Io, Charlene e lo specchio di Biancaneve

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Pietro Paschino
Pietro corre, sempre. Anche due volte al giorno. Si narra che, a causa di tutte le scarpe che ha consumato, i negozi specializzati gli stendano un tappeto rosso per favorire il suo ingresso tra squilli di trombe e urla di tripudio. Pietro è una persona meravigliosamente incoerente: prende la corsa con serietà ma ci scherza su; ama la Sardegna e gli manca la Norvegia. Pietro racconta in modo stupendo la corsa vissuta da uno che la pratica con amore viscerale, e questa è la cosa più importante.

Tempo di lettura: 6 minutiQuesto duemilaventi, podisticamente parlando, non è stato di sicuro ricco di cose da ricordare, almeno per quel che mi riguarda. La situazione mondiale e il clima di incertezza su ogni aspetto delle nostre vite, corsa inclusa, non sono stati i migliori possibili per pensare di mettersi d’impegno per raggiungere qualche risultato sportivo. Tuttavia, visto che comunque non ho mai smesso di correre e prima o poi mi piacerebbe riprendere a fare lunghissime distanze (l’ultima volta che ho corso più di quindici chilometri di fila era la metà di aprile, sul tapis a casa) ho ritenuto fosse necessario fare il solito controllo combinato per valori ematici e stato di salute generale con visita sportiva. Oggi però, sebbene questa rubrica si chiami “Diario di un Maratoneta” e la usi per raccontarti prevalentemente le Maratone che io e Charlene abbiamo corso e i relativi step di avvicinamento al giorno della gara, mi allontano un po’ dal focus principale, ma nemmeno tanto visto che corsa ed alimentazione, ed in particolare corsa e disturbi alimentari, molte volte sono collegati. A volte in maniera negativa, a volte positiva, come – fortunatamente – in questo caso. Mentre aspettavo che mi facessero entrare per la visita, infatti, ho notato sul tavolino della sala d’attesa un faldone rosa pastello che saltava fuori dalle riviste patinate. Uno di quelli che si usano per raccogliere gli appunti sui fogli bucati o nelle bustine trasparenti, in modo da poterle spostare e separare una volta che siano state messe in ordine, con i bordi consumati e la copertina consumata. Sul fronte, lateralmente in alto a destra, c’era scritto in stampatello “LETTERE”. All’interno, nella prima delle pagine inserite nelle bustine plastificate, una nota della dott.ssa che diceva “queste sono alcune delle lettere che ho chiesto di scrivere a chi è venuto qui per chiedere consigli su come migliorare la propria forma fisica, se hai voglia di farlo anche tu, sentiti libero di raccontare ciò che pensi ti rappresenti di più e cosa ti ha spinto a venire qui”. Incuriosito, ho girato pagina ed ho iniziato a leggere la prima lettera presente.

Mi chiamo Marco e innanzitutto chiariamo una cosa. Non sono anoressico, non lo sono mai stato. Le signorine sono anoressiche, i maschi non lo sono, mai. Io ho solamente un rapporto complesso con il cibo e con il mio corpo.
Diciamo che mangiare non è mai stato il mio interesse principale. Sedersi a tavola, mangiare quello che altri hanno deciso vada bene per te, per il tuo corpo [mangia la carne che ti fa bene] mi irrita senza ragione.
Ho sempre trovato inutile ed un po’ fastidioso il rito del trovarsi intorno ad un tavolo per mangiare, magari per un tempo molto lungo. La convivialità, la forma, non mi sono mai interessate.
La mia idea di nutrimento ideale era prendere un bicchiere di latte freddo dal frigo ed un paio di biscotti. Farlo da solo, quando vuoi e come vuoi è ancora oggi la mia idea di libertà, nessuno che ti guarda mangiare (cosa, quanto), nessuno che ti dice “hai mangiato troppo poco”.
Fin dal momento in cui sono in grado di ricordare, sul cibo c’era una polemica speciale tra noi fratelli: quello che desideravo io non andava mai bene agli altri, se io mangiavo (e mangio) pasta corta loro volevano gli spaghetti, se io adoravo la cioccolata fondente loro preferivano quella al latte, gnocchi-tortellini e così via. Sono cresciuto, ho i capelli grigi, ho aggiunto anni agli anni ma è ancora così. E poi le quantità. Noi boomers siamo figli di genitori della guerra, segnati dalla paura della fame e delle ristrettezze che hanno riversato su di noi la preoccupazione di non nutrire abbastanza i figli. La mia sensazione era di mangiare sempre.
A colazione mangiavamo, a merenda mangiavamo, a pranzo, a cena, in vacanza; al mare era l’apoteosi del mangiare, ovunque eravamo assediati dal cibo.
Ed io mangiavo pochissimo, la pecora nera della famiglia. Ho perso il conto delle visite, di medici e specialisti consultati perché “il bambino mangia poco”. Ho aperto millemila boccettine di Carnitina Record B12 a pranzo e a cena. Ho offerto le chiappe ad iniezioni di ricostituente mattina e sera per anni docile e rassegnato, ma sempre inappetente.
Il controllo materno si è  allentato all’università ed è iniziato un periodo di tregua col cibo. A pranzo spesso saltavo o prendevo un cappuccino, a cena spesso mi riusciva un giochetto di rimbalzi: “mangio a casa della morosa, ci vediamo dopo” – “no grazie ho mangiato di corsa a casa”.
Se avevo voglia, mangiavo, se non ne avevo, saltavo. Controllo ferreo della taglia 44: se mi diventava stretta, mangiavo meno. Una cosa semplicissima. Ho raccolto confidenze di amiche con problemi più seri del mio, anche di qualcuna che è scesa troppo in fondo al pozzo e non è riuscita a salire. Dopo Anna ho capito un po’. Ho imparato con la maturità che è meglio tacere che ingaggiare polemiche inutili dal momento che l’idea che abbiamo di noi proietta la nostra immagine mentale su tutto e pensiamo e diciamo cose per gli altri non vere. Qualcuno mi ha detto che si chiama “dismorfismo”, ma è già una parola che ricorda una malattia ed io non ho mai accettato l’idea di essere malato. Io semplicemente mi vedo troppo “in carne” e volevo/vorrei perdere peso, solo che mi dicono che non è vero e per questo mi arrabbio io e faccio arrabbiare gli altri.

