Gino Bartali, il Giusto

Tempo di lettura: 4 minutiAscolta “BARTALI – Una guerra in bicicletta” su Spreaker.

Confesso la mia ignoranza. Confesso che ho sempre saputo chi fosse Bartali ma non sapevo con esattezza quanto fosse immenso questo campione di ciclismo e quanto definirlo solo nell’ambito del ciclismo sia, tutto sommato, riduttivo.
Confesso che ero vittima dell’abitudine del definire ogni persona per ciò che fa e non per ciò che è. Quello è un medico, quella è un’insegnante, quello è un calciatore quell’altro è un ciclista. Il bellissimo podcast intitolato “Gino Bartali – Una guerra in bicicletta”, scritto e recitato da Andrea Martina, ne restituisce una dimensione umana finalmente completa: non più “solo” quella del campione di ciclismo – come se fosse poca e riduttiva – ma soprattutto quella umana e sociale.

Perché Bartali non fu solo uno – se non il più – forte campione di ciclismo che l’Italia abbia mai avuto ma fu un uomo politicamente e socialmente impegnato, e lo fu in un’epoca tremenda e mortale come quella fascista ma, allo stesso tempo, in un periodo in cui la parte giusta e quella sbagliata erano molto ben definite. E Bartali, per definizione, educazione e spirito, seppe fin dall’inizio che la sua era la parte giusta. E la storia gli diede ragione.

Uno sportivo e il suo tempo

Quando si pensa all’eroismo del ciclismo, il suo e quello di Coppi sono i due nomi che inevitabilmente vengono in mente, subito.
Dici ciclismo e pensi subito a lui perché a quelle storie e a quelle vittorie è legato il concetto di età dell’oro del ciclismo. Di campioni ce ne sono stati altri e altri ce ne saranno ma esiste in ogni epopea una storia più potente delle altre, e spesso è la storia dell’origine, quella a cui tutte quelle che seguono si riferiscono per confronto. Qualsiasi campione sia venuto dopo Bartali o Coppi – almeno nell’immaginario collettivo – si è sempre dovuto confrontare con questi eroi sportivi e ha dovuto, volente o nolente, vivere e gareggiare all’ombra di questi grandi alberi secolari.

Bartali è una delle stelle polari di questo universo: nei decenni resta la più luminosa e per il futuro resterà sempre un sistema di riferimento, una direzione da seguire.

La sua stella è ancora più luminosa perché Bartali resterà per sempre un campione che ha fatto della sua vita un’opera luminosa, e non parlo solamente di quella sportiva. Quella è nota ed è fatta di innumerevoli Giri d’Italia e Tour de France vinti, di decine di gare più o meno note vinte, di centinaia di migliaia di chilometri percorsi in allenamento, fra alti e bassi della carriera, risalite dopo sconfitte, recuperi e trionfi. Ma la sua vicenda parallela e la vera colonna portante della sua vita è la sua monumentale figura costruita in opposizione all’italiano più potente e temuto del tempo: Benito Mussolini.

A Gino Bartali Mussolini non poteva piacere per mille motivi: per educazione familiare, per inclinazione di spirito e per fede politica. Ma, a differenza di molti sportivi che vivono la loro carriera e non si vogliono immischiare di altro, egli volle mettere la sua parabola agonistica al servizio di un ideale che più che politico era sociale. L’energia che gli scorreva nei muscoli era quella della sua volontà ma era anche la consapevolezza del suo ruolo sociale e della sua importanza civile: Bartali sapeva benissimo che le sue vittorie non erano solo traguardi sportivi ma qualcosa di più. Erano affermazioni politiche, erano imprese che avevano un’importanza che esulava dal puro contesto agonistico e si stagliavano in quello più ampio e sociale.

In un tempo in cui ogni gesto pubblico era politico e in cui la vita privata di un cittadino particolare come un campione sportivo era un’affermazione politica, ogni sua presa di posizione non era solo la parola del cittadino Gino Bartali ma l’espressione di una parte politica che, sebbene minoritaria, era fiera e trovava la voce per farsi sentire.

La sua vicenda esistenziale e sportiva è interessante anche se situata in un contesto molto diverso da quello attuale: a quel tempo ogni gesto era, come si diceva, pubblico e la responsabilità del campione non era solo quella di vincere una gara o un Tour ma di farlo a nome di una nazione. Ogni sua azione si proiettava su uno sfondo molto più grande dell’evento sportivo singolo e del singolo atleta e diventava un evento mediatico usato abilmente dal regime per dimostrare qualcosa. E Bartali a quel gioco non ci stava. Quando vinse il primo Giro d’Italia nel 1936 venne ricevuto da Mussolini per il meritato riconoscimento del regime. A quell’appuntamento ufficiale Bartali si presentò con una camicia non nera, prendendo una precisa posizione politica.

Il racconto di una vita, non solo sportiva

Uno dei tanti pregi di questo podcast, scritto e recitato dallo scrittore e sceneggiatore Andrea Martina, è quello di restituire un ritratto di Bartali molto più profondo di quello semplicemente sportivo. Bartali, nella scrittura di Martina, non è solo il campione sportivo ma è il campione dello spirito, è l’uomo semplice e consapevole del suo ruolo sociale che si vede come strumento di qualcosa di più grande a cui si vota consapevolmente, caricando sulle sue spalle e sulle sue gambe il peso di azioni più grandi di una salita eroica o di una volata finale.

Le parole con cui Martina lo racconta sono umane e in molti tratti di grandissima emozione: per la sua capacità di ricreare l’attimo nodale di una gara, per la fulmineità con cui in pochi tratti ricostruisce azioni che sono il culmine di pensieri e ragionamenti. La carriera di un campione può essere letta nelle sue vittorie e nelle sconfitte, ma la terza dimensione della sua esistenza umana, la sua profondità insomma, può essere recuperata solo leggendo la sua vita nell’affresco molto più ampio di una nazione che si stava definendo pur nell’ambito di un regime e di una devastante guerra. Bartali si staglia su questo panorama come un punto fermo molto più stabile di altri, come una vera stella polare.

Il 23 settembre 2013 è stato dichiarato Giusto tra le nazioni dallo Yad Vashem, il memoriale ufficiale israeliano delle vittime dell’olocausto che si trova a Gerusalemme. La menzione gli è valsa per le staffette che lui fece trasportando nel telaio della sua bicicletta documenti che salvarono moltissimi ebrei.

Fra tutte le cose significative e belle che si possono dire della sua figura umana e sportiva questa mi pare una delle più fulgide: Bartali fu un Giusto, ossia un uomo che seppe scegliere la parte della ragione e del cuore. E quel cuore lo spinse a vincere: per se stesso, per un ideale, per l’Umanità.

Altri articoli come questo

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.