Quando ti cambia tutto attorno

Questo è anche un buon periodo per scoprire l'empatia. Ma non tutti sembrano essersene accorti.

Tempo di lettura: 3 minuti

Sono passate quasi due settimane dall’inizio della quarantena per il COVID-19. Ormai siamo tutti costretti a casa e da oggi anche le aziende non essenziali sono chiuse. Una parte d’Italia vive isolata e alla prese con una condizione inedita per i più, un’altra inizierà in questi giorni a conviverci.

Non sono un sociologo e questo non è un trattato di sociologia, né tantomeno sono uno psicologo. Non temo però di essere smentito se dico che nessuno o pochissimi di noi si sono mai trovati a vivere per un periodo prolungato in una condizione così strana e inedita. Non la voglio chiamare di disagio o privazione (anche se per molti lo è: per le preoccupazioni economiche o per le difficoltà relazionali) e quindi uso termini più neutri, come appunto “stranezza”.
Determinate condizioni fanno emergere il carattere delle persone e un po’ tutti stiamo osservando come reagiamo a questo scenario mutato. C’è chi si adatta, chi lo vive come una pausa o una vacanza molto particolare e magari cerca di trarne fuori il meglio (leggendo, guardando film, rinsaldando rapporti umani, cucinando), chi prova un perfetto disagio, chi è semplicemente infastidito dal non poter fare quel che è abituato a fare e che lo fa star bene.
Le cose attorno a noi sono mutate così velocemente e così tragicamente che non posso che guardare con un certo stupore il genere di persone che vive quel che succede in questi giorni *a tutti* come un attentato alla propria normalità. Come se il mondo o il governo avessero deciso di congiurare per rovinargli una tranquillizzante routine.

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La scoperta dell’empatia

In queste settimane abbiamo preso una posizione molto netta e convinta: non andare a correre. L’abbiamo detto nei nostri canali social, ne abbiamo discusso, l’abbiamo ripetuto nelle numerose dirette su Instagram o nei podcast speciali che stiamo facendo. Il messaggio era chiaro e rimane immutato: se all’inizio era motivato da convinzioni igienico-sanitarie, col tempo si è evoluto in una forma più complessa di rispetto per la sofferenza di chi sta lottando contro il virus o per i suoi familiari o congiunti.

La corsa è un atto gioioso e non ci è sembrato il caso di difendere la nostra libertà di praticarla a fronte di problemi più complessi e dolorosi. Sì, è un diritto di tutti ma a volte bisogna accettare che è tutto relativo e che le esigenze fisiche individuali sono irrilevanti di fronte a un problema comune più grave.

Abbiamo deciso di essere empatici, che è un esercizio che bisognerebbe praticare sempre, non solo quando succedono tragedie globali. Si tratta in fondo di immedesimarsi negli altri e di “sentire” come sentono loro. Almeno di provarci. In questa situazione nazionale e globale di emergenza ne valeva la pena, no?
Al di là di ciò che è successo ai runner che si sono avventurati – pur rispettosi delle distanze – e sono stati additati come untori e propagatori del virus, ha fatto una certa impressione che molti si sentissero limitati o incompresi nella loro esigenza esistenziale di andare a correre. L’impressione che se ne ha parlandoci è quella di persone che non vedono altro che il proprio personale disagio, mescolato al disinteresse per chi sta soffrendo.

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Le persone che soffrono ogni giorno sono tantissime e non è che questo sia un buon motivo per non correre, s’intende. In questo frangente però quelle persone ci è parso di conoscerle. Più passavano i giorni e più i decessi non erano più solo numeri ma prendevano le sembianze di parenti o amici o conoscenti di persone che conoscevamo anche noi. Man mano che la morte era sempre meno un affare distante, non correre per solidarietà era sempre più facile. Ma non per tutti. Molti hanno sempre messo il proprio benessere personale e mentale di fronte a tutto. E va bene, ci sta, non condanno nessuno. Constato solo i diversi atteggiamenti. Constato che chi ha cambiato la propria vita abbracciando la corsa non ha fatto tesoro di una lezione della corsa: che si può sempre cambiare e che devi adattarti.

Adattarsi

Succede in gara e succede nella vita: gli imprevisti accadono e questo imprevisto è gigantesco e condizionerà le nostre vite per molto tempo. Meglio farci pace subito e non pensare che niente e nessuno possano impedirci di correre. Meglio pensare alle alternative, no?