Gestire l’immagine reale, sovrapporla a quella mentale è complesso ed in questo momento penso passi attraverso l’accettarsi ed il volersi bene.

È un po’ un casino, insomma. Una difficile e sottile trave di equilibrio. La fortuna nel mio caso è essere riuscito a non cadere, ma ho rischiato di farlo.
La mia mossa vincente per definire una tregua duratura col cibo è stata rimettermi a correre. Ho sempre corso tanto. Da bambino correvo per non prenderle; da adolescente, sul lato opposto d’Italia rispetto al mio mare, correvo per segnare mete nella squadra allora più titolata d’Italia. Allenamenti sfiancanti mi avevano premiato con un fisico da invidia, con quintali di fiato da spendere nelle partite di calcio al Liceo ed in Patronato e con tute e borse che negli anni Ottanta attiravano le ragazzine molto più di un selfie su Instagram. Altri tempi.
Dopo i quaranta mi sono rimesso a correre. Prima un passo, poi l’altro, mezzora, un’ora. I primi dieci chilometri, venti, trenta. Come sarà fare una maratona?

Per fare una Maratona non ti basta l’energia che hai di riserva e devi imparare ad alimentarti.

La prima volta che ho fatto 35k non lo sapevo. Sono svenuto sotto la doccia. Ho letto, ho imparato.

Ho scoperto il cibo come carburante, non come nemico.

La prima volta che ho corso quarantaduemilacentonovantacinque metri ero contento, arrivando credevo di aver dimostrato a tutti di essere capace di gestire cibo e fatica. Invece dopo un po’ è ripartito il ritornello “mangi troppo poco, sei troppo magro”.
Allora ho deciso che avrei affrontato una sfida che mi sembrava folle, andare da Firenze a Faenza in meno di dodici ore per dimostrare di essere in grado di unire il cibo ed il consumo di calorie.
Per questo sono venuto qui. Una corsa di ultra-maratona non si improvvisa, se vuoi correre per cento chilometri devi allenarti tantissimo, le levatacce sono pazzesche, ma la motivazione è una molla potentissima. Il viaggio poi attraverso la notte e gli Appennini è fenomenale, magia pura ed emozione. Così dopo undici ore e cinquantacinque minuti, fermandomi a tutti i ristori per mangiare, sono arrivato a Faenza in lacrime.


Il mio rapporto con il cibo, grazie all’esercizio fisico, è un po’ migliorato, non abbiamo fatto pace, ma è una tregua tranquilla.
Continuo a correre tutti i giorni ed a correre la Maratona e le Ultra. Ho la stessa taglia di quando ero al liceo e cerco di evitare discorsi polemici sul peso e sul cibo, anche se per lavoro mi è capitato di occuparmi di vendere alimentari e non è proprio facilissimo. Ho imparato che questo corpo che ci è stato dato non possiamo odiarlo o distruggerlo perché è il posto dove ci hanno messo a vivere e devo averne cura.
Devo solamente cambiare questo dannato specchio: quello che mi ha regalato Biancaneve è uno spudorato bugiardo.

L’assistente aspettava in piedi di fronte a me. Forse mi aveva chiamato ed io, preso dalla lettura, non avevo risposto? Non lo sapevo, l’ho guardata sorridendo e le ho detto: “sì?” “La dott.ssa la aspetta, seconda porta” “Sì sì, certo, grazie”. Mi sono alzato dalla poltroncina beige e ho fatto qualche passo verso il corridoio. Nei pochi metri che mi separavano dallo studio della – ironia della sorte – dott.ssa Grassi, ho immaginato per un secondo l’uomo che aveva scritto quelle parole. Avrà avuto una vita felice? Una persona con cui condividere le notti di Agosto, di cui cercare ogni notte le mani sotto le lenzuola, qualunque cosa fosse successa durante il giorno? Una famiglia? L’ho immaginato correre danzando sulle punte per le strade buie nell’alba di una città indefinita, con le scarpe consumate sulla parte anteriore interna, preparandosi per il freddo della notte sull’Appennino del Passatore, davanti al mare nel fresco del primo sole d’estate, o mentre tagliava il traguardo di chissà quale Maratona piangendo per la felicità.

Prima di entrare mi sono girato verso la sala di attesa, una signora aveva preso in mano il faldone rosa delle lettere e stava iniziando a leggere. Chissà che faccia gli regalerà e se anche lei come Charlene e me vorrà subito bene a Marco – ho pensato – poi ho dato due colpi con le nocche, chiesto permesso ed ho abbassato la maniglia.

We Are RunLovers. <3

 

Photo credits: Faenza Notizie, UniPD

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