Lunga vita ai dirtbag!

Tempo di lettura: 6 minutiPer motivi dovuti all’innalzamento del livello delle competizioni e alla popolarizzazione del nostro sport siamo portati a pensare che gran parte degli appassionati di ultrarunning conduca una vita metodica e regolare. Il che il più delle volte è vero, ma bisogna sempre anche considerare quelle che sono le radici del nostro sport, nonchè a modi diversi con cui oguno di noi vive la propria passione.
Di passione si parla, e proprio per questo motivo c’è anche chi decide di sacrificare quasi ogni altra cosa per seguire questo fuoco che ha dentro.

Non vuole essere un articolo di giudizio, quanto più uno spunto di riflessione, nonchè l’apertura a un punto di vista che magari non abbiamo ancora mai considerato.
Non è detto che si nasca dirtbag e si muoia dirtbag, per moltissimi si tratta di “una fase” della vita, ma questo fenomeno è legato in modo imprescindibile all’ultrarunning e sarebbe stupido lasciare che nessuno ne parlasse mai, un pò come quando nelle città si fa finta che gli hobo a bordo strada non esistano.

Il valore del lavoro

Il valore del lavoro si è imposto nell’uomo in forma coercitiva, ed è la storia a dimostrarlo, dalla schiavitù della civiltà degli Egizi, alla rivoluzione industriale dell’epoca moderna, in poi. Il lavoro potrà anche nobilitare la vita di un uomo, ma ha anche un contrappeso, di solito molto forte, che si ripercuote nella salute mentale e fisica dell’individuo. Lavorare da dipendente significa in buona sostanza che una persona sta pagando il tempo della tua vita per lavorare e perché lui, il tuo datore, si arricchisce col tuo lavoro. I soldi sono quella cosa per cui decidiamo, in modo più o meno libero, se ne vale la pena investire (o buttare via) del tempo della nostra vita facendo qualcosa che magari nemmeno ci piace, in cambio appunto di denaro.
Ora, senza dare per scontato che tutti accettino di buon grado questo contratto sociale non sempre egualitario – il fatto che il boss di un’azienda guidi un’auto che costa più di una casa che i dipendenti potranno mai permettersi di acquistare per me ad esempio è assurdo – ma diciamo che, se ti capita di giudicare una persona con invidia pensando  “si, ma lavora meno di me” evidentemente il problema è tuo, non suo.
Se lo chiedi a me, ho di gran lunga sentito più spesso persone lamentarsi del proprio lavoro più che dirmi quanto lo amavano e quanto contenti erano dei soldi che guadagnavano, ritenendo lo scambio vantaggioso. Puoi quindi essere meno radicale di me nella visione del ruolo del lavoro nella vita di un uomo, ma considera sempre e comunque che la natura umana non ci porterebbe a passare 8 ore di fila (o più) al giorno di fronte a un macchinario a ripetere lo stesso movimento, o davanti a un pc a premere dei tasti.

Più lavoro meglio è

E chi lo avrebbe detto? Questa è una visione di matrice cristiano-protestante per cui la vita serve ad accumulare ricchezza e dimostrare con beni materiali il proprio valore nella vita terrena. Il che, se ci pensi, è abbastanza assurdo, perché è veramente molto più probabile che una persona che ha più tempo libero sia una persona più interessante (con più interessi) perché passa più tempo ad avere nuovi stimoli che a fare per gran parte della giornata la stessa, identica cosa. Soprattutto se il suo lavoro non è creativo ed è ciò che si definisce in gergo un mokey job (un lavoro per cui potresti tranquillamente essere sostituito da un computer). Meglio il duro lavoro anche senza abilità che l’apatia, mi trovate in generale d’accordo, ma molto spesso mi è sembrato di avere a che fare con persone che non erano più abituate nemmeno a pensare. Ho conosciuto tantissime persone piene di meravigliosi beni e ricchezze materiali, ma vuote dentro. Ho conosciuto anche tantissime persone che sarebbero state interessanti se avessero potuto dedicare tempo per sè stessi a maturare una qualche forma di intelligenza, ad avere più tempo da dedicare alle relazioni invece che passare la vita inscatolati in un ufficio senza finestre. Insomma, “più lavoro e meglio è” mi sembra un teorema piuttosto assurdo, considerando il fatto che i beni terreni sono, come qualsiasi cosa creata dall’uomo: passeggeri.

Ma chi è un dirtbag?

