Come va?

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Prima di inorridire all’idea di una gara virtuale prova a pensare che ha anche i suoi punti forti

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Pronti a ripartire?

Dopo lo stop forzato si riprendere a correre. Sei pronto? Come sarà la tua forma fisica? La tua prima corsa non sarà come le altre e la cosa più importante è viverla bene mentalmente, soprattutto

Nuovi inizi

Si ricomincia con nuovi stimoli, nuovi obiettivi, un sito tutto nuovo e la Forza, che sarà sempre con noi!
Martino Pietropoli
Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

Tempo di lettura: 5 minutiSono 126 miglia per Chicago. Abbiamo il serbatoio pieno, mezzo pacchetto di sigarette, è buio, e portiamo tutti e due gli occhiali da sole” dice Elwood al fratello Jake Blues. “Vai”, gli risponde l’altro.

È una delle battute più famose dell’arcifamoso “The Blues Brothers” e lo è per svariati motivi: perché descrive una condizione di vita al limite (i fratelli devono scappare dalla più grande caccia all’uomo della storia degli USA – cinematografica, s’intende – e hanno una missione da compiere: portare l’incasso del concerto appena fatto all’ufficio tributi a Chicago per evitare la chiusura del collegio in cui sono stati accolti ed educati come orfani) e perché è surreale. Cosa c’entra il fatto che abbiano abbastanza sigarette e soprattutto che entrambi indossino occhiali da sole, per di più di notte, con la riuscita della missione? Niente, ma è un film e la finzione a volte supera la realtà. Forse il significato è che le risposte più impensabili e irrazionali sono le più indovinate quando la vita è indecifrabile.

Ci stai capendo qualcosa?

Non so perché mi sia tornata in mente quella battuta. Suppongo perché stavo guardando la dispensa, chiedendomi quando avrei dovuto di nuovo procacciarmi qualcosa da mangiare. Anche un gesto semplice come fare la spesa non lo è più. Fino a qualche settimana fa almeno lo era, semplice intendo, ora invece richiede pianificazione e un certo azzardo.
Ora, in questo strano marzo, niente è più come prima. Non possiamo più uscire di casa, non possiamo più correre quando ci pare e dove ci pare, sul giornale leggiamo la quotidiana conta dei morti e dei contagiati e ci viene un nodo alla gola. Se potessimo avere un macchina del tempo e leggere queste righe un anno fa ci chiederemmo se si parla di un film, e pure uno di quelli catastrofici americani. Quelli che vedi per uscire poi dal cinema e constatare che tutto è normale e non ci sono gli alieni. Domani vai a correre e in giro c’è la solita gente. È tutto normale, era solo un film.

No: quel cinema è diventato la nostra vita e da quella sala non siamo più usciti. Quello spazio (chiuso) è il film in cui viviamo da settimane. Momentaneamente, s’intende, ma per quanto non lo sa nessuno. Fuori il film continua ed è maledettamente reale: c’è un invisibile agente contaminatore e per strada non c’è più nessuno. Solo la polizia e qualcuno che porta in giro il cane. O chi è autorizzato per motivi di lavoro o chi tenta di forzare il blocco permanente. Insomma, inutile descrivere quello che conosci benissimo.

Se non ci fossero la rete e i social non si saprebbe davvero cosa pensa la gente o addirittura se c’è ancora qualcuno in giro: se non ci potessimo parlare o scrivere, l’isolamento potrebbe farci pensare di essere rimasti soli. Non si vede più nessuno, chi ti assicura che non siano spariti tutti?
Invece ci siamo ancora (quasi) tutti. È passata una settimana dal blocco totale. Per qualche giorno abbiamo discusso animatamente della possibilità o meno di fare sport rispettando le distanze, oppure ci siamo detti che non si stava così male costretti a casa: abbiamo mille milioni di film da vedere e poi i libri, le visite virtuali ai musei, il cibo da preparare, gli amici da sentire, la scoperta per molti di vivere con altre persone. Abbiamo iniziato a parlare con esseri umani che, incredibile, vivevano con noi.
La vita si è trasformata – per chi non è costretto a continuare a lavorare, va specificato (e vanno ringraziati, uno a una, perché mantengono acceso il motore per tutti noi) – in un interminabile fine settimana. Uno di quelli in cui non hai voglia di uscire e allora guardi 3/4 film e poi leggi e poi dormi e poi fai una torta. Con la differenza che il lunedì non arriva. Ogni giorno diventa simile a un altro e dopo un po’ hai serie difficoltà a dire al primo colpo che giorno della settimana è.
Trascorso qualche giorno così capisci di avere bisogno di un po’ di normalità: ricominci a vestirti normalmente, ti ridai degli orari normali, ti mantieni in una qualche forma decente. Sei addirittura più dedito a te stesso di quanto tu non sia mai stato: mangi meglio, dormi di più, cerchi con metodo di avere una qualche routine. Hai bisogno di un programma.
Ecco: credo che la cosa che ci sta facendo più pensare è il non avere un programma ben definito, se non quello di arrivare a sera e poi, in un ultimo allungo (l’unico consentito) fino al momento di andare a letto. L’orizzonte temporale si è modificato radicalmente perché tutto dipende dalla risoluzione di questa emergenza che ha dei tempi incogniti perché nessuno aveva mai visto prima niente del genere.

