Il regalo della neve

Correre sulla neve regala sensazioni incredibili, ci fa vedere le cose sotto un'altra ottica e fa sempre pensare di poter ripartire.

Tempo di lettura: 2 minutiC’è un detto Norvegese – Scandinavo in realtà, perché anche in Svezia si usa – che dice che “Non esiste il cattivo meteo, solo abbigliamento inadeguato” (Det finnes ikke dårlig vær, bare dårlige klær). Ci sono un sacco di altre versioni, di cui una celeberrima ripresa da Bill Bowermann (non esiste il cattivo meteo, solo atleti arrendevoli), ma la versione Scandinava è quella che più mi si addice e sento mia. Me lo porto dietro da quando le mie vicissitudini lavorative mi avevano portato a vivere per periodi più o meno lunghi nel profondo Nord, e insieme a quello mi porto una nostalgia quasi inspiegabile per le corse sulla neve e per i paesaggi imbiancati. Forse è una cosa dovuta al fatto che nella mia terra d’origine ci siano ben poche opportunità per vedere la neve, o forse perché mi affasciano in maniera incredibile le storie degli esploratori dello scorso secolo che sfidavano i ghiacci polari per poter raggiungere i posti più inospitali della Terra col solo obiettivo di poter dire “sono stato il primo ad arrivare qui”, o magari è un mix di entrambe le cose e chissà cos’altro ancora, la mente umana ha dei risvolti che a volte non si capiscono e basta. Fattostà che, ogni volta che sento che in qualche zona della Sardegna è nevicato, a me venga voglia di mollare tutto quello che sto facendo ed andare in quel posto, allacciare le scarpe e fare qualche passo sulla neve. Di corsa, se possibile, soprattutto se c’è la neve fresca, quella che se ci poggi sopra il piede non ti fa scivolare, ma accoglie la pianta come se stesse aspettandola, pronta a rivelarne l’impronta. Oltre a questo, c’è un altro fattore che mi fa piacere davvero molto il correre mentre nevica, ed è che la neve è incredibilmente silenziosa – ed è uno dei casi per cui vale la pena mettere in pausa la playlist. È silenziosa mentre cade ed è silenziosa una volta a terra. Il rumore dei passi viene smorzato, e sembra di star correndo sulle nuvole. Solo il rumore affievolito dei passi e quello del respiro, che, se la corsa sta andando come dovrebbe, è quasi unisono con quello del piede che tocca il terreno. E poi c’è il fatto che la neve trasforma qualsiasi paesaggio, anche il più brutto, in qualcosa di affascinante e se sei fortunato e corri verso un’alba o un tramonto innevati, viene da pensare che non vorresti mai smettere di farlo.

Ma la cosa in assoluto che preferisco del correre sulla neve fresca è che ti permette di costruire una strada dove prima non c’era niente, scoprire un sentiero nuovo che è solo tuo, e questo mi dà un senso di pace difficile da spiegare. La neve permette all’atto del correre di salire di livello e di trasformarsi in qualcosa che è più di un mero gesto atletico. Il regalo della neve è che ci lascia disegnare la strada, decidere il percorso che vogliamo fare e lasciare il passato alle spalle, e quando ci posso correre sopra mi fa pensare che sia possibile, ogni volta, ripartire.

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Pietro Paschino
Pietro corre, sempre. Anche due volte al giorno. Si narra che, a causa di tutte le scarpe che ha consumato, i negozi specializzati gli stendano un tappeto rosso per favorire il suo ingresso tra squilli di trombe e urla di tripudio. Pietro è una persona meravigliosamente incoerente: prende la corsa con serietà ma ci scherza su; ama la Sardegna e gli manca la Norvegia. Pietro racconta in modo stupendo la corsa vissuta da uno che la pratica con amore viscerale, e questa è la cosa più importante.

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