La lavatrice

Tempo di lettura: 5 minutiSiamo molto felici di ospitare una serie di post di Stefano Pampuro che parlano di una splendida avventura che ha vissuto nell’Africa dei runner. 

Nel gennaio 2020 Stefano ha sentito l’esigenza di intraprendere una nuova avventura in Africa, nella culla del running, allenandosi sugli altopiani del Kenya e dell’Etiopia insieme ad alcuni degli atleti più forti al mondo. Un’esperienza che gli ha fatto toccare da vicino i drammi di un continente che fatica a rialzarsi, nella cornice dell’epidemia più grave degli ultimi cent’anni. Da questa esperienza è nato un libro: Oltre il confine. Viaggio verso il cuore della corsa. Il libro è uscito il 29 aprile e lo puoi acquistare su Amazon.

Buona lettura!

Kapsabet, 27 gennaio 2020

Qui in Kenya la maggior parte degli elettrodomestici a cui siamo abituati in Occidente non esiste, o se esiste la gente comune non li usa. Sei giorni fa, entrando al camp per la prima volta, avevo notato uno stuolo di vestiti stesi sulle siepi ad asciugare. Mi ci è voluto veramente poco per capire che qui i ragazzi sbrigano il bucato a mano. Visto che non sono venuto qua per rivoluzionare le loro abitudini, ma anzi per seguirle, all’ottavo giorno mi presento con il mio sacco pieno di vestiti sporchi nel praticello dietro la baracca degli attrezzi, dove c’è un rubinetto e delle catinelle di plastica. In realtà avevo in programma di lavare i miei vestiti tre giorni prima ma Martin, il mio compagno di stanza, ci aveva pensato per me dopo che mi aveva visto crollare di ritorno da un’uscita mattutina di quindici chilometri. Sinceramente, pure al livello del mare, alle sei del mattino, avrei avuto difficoltà a correre quella distanza, ma con l’altitudine di mezzo era stato tragico. Così, al mio risveglio tre ore dopo, il mio sacco del bucato non c’era più. L’avevo ritrovato vuoto e i miei vestiti tutti stesi ad asciugare. Martin, vedendomi K.O, non ci aveva pensato su e mi aveva lavato fino all’ultimo calzino. Oggi però tocca a me quindi ho raggiunto la zona “lavanderie” munito di bacinella e un pezzo di sapone. L’ultima volta che avevo lavato una cesta di roba sporca penso fosse stata un anno fa e il risultato era stato una schiena spezzata, una montagna d’acqua sprecata e i vestiti ancora macchiati. Cerco un posto dove sedermi e comincio, Martin è accanto a me ma c’è anche Felix. Questo ragazzo è nato con due doni speciali. Il primo sono le gambe ovviamente, l’altro è il sorriso che non perde mai. Sapevo che i keniani non fossero inclini ad arrabbiarsi, ma questo è sempre di buon umore.

– E così vieni dall’Italia – mi chiede mentre cerco di raddrizzare un calzino.

– Si, ci hai mai corso? –

– No, ho corso in Francia –

– Ah si? Dove? –

– Lens – mi risponde secco.

– L’hai vinta? – domando.

– No –

– Fammi indovinare… l’ha vinta un keniano? – chiedo scherzando.

– Sì, sì, come lo sai?-

– Ero ironico – rispondo. – Ah ok, perché in effetti ha vinto un keniano –

– Il punto è che vince sempre un keniano – faccio notare. – Non sempre – interviene Martin, intento a immergere una scarpa in un secchio pieno di acqua e sapone.

– A volte vincono gli etiopi – precisa. In Europa abbiamo abbastanza chiaro perché siano i più forti, ma mi sono sempre chiesto se loro ne abbiano una minima idea.

– E secondo voi perché vincete sempre o voi o gli etiopi?- Felix si alza e prende posto nel mio sgabello. È così traballante che per poco non finiamo nel fosso dietro di noi ma lui non ci fa nemmeno caso.

– Vedi Steven, noi abbiamo l’altitudine e gli sterrati –

– D’accordo, ma quelli li abbiamo pure in Europa –

– Ah beh, vedi Steven, certo, poi noi abbiamo il vero segreto… –

– Si, ma qual è? –

Felix comincia a contare con la mano.

– L’altitudine, primo –

– Ok, altitudine prima cosa – ripeto.

– Secondo, gli sterrati –

– E fin qui, non ci piove. Sterrati – ripeto ancora.

– E terzo… – Mi mostra il tre con le dita.

– L’ugali! – e scoppia in una risata fragorosa con Martin.

Sono passati dieci minuti, ho lavato si e no metà del bucato e ho la schiena a pezzi. Butto un occhio a Martin, lui ha già accumulato nel secchio una montagna di magliette pulite che sembrano nuove. Ma come fa, penso mentre mi raddrizzo la schiena.

– Martin senti, ma non sarebbe meglio comprare… che so… una lavatrice?- azzardo spiando la sua reazione. – Lavatrice? – ripete tranquillamente. – Eh, sì. Una lavatrice – No. Occupa spazio – sentenzia gettando l’acqua sporca della catinella nel prato sotto di noi. – Ok Martin, come non detto – concordo rassegnato. Il problema di correre ogni giorno alla mattina e al pomeriggio è che si accumula una montagna di roba sporca da lavare. Se non ci prendo la mano nel giro di tre o quattro lavaggi dovrò chiedere al fisioterapista di trattarmi la schiena invece che le gambe. Mi rimetto sotto con le calze compressive piene di fango mentre il prato si è trasformato in una specie di acquitrino. Felix mi sta fissando da un po’ con un sorriso stampato in faccia. Penso che stia per spararne una grossa. – Steven tu di che religione sei? – mi domanda tre secondi dopo. – Nessuna. Sono agnostico. -Agnostico? – ripete. Questa parola non deve averla mai sentita in vita sua.

– Non credo in Dio – provo a spiegare, ma per come l’ho detta deve averla presa come una bestemmia.

– Come non credi in Dio? E in che cosa credi? – mi domanda incredulo.

– In niente – rispondo. Ma non sono convincente. Martin si gratta il mento scambiandosi un’occhiata con il compagno. Poi mi squadra un attimo e mi domanda se per caso non vada nemmeno in chiesa.

– Non più. Ci andavo quando ero piccolo – rispondo mentre strizzo la maglietta rossa dell’Asics.

In questo momento potrei entrare nella testa di entrambi e vedere cosa stanno pensando. Si staranno sicuramente chiedendo cosa diamine sia accaduto di così traumatico per prendere una tale sbandata e trasformarmi in un eretico.

– Non credo in quello che non vedo – provo a buttare nella mischia anticipando la loro prossima domanda. Ma è una conversazione per cui sono già passato tante volte e so che è un labirinto senza uscita. In questi casi cerco sempre di sganciarmi come  un pilota che si butta col paracadute dall’aereo in fiamme. I due però non mollano l’osso, vogliono vederci chiaro. Non so se sia più commovente il loro tentativo di aiutarmi con il bucato rimanente o quello di salvare la mia anima dalla dannazione. Alla fine, dopo mezz’ora, arriviamo a un compromesso. Io potrò continuare a credere nella scienza e nelle cose tangibili come San Tommaso, ma in cambio sabato prossimo li accompagnerò in chiesa. Mi sembra un buon patto e i miei vestiti intanto sono tutti lavati e profumati. Se questo non è un miracolo che cos’è?

(Credit immagine principale OlegDoroshenko on DepositPhotos.com. Le altre immagini sono dell’autore)

 

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