Pacing: ovvero la differenza tra l’ultrarunning e ogni altro sport al mondo

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Partiamo da una distinzione piuttosto ovvia, coerente nel modo in cui siamo abituati a ragionare: gli sport sono divisi tra sport “di squadra” e “individuali”.

Questa distinzione appare lampante se pensiamo al gioco del calcio (squadra) o al tennis (individuale). Tuttavia c’è un aspetto che sfugge alle definizioni degli psciologi dello sport e molto spesso a tutti noi: i pacer.

In alcuni sport – che di solito sono anche i miei preferiti da vedere in TV – ci sono delle figure che non godono delle luci della ribalta. Si tratta di tutti quegli atleti che si sacrificano per uno scopo più grande, sobbarcandosi enormi fatiche per far vincere gli altri. Pensiamo ai gregari del ciclismo, certo, ma anche e soprattutto agli unskilled player (giocatori di manovalanza) del football americano, ovvero tutti gli uomini di linea (difensiva e di attacco) che nella loro vita non toccheranno mai un pallone da football, non faranno mai un touchdown, ma in compenso prenderanno una caterva di botte per difendere i compagni.
In entrambi i casi sopracitati però, si tratta di sport di squadra. Ovvero, queste persone si sacrificano, ma sempre per il bene della squadra; di una vittoria “maggiore” del singolo individuo.

Nella corsa però, esistono i pacer.
Chi sono?
Ne avrai sentito parlare magari con i termini di lepri (nell’atletica leggera su pista e strada) e di delfini (nelle corse su strada, quando un uomo corre da ombra per una donna). Questi termini non hanno di solito un’accezione positiva, in quanto sono per convenzione atleti di secondo piano rispetto quello a cui viene prestato il servizio di pacing. Pensiamo a tutti coloro che hanno aiutato Kipchoge nel suo record, ad esempio. Atleti fortissimi si, ma non in grado di stampare il record.
Ecco, tutto questo nell’ultrarunning non esiste.

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Cosa è il pacing nell’ultrarunning?
Partiamo dalla definizione data nel manuale del corridore della Western States il pacing è anzitutto una tradizione. Essendo la Western States la 100 miglia più antica al mondo è chiaro come questo fenomeno sia una caratteristica fondante dello sport dell’ultrarunning.

Per pacer si definisce un “partner che accompagna un corridore per una distanza maggiore alle 100 yards (circa 90 metri ndr.)”. “Il pacer nasce per fare in modo che i corridori non si trovino da soli in posti remoti durante la gara”. In quasi tutte le gare i pacer non sono figure nascoste, come le lepri nell’atletica leggera, ma vengono riconosciuti con un pettorale dedicato.

Photo by Daniel Petty/MediaNews Group

Insomma, che sia tuo marito, tuo figlio, un amico o uno sconosciuto, si parla di una persona che corre una parte di gara con te e ti aiuta a non addormentarti, a ricordarti di bere, mangiare e ti incita a correre quando ti vede camminare. Una persona che ti corre a fianco in una gara di molte ore.

Per convenzione i pacer possono intervenire dopo le 50 miglia (metà gara) e arrivano fino all’arrivo, assieme al proprio corridore.
In buona sostanza si condivide una notte assieme di corsa, un giorno intero, o comunque, tantissime ore, correndo e chiacchierando, raccontandosi storie e condividendo momenti di down pazzeschi e di hight totale.

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So già cosa stai pensando. Siamo europei e prima di pensare “che bello mi piacerebbe farlo” pensiamo “si ma non è giusto”. Sappi che il pacing nasce innanzitutto per aiutare i corridori che combattono per arrivare in fondo e non per arrivare sul podio, oltre a garantire la sicurezza degli atleti; inoltre, ogni corridore è libero di scegliere se avere un pacer o no; tutti coloro che pensano che sia vantaggioso possono averne uno.

Ma in tutto ciò, cosa ne guadagnano i pacer?
Nulla, assolutamente nulla.
Non hanno uno stipendio come negli sport di squadra e non vivono nel buio come le lepri nell’atletica leggera. Molto spesso i top runner americani si mettono al servizio di corridori della parte bassa della classifica. Funziona così e basta.
Una volta qualcuno ti aiuta e un’altra volta toccherà a te aiutare qualcuno.
Non si tratta di assistenza, non si tratta di “ombre” e non si tratta di niente di marcio o segreto, è solo una delle grandi tradizioni dell’ultrarunning, forse la più bella.
Si fa da pacer a qualcuno solo perché si ha piacere nell’aiutarlo, nel vederlo arrivare in fondo e per condividere una giornata e un’esperienza memorabile.

Volete sapere l’aspetto più curioso?
In Italia i pacer nelle gare di ultrarunning non solo non sono ammessi, ma vietati dagli organizzatori della gare.
Il motivo?
Io non ve lo so spiegare.

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Paco arriva dalla Repubblica Indipendente di Colferraio dove è libero di esprimere tutta la sua attitudine per l'ultrarunning. E lui, di ultra, ne sa parecchio visto che la sua passione sono le 100 miglia. E le sa raccontare, eccome se le sa raccontare!

2 COMMENTI

  1. Ciao a tutti, ho partecipato ad alcune ultratrail in Italia per il piacere di arrivare in fondo con le mie forze, capita il momento di crisi x diversi motivi, quindi ci si aiuta a vicenda ad affrontare magari una notte in compagnia, altre volte con degli amici più o meno esperti ci “tiriamo” per gare intere un po’ per il gusto di farla insieme un po’ perché facciamo delle ultra di avvicinamento alla distanza più lunga e una “lepre” più esperta ti aiuta soprattutto a livello mentale xche se nn hai le gambe nessuno ti può portare in spalla, quindi per me nn c’è niente di male in un po’ di compagnia. Buone corse

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