Correre è pericoloso?

Da alcuni mesi, in tutta Italia e in gran parte del resto del mondo, è possibile partecipare a gare di corsa su lunga distanza in cui siano presenti anche migliaia o decine di migliaia di atleti. Ci si è arrivati dopo un anno e mezzo di restrizioni all’attività sportiva di massa e, se tutto andrà bene e le accortezze necessarie saranno mantenute (green pass, mascherine e partenze contingentate) forse riusciremo a correre in compagnia senza ulteriori stop. Con il ritorno alle competizioni si è però registrato, purtroppo, anche il ritorno a episodi di cui si farebbe volentieri a meno, quelli in cui un runner perde la vita durante la gara o a causa di essa. Quest’anno, in Italia, i casi sono stati diversi e mediaticamente hanno avuto notevole risalto, com’è plausibile e giusto che sia. Mi sono chiesto – e ce lo siamo chiesti tutti noi della redazione di Runlovers e tante volte anche sul Runlovers Club su Facebook – se la morte di un runner, di una persona che corre, si potesse scongiurare, se c’è magari stato un rilassamento tra le maglie dei controlli medici o se la situazione pandemica abbia attivamente influenzato questo aspetto così triste del nostro tempo libero.

È una domanda che si sono posti anche molti Ricercatori, soprattutto nell’ottica di comprendere in che modo si possa prevedere un eventuale aggravarsi delle condizioni fisiche in soggetti che hanno superato la malattia e che riprendono l’attività fisica. Gli studi svolti hanno individuato alcuni parametri legati agli effetti della CoViD-19 sull’organismo e alla produzione di determinati fattori che potrebbero influenzare le prestazioni sportive. Sono studi molto complessi e che non si possono ancora definire completi, in quanto serviranno molti più dati a livello globale per avere delle statistiche ripetibili ed affidabili. Tuttavia, i risultati ottenuti riguardo ad alcuni aspetti – tra cui il numero delle morti in gara – sono chiari e completamente concordi.

Cosa dicono i dati

Senza entrare nel dettaglio di quelli che sono i parametri fisiologici utilizzati, si è visto che gli organi colpiti dal Sars-Cov-2 nei soggetti allenati attivano molto velocemente una risposta che stimola la produzione di tutta una serie di sostanze legate alla ricostituzione delle condizioni ante-virus (anticorpi in primis, ma anche ormoni o sostanze chimiche), cercando pertanto di eliminarlo e di riportare l’organo alla piena funzionalità. Questo processo è attivato anche nelle persone sedentarie, ma in misura molto minore. Sono in corso diversi studi volti a comprendere come l’aumento di queste componenti possa, da alleato nella lotta al virus, diventare un pericolo per l’organismo, poiché alcune sono note per avere anche effetti negativi in determinate situazioni. Tra tutte, quella più studiata è la classe di ormoni chiamata ACE2, coinvolta sia nel primo contatto del virus con il nostro organismo, sia nell’insorgenza di problematiche di tipo respiratorio e cardiaco (è detta in maniera molto, molto semplice!), che era stata individuata come possibile responsabile delle miocarditi da CoViD-19 registrate in alcuni pazienti guariti dall’infezione. Questi studi, tuttavia, non riescono a rispondere alla domanda: come mai ci sono stati tanti morti in gara quest’anno?

Sebbene – ribadisco – siano avvenimenti di cui si farebbe volentieri a meno, in questi due anni il numero di morti non è statisticamente aumentato rispetto agli anni precedenti e non ci sono elementi per correlare le morti alla diffusione del Sars-Cov-2. Questo numero si è solo concentrato in questo ultimo periodo dell’anno, perché le gare su lunga distanza non erano consentite in primavera (o erano state rinviate, e nel 2020 se ne sono svolte pochissime) e quindi il loro numero è stato maggiore nella stagione autunnale rispetto al solito (basta guardare le sei Major, corse tutte nell’arco di sei settimane).

In conclusione

Una stima fatta analizzando i dati di diversi anni di corse su lunga distanza riguardante la popolazione di runner americana ed europea dice che circa una persona su centoventimila va incontro a problemi circolatori talmente gravi da indurne la morte durante una corsa. Nella metà dei casi queste morti avverrebbero anche durante altre normali attività quotidiane, in quanto dovute a problematiche non diagnosticate e il loro numero potrebbe essere dimezzato se si sostenesse una visita medico-sportiva in grado di individuare le più comuni alterazioni cardiache. In Italia, fortunatamente, la visita medico sportiva è obbligatoria se si vuole praticare attività sportiva agonistica (e noi la consigliamo anche se non si partecipa a gare), e per quanto non possa escludere problematiche acute e dovute ad aspetti non diagnosticabili, è sicuramente una buona alleata per correre con più serenità e divertirci al massimo, godendo del nostro passatempo preferito al meglio e cercando di allontanare dai nostri pensieri quello della morte, festeggiando la vita correndo.

 

credit immagine principale: mikesaran on DepositPhotos.com

Bibliografia parziale
COVID-19 infection and death rates: the need to incorporate causal explanations for the data and avoid bias in testing, di Fenton et al., 2020 
Marathon-induced cardiac fatigue: A review over the last decade for the preservation of the athletes’ health, di Vitiello  et al., 2021
Life-threatening and major cardiac events during long-distance races: Updates from the prospective RACE PARIS registry with a systematic review and meta-analysis, di Gerardin et al., 2021
DNA aptamers masking angiotensin converting enzyme 2 as an innovative way to treat SARS-CoV-2 pandemic, di Villa et al., 2021
Running statistics from Yale University, di Galic, 2021
Mortality during marathons: a narrative review of the literature, di Dayer & Green, 2019
Exploring the Health-Promoting Potential of the “parkrun” Phenomenon: What Factors are Associated With Higher Levels of Participation?, di Cleland et al., 2019
Potential Adverse Cardiovascular Effects From Excessive Endurance Exercise, di O'Keefe et al., 2012
Risk for sudden cardiac death associated with marathon running, di Maron et al., 1986

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