Un gioco da ragazzi

Tempo di lettura: 4 minutiPer tutta la vita le persone che ci circondano non fanno altro che ripeterci che il troppo storpia, che il giusto sta nel mezzo e che esagerare è sbagliato. Cresciamo con l’idea che sia necessario rimanere a metà, non schierarsi troppo e che la mediocrità sia la base per una vita sana.

Inculchiamo nei bambini e nei ragazzi l’idea che esagerare fa male e ci ritroviamo una società piena di funzionari mediocri e pochissime eccellenze.
Potrebbe essere questo uno dei motivi, ad esempio, per cui in Italia abbiamo questa visione assurda e disconnessa nella realtà riguardo al talento: è come se esistesse gente predestinata a diventare professionista nello sport che, a parità di sforzo, inizia a correre la maratona in due ore mentre tu con lo stesso allenamento ci metti cinque ore. Non si pensa mai al fatto che quel risultato è il frutto di un lavoro di migliaia di ore accumulate negli anni. Il talento, posto che esita, è solo un aiuto in gran parte dei casi.

Al di là della genetica c’è il grande e inesplorato mondo dei limiti fisici e mentali.
Un esempio?
Dai lo sai che la mia rubrica non parla di punto croce.

Luke in partenza alla Ouray 100

Ora immagina la situazione. Sei nel deserto e sei completamente scoppiato. Di giorno il termometro ha raggiunto i 40 gradi e il sole ti ha ustionato la pelle; hai messo ghiaccio nel cappello, nella borraccia, dentro la maglia e sul collo, ma hai patito lo stesso tantissimo.
Arrivata la notte raggiungi una aid station e, a fianco a te, c’è un ragazzino seduto su una sedia da campeggio che mangia delle caramelle gommose.
Il che, nell’assurdità della giornata, può anche essere normale, perché negli States di notte vedi tantissimi ragazzini che servono i corridori nelle aid station, magari con i propri genitori passando la notte svegli a incitare i corridori e a riempirgli le borracce.
Però il ragazzino ha un pettorale.
Al suo fianco un’atleta elite, Sabrina Stanley, fresca vincitrice di Hardrock 100.
Pensi che sia un’allucinazione, perché lei ha su il pettorale da pacer.

Poi però lo rivedi in un paio di aid station successive e capisci che è in gara.
Gli dici che manca poco e di tenere duro, che sta facendo un “great job“. Lui ringrazia e sorride, si rialza e riparte. All’arrivo, dopo 25 ore e 38 minuti non sembra neppure così tanto stanco. Mostra la sua fibbia con orgoglio a un fotografo sotto l’arrivo.

Luke Sanchez ha 15 anni ed è il più giovane finisher di Javelina Jundred 100 miglia del 2019.

A 14 anni aveva già provato a correrla, fallendo. Dopo qualche mese in compenso aveva portato a casa una gara in Florida, di 80km. L’anno dopo ci ha riprovato portando a casa la sua fibbia, come detto, oltre a un bel paio di gare sui 50km. L’anno dopo ha provato un’altra 100 miglia, la durissima Ouray 100, una sorta di Hardrock 100, dove però si è ritirato.

Credo che, risultati a parte, il focus non sia tanto Luke in sé, ma un concetto più ampio.
In Italia ai ragazzi fino ai 18 anni è vietato gareggiare nelle ultra per regolamento, negli USA se vuoi correre, firmi la liberatoria (o te la fai firmare dai tuoi genitori) e parti.
Sì, lo so, sento le voci dei genitori che dicono “160 km, per un ragazzino di 15 anni, sono troppi! gli fa male!”

Premesso che non sono un genitore, vorrei dire una cosa. Una gara è la punta dell’iceberg di ciò che è l’allenamento quotidiano. Chiunque decida di fare sport a livello agonistico in qualche modo stressa il suo fisico, sia esso facendogli fare milioni di rotazioni alle scapole come nel nuoto, sia esso sollevando pesi in palestra o tirando scarpate a un pallone in movimenti molto lesivi per i tendini e i legamenti.
Correre 100 miglia non sarà il massimo per un fisico di 15 anni, ma non lo è sicuramente neppure fare i contrasti del calcio (quanti calciatori arrivano ai 40 anni senza essersi operati ai legamenti?) o stare seduti su un sellino a pedalare sulla strada per tre ore al giorno; eppure, è difficile che un ragazzo si svegli a 18 anni dopo una vita sedentaria e diventi un professionista nel ciclismo.
Il processo normale per chi aspira a eccellere nello sport, esattamente come nel suonare uno strumento o diventare un pittore ha una sola grande costante: le tantissime ore passate nel perfezionare un movimento.

Oltretutto, se il ragazzino non è stato minimamente forzato dai genitori, ma ha solo trovato qualcosa che gli piace fare, che lo fa star bene, perchè dovrebbe fare altro come distanze più corte e classiche come quelle dell’atletica leggera? A prescindere dal fatto che lo stia facendo per diventare un professionista in futuro o solo perchè gli piaccia, perché bisognerebbe proibirgli di farlo?

Dovrebbe smettere di correre o fare qualcosa di meno impegnativo perchè secondo gli altri è esagerato?
Alla fine della gara gli ho stretto la mano.
“E’ stata dura” mi ha detto “ma è stato fighissimo. Ci siamo divertiti con Sabrina a correre la notte ed è bellissimo che tutti ti incitano per arrivare in fondo” ha aggiunto, prima di andarsene per una meritata doccia e una dormita.

Continuo a ritenere che i videogiochi e le merendine siano più lesivi per i giovani che non l’ultrarunning.

 

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