Qui abbiamo cercato di farlo con gli allenamenti domestici di Elisa, con gli articoli sui workout che puoi fare a casa e parlando di alternative, come i rulli o il tapis roulant. Non sono la stessa cosa ma possono essere allentamenti altrettanto impegnativi e complementari e soprattutto: tutto attorno è cambiato, deve cambiare anche il modo in cui ci alleniamo.

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Si dimentica sempre che Darwin non ha detto che sopravvive il più forte: ha detto che sopravvive chi si adatta. Questa nuova realtà non sarà definitiva e permanente ma ci obbligherà a cambiare tante abitudini. Chi sopravviverà? Chi saprà adattarsi con intelligenza e flessibilità. Nell’isolamento in cui siamo confinati l’allenamento è ancora più necessario per mantenere equilibrio e lucidità. Se però la corsa diventa così importante da non farti capire che tutto attorno è cambiato e che ti ci devi adattare, allora il problema non sono i limiti imposti da un decreto ma sei tu che non hai ancora capito come ricollocarti in questa nuova realtà.

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

10 COMMENTI

  1. Martini sono in parte d’accordo con te. C’e’ sempre stata sofferenza diffusa nel mondo con tragedie ben piu’ gravi. di questa e con un ben maggior numero di morti e puré abbiamo sempre continuato a correre, la differenza e’ che Questa tragedia ci tocca da vicino, quindi non lo vedo come un atto empatico, al contrario lo vedo come un atto egoista, perché ora e’ la nostra gente a soffrire. Io sono padre di un figlio autistico e la corsa mi ha permesso di rimanere sempre in equilibrio, perché ti assicuro che la maggior parte delle persone non ti rimane vicino, non ti aiuta, solo parole e basta e onestamente anche queste mi sembrano Belle parole che pero’ non aiutano la situazione. Si salvera’ chi e’ piu’ sano non Chi si adatta meglio, perché la dote di adattarsi e’ una virtu’ dei guerrieri e Questa non e’ una guerra e’ solo una lezione di vita per una societa’ occidentale egoísta e fláccida. Io continuero’ a correre perché quando tutto questo sara’ finito io dovro’ sempre continuaré a supportare da solo mío figlio autistico. Un abbraccio

    • Ciao Davide, grazie infinite per le tue parole. Purtroppo gli articoli – specie questi – hanno una dose inevitabile di generalizzazione. Ci sono casi singoli (come il tuo) in cui la corsa è una componente fondamentale e ineliminabile per trovare un equilibrio in situazioni di particolare stress. Massimo rispetto per chi vive una condizione come la tua o simile alla tua. Mi riferivo più a chi non ha motivi per essere stressato, o ne ha di normalissimi e superabili con un minuto di respirazione ben fatta. Penso a chi è talmente malato di corsa da non accorgersi che avere la reazione del bambino a cui hanno rubato il gioco preferito (reazione che molti hanno avuto al decreto) è indice di qualcosa che non va. Un abbraccio e un ogni augurio possibile per tuo figlio.

      • Martino, grazie! E’ vero che anche per me e’ un gioco che mi mantiene bambino, pero’ insomma non mi sta piacendo la demonizzazione in corso per noi runner.. e per me dobbiamo resistere, perché se è in parte vero che ora per dare un segnale non dobbiamo correre è anche vero che non può durare per sempre e che anche se molta gente soffre non ritengo che soffrire tutti quanti sia l’approccio migliore, il tutto ovviamente nel massimo della sicurezza possibile (non corse in gruppo e neanche in 2) . Perché comunque credo che per uscire bene da questa storia il Paese avrà bisogno di gente forte fisicamente e mentalmente. Giusto il mio pensiero e poi….. Ora ho tempo 😅😅

        • D’accordissimo Davide e infatti il mio discorso vale per la durata di questo provvedimento, che tutti speriamo sia contenuta. Anche a me la prospettiva di non correre per più di un mese non piace affatto. Mi permettevo solo di notare che chi sbiella dopo una settimana e non ha le Olimpiadi da preparare *forse* sta un po’ esagerando :)

          • Beh si Martino , pero’ come hai scritto tu in un commento successivo tra un po’ dovremo iniziare a discutere sulle modalita’.
            Grazie pero i tuoi articoli, sono sempre occasione di ragionamiento.

          • Grazie a te e grazie a noi (ce lo concediamo? Sì dai): si può parlare serenamente di un argomento anche se non la si pensa allo stesso modo e rispettandosi. Cioè, dovrebbe essere la base eh, ma purtroppo lo si dimentica spesso ultimamente. Grazie ancora!

