Iniziare a correre: la storia di Emanuela

Questa è una storia in cui forse potresti identificarti. Questa è la storia di Emanuela, ma è anche un po' la tua

Tempo di lettura: 6 minuti

Ascolta “S02E38: Iniziare a correre – La storia di Emanuela” su Spreaker.

Questa puntata è la prima di un ciclo di quattro appuntamenti in cui i protagonisti siete voi.
Per certi versi sono la risposta a una domanda che abbiamo posto mesi fa, che suonava quasi come una proposta: ci racconti la tua storia di corsa? Come hai iniziato, cosa ti ha spinto, cosa ti motiva a continuare?

Non cercavamo racconti di gare o personal best ma piuttosto il lato più emotivo e intimo di quella che è, a tutti gli effetti, un’esperienza molto personale.

Questo è il racconto di Emanuela, narrato dalla sua stessa voce durante la diretta di Fuorisoglia Live di mercoledì 16 giugno scorso. La sua è una storia in cui molti si possono riconoscere e ci piace immaginarla come la scoperta di ciò che si è veramente, quando gli altri – anche chi ti vuole bene – ti dicono che sei una persona in cui non ti riconosci.
Ma lasciamo parlare Emanuela.


Questa storia comincia in un momento indefinito della mia infanzia. Mi viene spontaneo farne coincidere l’inizio con la formazione del mio carattere, quel momento in cui tutti noi siamo altamente ricettivi ma già guidati dalla traccia di chi diventeremo.

Ero una bambina sola, per scelta altrui. I miei genitori erano quel tipo di mamma che pensa tu ti possa far male a ogni passo e quel tipo di papà dal carattere imponente. Consideravano l’influenza degli altri bambini come necessariamente negativa, come se potessi venire in qualche modo inquinata dal modo d’essere altrui.

Mischiare questi fattori potrebbe portare al prevedibile, pericoloso risultato di un carattere mite, timoroso, insicuro.

La traccia di me stessa che si stava delineando, invece, portava a tutt’altro.

Sono stata una bambina felice in famiglia e profondamente infelice al di fuori delle mura domestiche. Oggi quello che ho subìto negli anni di frequentazione delle scuole risponde al nome di bullismo, nella sua forma più pura.

C’era tutto: le canzonature, gli spintoni giù per le scale, le corali risate per qualsiasi mia mossa, l’esclusione dalle attività di qualsiasi natura, la totale mancanza di supervisione, comprensione e provvedimenti da parte di chi avrebbe dovuto farlo. Il mio contributo alla faccenda, purtroppo, constava di una corporatura tutt’altro che esile, un’altezza già sopra la media, un paio di occhiali da vista piuttosto spessi, un’innata goffaggine e un carattere poco incline alla reazione.

Ho vissuto così molti anni, essendo l’ultima a essere assegnata a una squadra, abituandomi alle manifestazioni di disappunto dei compagni costretti a includermi, così come mi stavo abituando a pensare di non essere assolutamente portata per alcun tipo di sport. Irrisa, derisa, umiliata, limitavo i miei movimenti al minimo indispensabile in un atteggiamento altamente conservativo, cercando di diventare invisibile e alzando mura difensive altissime che all’epoca non capivo essere costruite col mio benestare.

Chiudere qualsiasi porta e raggomitolarmi a riccio mi era sembrata l’unica soluzione possibile, mentre invece era solo quella più semplice, immediata e pericolosa.

Fortunatamente, da noi stessi non possiamo scappare, perlomeno non del tutto. Perché se quella che ci definisce è solo una traccia, credo altresì che siamo noi stessi a decidere chi vogliamo diventare.

In quel momento il campanello d’allarme si manifestò attraverso delle reazioni che una pediatra poco attenta riassunse annunciando un sospetto di autismo. Si mise in moto un infernale ciclo di visite e test, ai quali mi sottoponevo senza fiatare, alimentando il sospetto che in me ci fosse veramente qualcosa di definibile con una sola parola.

Finché approdai nello studio di un dottore dalle scarpe sgargianti. Ricordo ancora che erano arancioni, con le stringhe gialle.

Nella mia percezione di bambina lo rendevano simile a un clown oppure a un personaggio dei cartoni animati e mi fu subito simpatico. Quel dottore non ebbe alcun dubbio: le mie mani chiuse in due stretti pugni, il mio silenzio, il mio sguardo sfuggente, la mia mente sempre altrove, i miei piedi che si muovevano ritmicamente e costantemente, non erano altro che i segnali di una personalità trattenuta, di una voglia esplosiva, di tentativi tenuti al guinzaglio. Disse poche, semplici parole, a mia madre : “Signora, questa bambina ha bisogno di lasciarsi andare. La porti in un prato, la faccia correre, la lasci libera. Non è autistica, è in gabbia”.

