Meno gare e più speck

Tempo di lettura: 3 minutiInizio con una banalità: le sensazioni che vivi in gara, le vivi solo in gara. E questo vale per gambe, cuore, testa, stomaco, tutto. E soprattutto questo vale anche per le ore che precedono e seguono la gara oltre che – ovvio – per la gara stessa. Messo un punto fermo a questa cosa, vado oltre.

Ora come ora tutta questa roba non ce l’abbiamo più, inutile girarci intorno. Se e quando ce l’abbiamo è comunque edulcorata, filtrata e spesso menomata da tutte quelle procedure con le quali volenti o nolenti negli ultimi mesi ci stiamo abituando a convivere. Ma sai qual è un’altra cosa che adoro delle gare? Andare a farle con gli amici.

L’idea

E allora se non c’è una gara organizzata prendi e ti organizzi un weekend di trail running con un (piccolo) gruppo dei suddetti amici. E scopri immediatamente quanto sia complesso pianificare le uscite di trail a meno di non conoscere già a menadito il percorso: che sulla carta il dislivello è solo un numero paragonabile a un altro numero, ma quando sei sui sentieri ti ricordi che no, a parità di dislivello e distanza due tracciati possono essere oltremodo differenti.
La cosa più sensata per me è partire da una traccia di una gara esistente, così che quel tipo di percorso sia già stato pensato e testato (per questo scopo) da qualcun altro tendenzialmente più preparato di te (di me).

La pianificazione

L’idea era quella di fare il giro dei quattro passi attorno al gruppo del Sella, a cavallo tra Veneto e Trentino Alto Adige, il famoso Sellaronda. Quindi prendiamo come base la DoloMyths Run Ultra. Però 61km non li abbiamo nelle gambe e vorremo accorciare a circa 42-43km.
Quante varianti di percorso avremo fatto? Almeno quindici, prima di arrivare alla traccia definitiva. Con l’aiuto incrociato di Garmin Connect (che esagera abbondantemente con il calcolo del dislivello, non ti spaventare), Strava (che invece il dislivello lo sottostima) e Komoot (una delle mie app preferite per la pianificazione) abbiamo infine il nostro file GPX: 42km e 2.640m D+. Non ci facciamo mancare ovviamente una mappa cartacea seria 1:25.000 e due chiacchiere con le guide alpine locali per fugare gli ultimi dubbi su alcuni tratti più tecnici.

La piccola pazzia

La sera prima decidiamo poi di piazzarci anche la vetta del Piz Boè (sei mai stato sul Piz Boè? Io lo adoro: 3.152m e una vista mozzafiato su tutta la regione) e dopo le dovute valutazioni meteo invertiamo completamente il senso di marcia, per essere certi che – qualora dovesse piovere – avremo comunque già affrontato tutta la parte più tecnica del percorso.

Quando la mattina alle 6.15 ci troviamo al Passo Pordoi, alla base della omonima forcella, è ancora buio e il vento ci costringe a coprirci fin da subito più del previsto; inutile dire che avevamo messo in borsa praticamente tutto lo spettro possibile di abbigliamento per il trail running: dalla canotta alla giacca antipioggia, passando per numerose tipologie di maglie termiche.
Non amo i racconti dettagliati dei percorsi: un po’ come in gara certe esperienze sono favolose per chi le vive quanto spesso noiose per che le ascolta. Mi limiterò a dire che il temporale si è abbattuto su di noi dopo circa 30km, che abbiamo tenuto botta ancora altri 8km (il tempo di raggiungere la civiltà) e che abbiamo abbandonato l’impresa a 38km e 2.400m D+. Mancavano solo 4km – lo so – ma quanto sarebbe stato stupido e pericoloso farli in quelle condizioni? Molto. E allora vorrà dire che a questo punto lo rifaremo la prossima estate, magari nella gara ufficiale da 61km, perché no.

La gioia

Quello che ricordo con estrema lucidità è quanto fossimo felici dei chilometri fatti e non ce ne fregasse praticamente nulla di quelli non fatti: non essendo una gara non c’era minimamente quella sensazione di “incompiuto”, ma solo soddisfazione. Non posso parlare per gli altri, ma per quanto mi riguarda posso affermare che gran parte di questa felicità fosse contenuta in una parola di cinque lettere: speck. Panino allo speck, tagliere di speck, spätzle con finferli e speck, speck, speck, SPECK! Prima, durante e dopo. Quanto ne abbiamo mangiato? Non abbastanza, col senno di poi.

Nel caso ti venisse la voglia di fare il nostro stesso giro: ecco la traccia definitiva. Purtroppo non sono segnalati i punti speck, ma per quello puoi chiedere a me :)

(cover photo by Stefano Joker Lionetti / inside photo by Markus Spiske on Unsplash)

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Stefano Joker Lionettihttp://www.yeswekern.it
Graphic designer, type lover, half-massaia e half-gattara. Se hai una domanda qualsiasi sugli anni 80-90 chiedi a lui. Si nutre principalmente di pizza, in tutte le sue forme: sì, anche quella con l'ananas. Ha un casino di roba da fare e una barba rossa.

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