  2. Mi spiace ma non riesco a condividere il tuo ragionamento. Continuo a leggere nelle tue parole una sorta di giudizio morale nei confronti di chi ha scelto di correre in totale sicurezza e nel rispetto della legge.
    Non mi è mai piaciuto il discorso dei buoni da una parte e cattivi dall’altra. E ancora meno riesco a riconoscere l’empatia come valore quando il dolore e la tragedia mi colpiscono da vicino mentre se sono lontani da me posso non pormi alcun problema etico. Anche io trovo una vena di egoismo in questo atteggiamento. L’adattamento è fondamentale in ogni situazione della vita e tutti ci stiamo provando in questo frangente, chi ha scelto di correre e chi si è fermato. Le parole possono essere pesanti, anche quando sono ispirate dalle migliori intenzioni. Forse tutti dovremmo impegnarci a fare un po’ di silenzio.
    Un caro saluto Pier Paolo

    • Credo che tutto acquisti una dimensione diversa se misurato sulla scala temporale: essere insofferenti perché costretti a star fermi per due settimane è un po’ eccessivo. È chiaro che superata una certa soglia saremmo noi i primi a dire “Ma discutiamone: ha davvero senso impedire a decine di migliaia di persone di fare un’attività all’aperto a rischio praticamente nullo? Parliamo di modalità piuttosto e non di divieto assoluto”. Così se ne potrebbe discutere, non trovi?

  3. A parte chi come Martino è in empatia verso i sofferenti (e io mi pongo due domande: perché dovrei essere empatico con chi soffre solo adesso e non prima? e che tipo di solidarietà esprimo nel fatto di non correre?), e a parte chi teme di farsi apostrofare come untore, parecchi continuano a correre senza aver capito la vera ragione per cui non bisogna o meglio non bisognerebbe farlo nel consueto modo: non è per il rischio di cadute o incidenti tali da infastidire il servizio di pronto soccorso già ampiamente sotto stress, l’incidente è un’eventualità statistica molto bassa; come TUTTI dovrebbero sapere il problema vero è la contaminazione da vicinanza (l’assembramento).
    I runner spesso corrono in compagnia, oppure passano vicino ad altre persone e la possibilità di proliferazione epidemiologica in questi casi potrebbe essere più elevata. Invece di dare chiaramente questo messaggio e le precauzioni per evitare il contagio anche continuando a correre, si è detto semplicemente: non correte! chi corre non ha spirito civile! non correte, neppure da soli e fuori città. Beh, rischiando di essere additato come “egoista ed insensibile” io dico chiaramente che non ha senso, bisognerebbe continuare a permettere la corsa in solitaria osservando tutte le cautele per non contagiare nessuno e neppure essere contagiati.
    E per chi pensasse che quando toccherà a me cambierò idea, sappia che in questo periodo ho ricoverato mio padre di 89 anni (ora forse guarito), ma non per questo ho trovato un nesso tra il dolore della malattia e la corsa.
    Comunque la si pensi, il rispetto delle direttive governative è prioritario nella vita civile, e se solamente con lo “stare obbligatoriamente a casa” si riesce a imporre a noi Italiani la giusta segregazione che ora è necessaria, obbedirò anch’io e limiterò la mia attività. Un saluto (e complimenti per il podcast in questi tempi ancora più gradito).

    • Grazie mille per le tue parole Jacopo. In ordine di importanza: sono molto felice per tuo padre, davvero. In altro ordine (sparso): l’empatia è un modo per sintonizzarsi sul sentimento altrui, cercando di vedere la vita con i suoi occhi. È chiaro che funziona meglio (o è più potente) quanto maggiore è la vicinanza. Non è detto comunque che per tutti funzioni allo stesso modo e scrivendo quanto ho scritto non intendevo dare pagelle o dire che ci sono buoni e cattivi. Come detto più volte, se il decreto permette(va) di andare a correre non trovavo niente di strano o condannabile in quelli che lo facevano. Consigliavo di non farlo e basta, perché in molti luoghi (quelli statisticamente più frequentati) rispettare le distanza era molto difficile. La caccia al singolo runner – su questo siamo d’accordo – è stata ridicola e inutile.
      Purtroppo in Italia per ottenere 50 devi sparare 100 e quindi non ho difficoltà a immaginare che il decreto sia stato inasprito proprio per ottenere un effetto minimo salvo poi essere applicato in maniera eccessiva. Ma è una posizione personale e anche pragmatica: se non si può garantire la distanza, non si fa. Se i runner continuano anzi ad assembrarsi, allora lo vietiamo a tutti (un po’ come quando in classe uno solo faceva confusione ma venivano puniti tutti). Grazie ancora Jacopo e ciao!

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