Hai paura?

Conosci le tue paure? Ti fai condizionare o le usi per spronarti a fare meglio?

Tempo di lettura: 3 minutiPuoi avere paura del buio, puoi avere paura delle malattie, puoi avere paura di invecchiare, della miseria, di non stare bene nei tuoi panni.

Ci sono mille paure che possiamo avere e si riconducono tutte alle due paure più grandi e potenti che l’essere umano possa sperimentare: quella di morire e di non essere amato.

La paura è anche un nostro grande alleato: se non ne avessimo mai ci saremmo estinti da tempo perché la paura ci mette in guardia e ci fa scappare quando siamo in pericolo. È una forza che può terrorizzarci ma che ci richiede anche di reagire, se ne siamo capaci.

Una volta chiesero a Michael Schumacher se avesse mai paura mentre guidava a quelle velocità folli. Rispose che sì, ce l’aveva sempre e guai se non l’avesse avuta: la paura era il limite all’eccesso di confidenza, all’incoscienza. Se non l’avesse avuta si sarebbe fidato di se stesso oltre i limiti della ragionevolezza. La paura lo conteneva e lo salvava.

Ho ripensato in questi giorni alle reazioni di molti runner all’ipotesi che ci costringessero a correre con la mascherina, che poi era una paura che nascondeva quella più grande: che ci impedissero ancora di farlo. Che ci richiamassero alle nostre responsabilità, dicendoci che assumercele significava non correre per non procurare danno. Come e quale danno fosse non era ben chiaro. Ma non conta perché quel che conta è che non erano/eravamo solo arrabbiati per un possibile nuovo divieto (che non è scomparso del tutto, aleggia sempre anche se a volte si allontana indefinitamente): avevano/avevamo paura che ci togliessero anche quella cosa che ci fa stare così bene.

Le nostre cose

In mezzo a questi tempi così difficili ci si aggrappa come si può a poche cose, sperando che non svaniscano. Agli affetti, a un lavoro più o meno sicuro, alle passioni: alla corsa. Correre è il nostro dominio e il nostro regno: correndo decidiamo solo noi i nostri tempi e la nostra velocità, decidiamo la direzione e il ritmo. Siamo padroni di questa casa che è nella nostra mente e che diventa reale quando usciamo a correre.

È uno spazio molto personale e intimo e in questi mesi l’abbiamo visto più volte violato. Per motivi comprensibili e leciti, ci tengo a dirlo: la legge va rispettata, finché è ragionevole. Se non la si ritiene ragionevole basta violarla e assumersene la responsabilità.
Al di là di tutto questo però ammettiamolo: abbiamo avuto paura. Paura che la nostra libertà venisse limitata e paura che ci venisse tolto qualcosa, con la forza. Quello spazio che avevamo costruito in tante ore di pazienza solitaria, con tanto sforzo.

Le paure che possiamo avere sono tante e alla fine sono solo due, dicevamo. Di morire e di non essere amati. Cosa c’entra quindi la limitazione della libertà con queste due Grandi Paure? C’entra eccome: è la paura di non essere capiti nelle nostre passioni e quindi non accettati, non amati. Addirittura rifiutati perché ostinatamente vogliamo correre o fare qualcosa che per qualche motivo non è più concessa. Abbiamo paura di dover elaborare un lutto, anche se non è morto nessuno.

Le cose normali

Si racconta che durante la guerra dell’ex-Yugoslavia si potessero vedere per le strade di Sarajevo delle persone quantomeno singolari: portavano strumenti musicali. Chi un violoncello, chi un violino o una tromba. Erano musicisti che sfidavano i cecchini e le bombe per andare a lezione o per fare lezione.
Possibile che in un’epoca di privazioni e guerre questi pensassero a suonare?

Nell’emergenza cerchiamo la normalità e per alcuni è normale suonare il violino, anche se lanciano granate fuori dalla finestra. La normalità è ciò che ci rassicura, è ciò che non ci fa avere paura. A volte magari è noiosa ma quei musicisti consideravano – comprensibilmente – persino la noia come più attraente della follia che succedeva sotto i loro occhi, ogni giorno.

Quella che abbiamo provato era una paura di intensità minore e in un contesto che non ha niente di paragonabile al dramma di una guerra, eppure è una paura che è lecito provare.
Forse è giusto capire che non eravamo solo arrabbiati o amareggiati. Dandole il nome giusto la si può vedere nella giusta luce.

Conoscere le proprie paure aiuta a far loro assumere le giuste dimensioni, a renderle paradossalmente meno paurose.
Non abbiamo avuto paura che ci togliessero qualcosa: abbiamo avuto paura di non poter più fare quello amiamo fare.
Nel frattempo: continuiamo a farlo.

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Martino Pietropoli
Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

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