Andare più lontano o più veloce?

L’annosa domanda per cui ciascuno ha una risposta diversa

Qualche settimana fa parlavo con Paolo Barbera, il mio coach, perché dopo un anno quantomeno “problematico” era arrivato il momento di stabilire gare e obiettivi per il 2022. Sempre sperando in una normalizzazione della situazione, ovviamente.

In verità il messaggio di Paolo era stato chiaro: era il momento di iniziare a progettare qualcosa, non importava “cosa” ma bisognava progettare.

Inizialmente ho pensato a parecchie gare, sia vicine che lontane, tradizionali o alternative, ma senza giungere a nessuna illuminazione. Perché – ammettiamolo – non è vero che tutte le gare sono uguali e una vale l’altra, quando ti iscrivi devi essere illuminato, innamorato, attratto in qualche modo dall’evento specifico. E personalmente sono convinto che, se devi faticare mesi interi per raggiungere un obiettivo, deve valerne la pena. A meno che il tuo unico obiettivo non sia la competizione in sé – assolutamente lecito e comprensibile, peraltro. Ma non è questo il mio caso, anzi.

Non sono un fan dell’agonismo, dei podi di categoria, dell’avere un avversario davanti da sconfiggere, l’unica cosa che mi piace delle gare è l’energia. Ma della competizione non mi frega granché, penso che questo si sia capito. E non sto dicendo che sia sbagliata: lo so che la competizione è bella perché ti spinge ad andare sempre più veloce.
Ma – sarà l’età, la stanchezza o il bisogno di stimoli diversi – non sono particolarmente attratto dall’andare più veloce. Da qui nasce il mio bisogno di un’alternativa.

Se non vai più veloce puoi andare più lontano

Negli sport di endurance le variabili sono solo due: tempo e distanza. Se non vuoi abbassare il primo, puoi allungare la seconda. L’equazione è facilissima direi, no?!
E in questo caso il tuo avversario è lo stesso, in qualunque condizione e su qualsiasi percorso: sempre e solo te.

Quindi si parte, per certi versi ignorando il fattore “tempo”, a favore del raggiungere una meta. Sempre più lontana.
La variabile è solo il “dove voglio arrivare oggi” e il limite è soprattutto mentale, legato al concetto puro di endurance, in cui è soprattutto il cervello che ti fa arrivar più lontano.

La componente fisica è indispensabile, non fraintendermi: senza muscoli sufficientemente forti, non si arriva in nessun posto. Solo che l’energia si usa in modo diverso, meno esplosivo e più “godereccio”, per certi versi. Perché l’adrenalina della prestazione fisica “violenta” cede il passo agli occhi che si riempiono di panorami nuovi, in posti lontani da casa. Da raggiungere correndo, pedalando, a tratti camminando me – sempre e comunque – in costante movimento.
Per fare questo serve allenamento, con un approccio diverso, ma sempre composto dalle due componenti principali di cui parliamo da anni: endurance e forza.

Da un certo punto di vista i numeri – passo, velocità, dislivello, frequenza cardiaca, potenza – contano meno e vengono sostituiti dal panino allo speck che ti godi per strada, dalla polvere sulle scarpe e sulle ruote, dalla gente che incontri e le esperienze che scambi.

La mente, dicevo, gioca un ruolo diverso, soprattutto perché non si parla più di gestire lo sforzo per un obiettivo di distanza e tempo predefiniti come può essere correre una mezza maratona in un’ora e quaranta, per capirci. E non si gestisce più lo sforzo esclusivamente gestendo la distanza in tratti – chi non si è mai detto “dai che hai passato la metà e, da ora, è tutta in discesa”? – ma si nutrono i pensieri metro dopo metro, godendo di quello che si fa e senza preoccuparsi troppo dell’essere in linea con la strategia di gara (o di allenamento). Con gli occhi ben aperti a goderti quello che ti succede attorno e, al massimo, pensando “dai che dopo la curva spiana!”. ;)

Non so se sia giusto per me ma voglio provare perché è quello che mi attrae in questo momento: rallentare, godermi il panorama e avere un obiettivo diverso ogni volta. In fondo è solo un punto di vista diverso.

E tu, cosa ne pensi?

 

Photo by Oktay Yildiz on Unsplash

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