intelligence in una non meglio definita area nelle terre di Mordor. Big è una sorta di entità grigia che tutto vede e tutto controlla. Essere mitologico, ai collaboratori di RunLovers è concesso vederlo solo in occasione delle festività nazionali della Papuasia e solo in fermo immagine. Cioè mentre corre.
 Qua dentro è quello che decide chi vive e chi muore e, per questo, noi lo amiamo di un amore disinteressato e spontaneo.

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