L’impronta ecologica del runner

Quanto inquiniamo per fare la nostra corsa quotidiana? E per correre una Maratona, magari quella di New York?

Tempo di lettura: 3 minuti

Siamo runner, corriamo spesso all’aria aperta, partecipiamo a gare di trail nei posti più belli e cerchiamo di goderci al massimo gli angoli di natura in cui abbiamo la fortuna di capitare durante le nostre corse. Ma sappiamo quanto pesa, in termini di produzione di inquinamento, ogni nostra corsa? Devo essere sincero, non è una domanda che mi sono posto molto di frequente, perché, in effetti, ho sempre pensato che l’inquinamento che può causare una mia corsa fosse solo quello dell’anidride carbonica espirata – poca roba, in effetti, visto che tutti gli esseri viventi producono CO2 con la respirazione e non inquinano di certo.

Le cose però, non sono così semplici. Correre, inteso come attività ricreativa svolta a livello locale, non aggiunge effettivamente quantitativi significativi di emissioni di gas all’ambiente, per cui potrebbe essere considerata un’attività assolutamente green che non va a pesare sulle circa undicimila (11.000!) tonnellate di CO2 che un comune cittadino europeo produce ogni anno, e resta in linea con altre attività sportive come il tennis o il calcio. Il problema pertanto è legato a tutto ciò che ruota intorno alla corsa, al livello che il runner intende raggiungere e alle competizioni a cui vuole partecipare.

Il peso maggiore di quella che viene definita “impronta ecologica” (Carbon footprint in inglese) è dato dalle due componenti nutrizione-acquisti, che riguardano ciò che di diverso viene mangiato dal runner rispetto alla normale dieta (ad esempio le barrette o i gel che vengono consumati durante le lunghe distanze e i sali minerali) e ovviamente scarpe + abbigliamento. Questi due elementi (la loro produzione e il trasporto in negozio o fino a casa) aggiungono mediamente 0.6 tonnellate di emissioni di CO2 all’ambiente, oltre a quanto normalmente prodotto. Un po’ a sorpresa, invece, il peso che ha la componente relativa al trasporto, inteso come tragitto da fare per svolgere l’attività sportiva, è limitato, grazie al fatto che la corsa ha di buono di poter essere svolta nei pressi di casa e non necessita di grandi spostamenti per gli allenamenti.

Fin qui, comunque, l’incremento è abbastanza moderato e potrebbe essere compensato semplicemente diminuendo l’uso dell’auto, magari andando a lavoro o a fare la spesa a piedi o con i mezzi pubblici. Il problema più grande nasce quando i runner viaggiano per partecipare a gare lontane da casa, in particolar modo quando per spostarsi hanno necessità di utilizzare un aereo. Il runner che da Roma va a Berlino per la Maratona, o peggio ancora quello che dall’Europa vola a New York, incrementa fino al 35%, in una sola volta, la propria produzione di CO2 annua. Significa che oltre le undicimila tonnellate prodotte normalmente, per andare e tornare da New York raggiunge una produzione di quasi quindicimila. Con un solo viaggio.

COSA POSSIAMO FARE QUINDI?

Visti i dati, per mantenere il più possibile la nostra impronta ecologica a livelli bassi, possiamo pensare di programmare i nostri spostamenti per le Maratone utilizzando mezzi meno inquinanti rispetto all’aereo (il treno per esempio), ma poiché questa possibilità non è applicabile in alcuni casi (andare a New York in treno è difficilotto), dovremmo cercare di lavorare su quanto fattibile nel quotidiano, quindi soprattutto cambiare qualcosa nelle nostre abitudini di consumo. Spendere qualche euro in più per una maglia o un pantaloncino per allenarci, in modo che possa durare più a lungo, acquistare le scarpe in un posto vicino, fare la spesa al mercato del nostro quartiere. Piccole accortezze della vita quotidiana che ci faranno allacciare le scarpe con la consapevolezza di aver fatto qualcosa di buono per il nostro pianeta, che è l’unico in cui possiamo vivere, e correre.

Photo credits: ColiN00B su Pixabay

(Ispirato dall’articolo “The Carbon Footprint of Marathon Runners: Training and Racing“ di Castaignède et al., 2021.)

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