E così fece. Appena uscite dallo studio del dottore dalle scarpe arancioni, mia madre volle fare un tentativo. Trovò un prato senza ostacoli né pericoli, aprì la portiera dell’auto e disse semplicemente “Vai”. Ero impreparata. La guardai, guardai il prato, e poi ancora lei. “Vai”.

E io andai. Mi lanciai letteralmente fuori dalla macchina, le gambe due pistoni impazziti, gli occhi verso il cielo, il cuore martellante.

Quella sera, per la prima volta, mi addormentai appena la mia testa toccò il cuscino. Le risate sghignazzanti dei miei compagni, il timore per la giornata successiva da affrontare, il dubbio su quale sarebbe stato il pretesto per umiliarmi, per una volta non vennero a farmi compagnia.

Quello fu il giorno in cui nacque una forma embrionale appena abbozzata di amore per la corsa. Ci vollero ancora tanti anni, tante sconfitte, tanti chili da combattere accumulati in un’adolescenza segnata da un vago disturbo alimentare e dalla rassegnazione delle persone alle quali chiedevo aiuto.

“Sei di costituzione robusta. Hai le ossa grosse. Non hai un fisico fatto per lo sport. Non puoi esagerare”.

Non capivo che in realtà stavo semplicemente cercando di evitarmi la delusione di scoprire che ero davvero senza speranza. Davano per scontato che non fossi forte. Che non sarei stata in grado di affrontare ulteriori sconfitte. Cercando di proteggermi, mi stavano affossando. Raggiunsi un peso patologicamente pericoloso, oltre che psicologicamente invalidante.

L’aspetto più difficile, ma anche più affascinante, dell’adolescenza, quello che devo ringraziare per avermi fatto incontrare la me di oggi, è la ribellione. Ero convinta di rivolgere la mia ribellione agli altri, mentre invece mi stavo ribellando a me stessa e al fatto di aver creduto a ciò che pensavano di me.

Ho fatto tutto da sola. Ho cominciato con delle lunghe solitarie camminate, che dopo i primi quindici chili persi si sono trasformate in un’iscrizione in palestra, passo non da poco per una figlia del bullismo. Superai la paura di inciampare sul tapis roulant, di riconfermarmi un disastro e semplicemente, ci provai. Non caddi.

Altri dieci chili se ne andarono, e con loro anche una buona parte di insicurezza e di goffaggine. Il passo successivo fu, nella maniera più naturale possibile, una gran voglia di provare tutto ciò che mi ero preclusa negli anni precedenti. Allenamento funzionale, nuoto, sci, passeggiate in montagna. Imparai, e mi innamorai. Imparai che spesso siamo l’unico limite di noi stessi e che tante paure e insicurezze le abbiamo assorbite dagli altri, facendole nostre e accomodandoci dentro un guscio caldo e comodo. Mi innamorai delle sensazioni che precedevano e che seguivano e alla fine sì, anche del mio povero fisico da ex obesa che rispondeva a quanto gli chiedevo di fare e che bramava di dimostrarmi fino dove ci potevamo spingere.

Per ultima fu il turno della corsa.
Verso la corsa ho sempre avuto una sorta di timore reverenziale. La consideravo la fatica per eccellenza, osservavo i runners con le loro tenute sgargianti come fossero stati astronauti pronti a salire su una navicella spaziale. Li ammiravo, li temevo e li invidiavo. Quando ho capito che l’unica forma sana di invidia è quella che ci porta a migliorarci, forte delle dimostrazioni date a me stessa fino a quel momento, un giorno presi coraggio e uscii.

Bastarono i primi dieci minuti per farmi ritrovare la stessa sensazione che provai quel giorno della corsa nel prato. Un’ondata di piacere, quasi violenta, travolgente, tale da farmi iniziare a sorridere da sola. Per primi giunsero i ricordi di un dottore con le scarpe arancioni e di un prato, immediatamente seguiti da un’euforia che seppi spiegare solo paragonandola a un incontro fra innamorati dopo un lungo viaggio.

È passato qualche anno e ancora oggi provo nei confronti della corsa una strana forma di rispetto, come se non mi fosse mai appartenuta del tutto. Come un amante che non si smette mai di conoscere, con cui il rapporto non è mai scontato e va coltivato a ogni incontro. Ancora oggi mi stupisco di ogni chilometro raggiunto e di ogni minuto rubato al gps, custodendo dentro di me ancora un po’ di quella bambina impaurita e insicura che stringeva i pugni, gli stessi pugni con cui poi avrebbe demolito la gabbia che la imprigionava.

Quando corro, a volte, non capisco se il cuore batte per la fatica o per l’emozione.

Ho incontrato la mia magia, e auguro a tutti, un giorno, di incontrare la propria.


Anche questa puntata è stata registrata durante Fuorisoglia Live. Si tratta di un esperimento che unisce i contenuti a cui ti abbiamo abituato all’interazione con il pubblico che, nel frattempo commenta, mentre assiste a tutti gli effetti a una registrazione di Fuorisoglia, così potrai scoprire anche come lo facciamo :)

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