A lezione da Des Linden

Per fare un record del mondo servono muscoli, cuore e una forza di volontà che ti faccia affrontare le sfide come fosse sempre la prima volta

Tempo di lettura: 3 minutiQualche settimana fa, il 13 Aprile per la precisione, l’atleta americana Desiree (Des) Linden, vincitrice della Maratona di Boston del 2018, olimpionica per gli USA nel 2012 e nel 2016 (e solo per un soffio non è riuscita a prendere il pass per Tokyo 2020/1)  ha corso la Brooks 50k & Marathon, coprendo la distanza massima dei cinquanta chilometri. La gara si è svolta su un percorso ricavato attorno al lago Eugene, nell’Oregon, terra che ben si presta, per clima e caratteristiche del paesaggio, alle corse su lunga distanza. È il posto in cui – per intenderci – crebbe atleticamente Steve Prefontaine, uno dei più grandi atleti di sempre, allenato da Bill Bowerman, uno dei più famosi allenatori di sempre e co-fondatore di Nike, ma questa è un’altra storia.

L’ha corsa, dicevo (e ok, fin qui forse potrebbe non essere una notizia), e l’ha vinta, con il tempo incredibile di 2h59’54” che è diventato contemporaneamente il nuovo record femminile della distanza,  migliorando il precedente di Alyson Dixon di 3h07’20” (2019) ed anche il primo della storia per una donna sotto le 3 ore nei cinquanta chilometri. Per la Linden si apre, con questo risultato, il cancello del sentiero che porta verso l’Olimpo delle atlete Ultra, donne che – sempre di più – si stanno facendo spazio in un mondo fino a poco tempo fa riservato agli atleti maschi e che in alcuni casi – sempre più numerosi – lasciano tutti dietro.

Ciò che mi ha colpito più di ogni altra cosa, ascoltando le interviste fatte nei giorni successivi, è stato il suo racconto relativo alla preparazione; racconto che mi ha convinto che questa esperienza così personale e così unica sia in grado di insegnare qualcosa a tutti noi, soprattutto in questo periodo così duro. Per riuscire nella sua impresa la Linden si è preparata per mesi, ricominciando quasi da zero con gli allenamenti e resettando il suo approccio mentale per dimostrare a se stessa, dopo la mancata qualificazione per Tokyo, di essere ancora in grado di fare qualcosa mai fatto prima.

Ha studiato la distanza come se fosse la sua prima gara in assoluto, cercando di capire, giorno dopo giorno e chilometro dopo chilometro, se fosse possibile superare il terreno paludoso ed inesplorato in cui si era immersa, quella zona psicologica in cui non riesci a comprendere se i segnali che ti sta mandando il corpo sono lamentele reali o se siano cose che immagini e basta. Ha saltato allenamenti quando non se la si sentiva di farli, recuperato in giorni in cui stava meglio e programmato le cose da fare dandosi obiettivi ambiziosi ma raggiungibili e cercando di inserire qualcosa che potesse aumentare la motivazione (ad esempio, racconta che c’è stato un mese in cui ha corso il numero di miglia indicato dal numero del giorno, quindi il 1° ottobre un miglio, il 2 due miglia ecc ecc). Con alle spalle una carriera che l’ha portata a competere ai massimi livelli mondiali, Des Linden si è rimessa in gioco, come se avesse ancora tutto da imparare e niente da perdere. Ed è questo suo modo di fare, questa sua capacità di vedere un lato positivo anche nella fatica che l’ha portata nuovamente a scrivere il suo nome nella storia dell’atletica.

E sai qual è la cosa bella? Che se questo “non accontentarsi”, questo voler fare qualcosa di nuovo e non fermarsi mai lo fa una grande atleta come lei, perché non dovremmo poterlo fare tu ed io? Cosa abbiamo di diverso? Nulla, te lo dico con certezza. Dobbiamo solo cominciare a pensarlo. E crederci.

 

Photo credits: Josh Cox su Twitter

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