Paco, a unghie rotte e mani aperte

Ciao Paco. La fine non è la fine.

Tempo di lettura: 2 minuti

Paco si metterebbe a ridere e mi direbbe di lasciar perdere, se sapesse che sto scrivendo un post come questo.
Era una persona timida e discreta e queste cose lo imbarazzavano e infastidivano. Se ne è sempre fregato di cosa gli altri pensassero di lui e usciva dalle logiche “social” che influenzano i nostri comportamenti.

Non siamo pronti a morire per la verità, ma solo per accaparrarci la stima reciproca, e incondizionata, di persone che non sanno neppure come è fatta la tua faccia quando ridi, scriveva.

E ha scritto così tanto (e bene) anche qui su Runlovers che, questa volta, credo sia giusto che Runlovers scriva di lui. Nonostante sia realmente impossibile darne un’immagine che anche solo si avvicini alla sua vera essenza. Ironia della vita, a due anni esatti dal suo primo post.

Francesco “Paco” Gentilucci non si può definire, come avviene per tutte le anime libere, ed era una di quelle rarissime persone che, quando entrano nella tua vita, la riempiono di cose nuove, diverse, e te la cambiano.
E credo che chiunque l’ha conosciuto la pensi come me.

Paco era una esploratore della vita, senza misure, punk.
Aveva capito la gioia che si prova nel fare quello che ami e di come questo significhi essere davvero liberi. Lui non subiva la vita, non si lasciava trasportare, combatteva per viverla come voleva lui.

Mentre scrivo, ho in mano Unghie Rotte Mani Aperte (URMA), la fanzine (come amava definirla) che spediva agli amici, fotocopiata e rilegata con un laccio, e lui è lì dentro.

E allora che venga l’oscurità,
Che venga la paura.
Dovrò pur iniziare da qualche parte,
E allora tanto vale che sia da qui

Comincia così l’ultimo numero dedicato alla notte. E Paco le esplorava, quell’oscurità e quella paura. Non a caso, qualche settimana fa, mi ha scritto un messaggio in cui parlava proprio di questo. Il medico gli aveva proibito di andare in bici e mi diceva “Non è un problema: devo ancora esplorare i confini della paura con l’arrampicata”. E stato il primo pensiero quando ho saputo dell’incidente.

Non era uno stupido, non pensare fosse un malato di adrenalina. Ripeto: era un esploratore della vita, lo faceva con il corpo e con la testa.
E lo faceva correndo.

Proprio sulla corsa è l’ultimo suo pensiero che vorrei condividere con te che stai leggendo. Gli altri rimarranno tra me e lui, come nei nostri lunghi flussi di coscienza telefonici.

Se ti piace definirti un corridore e non hai la forza di trovare sufficienti motivazioni per correre, a prescindere da tutto, non sei un cazzo di corridore. Questa è l’unica cosa che volevo scrivere e che mi porterò dietro stanotte. Siamo tutti fragili e terrorizzati dal futuro, siamo tutti piegati dal presente.
Siamo tutti troppo bravi a raccontarci delle stronzate.
Esci a correre.

Ciao Paco! La fine non è la fine.

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