È una persona che prova a lavorare il meno possibile e spendere più tempo possibile vivendo le proprie passioni. È una persona talmente appassionata in ciò che fa che spesso non lavora affatto, vive alla buona, dormendo dove capita e mangiando cosa capita, con uno stile di vita il più delle volte con pochissimi consumi.
Non immaginarli come dei fricchettoni o dei tossici che chiedono l’elemosina per strada, non immaginarti nemmeno dei figli di papà che vivono di rendite altrui: sono persone che fanno ciò che fanno con il chiaro obbiettivo di cui sopra ho parlato e si arrangiano per riuscirci come più possono.
La tradizione “nello sport” è di sicuro da attribuire all’arrampicata sportiva. I cosiddetti “topi da falesia” ovvero gli scalatori inglesi che campavano col sussidio di disoccupazione all’epoca della Thatcher fino alla stragrande del movimento, negli Stati Uniti, che vivono tuttora sotto le pareti dello Yosemite o nel Joshua Tree accampati alla meglio, massimizzando il tempo che spendono a scalare.
Pensa che il fondatore di Patagonia ha passato dei periodi della sua vita mangiando cibo per gatti in scatola per riuscire a risparmiare ogni penny possibile da spendere per arrampicare. Molti top climber delle epoche passate hanno vissuto da dirtbag: da Ben Moon a Jerry Moffatt a tutti quelli che vivono in furgone, in macchina, in tenda o anche in una grotta.

La cosa piuttosto evidente è che sono sempre gli sport che sono al di fuori dell’etichetta di “sport” ma a divenire delle attitudini con cui si vive la propria vita in cui questo modo di vivere si radica. Difficilmente troverai un dirtbag nella formula 1 o nel nuoto sincronizzato, mentre è evidente che sia un fattore piuttosto diffuso nell’arrampicata, nel surf e perché no, nell’ultrarunning. Jenn Shelton è forse l’esempio più lampante degli USA essendo poi un’atleta d’elite, ma già solo io conosco molte altre persone, solo che non sono atleti affermati: il livello non conta ovviamente.

Bacchettoni italiani unitevi

Se ripenso a gran parte del tempo che ho speso lavorando negli ultimi anni, in particolare nel corso del mio ultimo incarico (prima di DU Coaching, che amo), penso anche alla mole di tempo perso.  Posso dire che il tempo che ho passato a studiare all’Università invece è stato appagante e soddisfacente, per me.
A prescindere da quelle che sono le esperienze personali, la cosa più importante è cercare di non scadere nel luogo comune secondo cui chi non lavora 50 ore settimanali è un individuo con dei problemi, e viceversa. Ognuno di noi vive la propria vita e lo scopo di questo articolo è evidentemente quello di farti pensare che invece di puntare il dito contro una persona che ha più tempo libero di te dovresti pensare a lavorare: a lavorare sul tuo stile di vita e sul tuo modo di ragionare senza pregiudizi.

Le ore della giornata sono sempre 24 per tutti, dipende come uno sceglie di viverle. Si può scegliere di dedicarle alla corsa, al lavoro, al volontariato o al divano. In Italia il dirtbagging è molto poco diffuso anche e soprattutto per la nostra visione bacchettona delle cose.
Quante persone conosci che vivono in macchina?
Assumeresti nella tua azienda una persona bravissima che ha scelto di vivere in macchina e spendere ogni minuto libero che ha in montagna a correre?
Molti di noi si, ma altrettanti (e forse di più) si scandalizzano ancora se vedono qualcuno coi tatuaggi lavorare in banca o in ospedale.

Ogni cosa ha pro e contro

Molto spesso sentiamo dire “fa il professionista” per sminuire la performance di qualcuno. Anche questo luogo comune ha dei limiti molto evidenti; la vita dell’atleta professionista non è tutta rose e fiori. Ma questo meriterebbe un approfondimento a parte, e magari un giorno lo scriverò. Ad ogni modo diciamo che, se su 100 persone lasci l’intera giornata per correre, è molto probabile che solo una (o nessuna) di esse correrà le Olimpiadi o vincerà Western States. Non tutto è così facile come sembra dal di fuori, in particolare negli sport di fatica come la corsa.
Presumo che molto spesso anche un dirtbag sogna un bagno caldo, un tetto sopra la testa, un lenzuolo pulito o una delle milioni di inutilità superflue ma spesso molto comode che abbiamo nella nostra vita.

Lunga vita al dirtbag!

Vi dirò una cosa, io non sono un dirtbag. Non lo sono mai stato e in molti momenti della mia vita avrei invece voluto esserlo. Credo che sia importante che tutte le persone della scena ultra capiscano non tanto la logica che c’è dietro questo fenomeno (è bello che ognuno abbia le proprie idee al riguardo), ma soprattutto che si capisca quali sono le radici di ciò che facciamo, con anche le sfumature più borderline che da sempre contraddistinguono l’ultrarunning dalla corsa e dagli altri sport, e che lo rendono unico.

Preserviamo l’attitudine dell’ultrarunning o quantomeno salviamola da facili luoghi comuni.

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Francesco "Paco" Gentilucci
Paco arriva dalla Repubblica Indipendente di Colferraio dove è libero di esprimere tutta la sua attitudine per l'ultrarunning. E lui, di ultra, ne sa parecchio visto che la sua passione sono le 100 miglia. E le sa raccontare, eccome se le sa raccontare!

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