Come stai, davvero?

Seguo le notizie per pochi minuti al giorno. Lavoro nel resto della giornata, guardo molto gli alberi che vedo dalla finestra. Si direbbe che penso anche se non so esattamente a cosa. Non lo saprei dire. Leggo le discussioni in rete e noto che ci si sta già dividendo fra chi è ligio alle imposizioni governative e chi dice che è tutta una macchinazione, che ci vogliono controllare. Non so, non prendo posizione, i morti mi sembrano verissimi e le congetture molto labili, quindi guardo i morti e quando sono di buon umore penso che siano comprensibili, quando non ho un umore giulivo invece penso che mi fanno paura. Anche uno solo mi fa paura perché non dovrebbe esserci, non dovrebbe stare su quella lista, o almeno non ora.
Viviamo in un immenso fuoriprogramma, non trovi? Un fuoriprogramma che non è nemmeno un programma.

La domanda più semplice è quella che ci si rivolge sempre sovrappensiero nella vita quotidiana, quando ci si incontra: come stai? Si risponde sempre “Bene”, perché è cortesia e abitudine.
In questi giorni invece dovremmo risponderci onestamente: come stiamo? Non conta il non potersi allenare, non conta il non potere andare a fare due passi senza che una pattuglia ti chieda dove vai e perché. Cioè sì, conta anche quello ma non ora.
La domanda richiede una risposta: non per la risposta in sé o perché contenga una soluzione ma per non sentirsi gli unici a essere smarriti, impensieriti, impauriti. Il non poter correre e la rabbia che ne deriva è un sintomo, non è una spiegazione. È una metafora di quello a cui dobbiamo rinunciare, per ora. È la nostalgia per una normalità che davamo per scontata fino a poche settimane fa.
Ora non c’è più niente di scontato. Forse è quindi giunto il momento di dirsi sinceramente come si sta. Senza fare previsioni o illazioni, senza dire “Mi ha detto questo che gli ha detto il cugino che lo zio della figlia” ecc.

Questa cosa che ci sta succedendo ci ha messi per la prima volta davanti a noi stessi, da soli. Non sappiamo come comunità come affrontarla, e come singoli tanto meno. Forse stiamo solo capendo come ricollocarci e ritrovare una nuova dimensione. Forse ci illudiamo che ci sia solo da aspettare che tutto torni come prima (e il mio personale auspicio è che tutto non ritorni come prima, che cioè questa sia l’occasione per cambiare non come individui ma come collettività).
Non so ancora come – chi lo sa del resto? – quindi non finisco di scrivere dicendoti che devi fare mezz’ora di skip e flessioni e addominali e anche un po’ di yoga e poi tutto torna a posto. Non è così e lo sappiamo. Io lo faccio, quasi ogni giorno. Aiutano ma non sono la risposta. La risposta dobbiamo trovarla noi. Non ce la dirà la mamma né lo Stato.
La risposta è quella più sincera che riesci a dare alla domanda “Come va, davvero?”

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4 COMMENTS

  1. Abbiamo purtroppo la memoria corta e spesso non impariamo (o vogliamo imparare) dai nostri sbagli. Ora riflettiamo su cosa andava e non andava prima, che tanto distante non è, e facciamo progetti per
    Il futuro, che tanto distante speriamo non sia. Ma poi tornerà la normalità, o qualche cosa di simile, e verremo inglobati nella nostra nuova routine, con nuove routine, che ci faranno forse dimenticare tutti i buoni propositi. Speriamo non sia così, ma di occasioni per cambiare ne abbiamo avute, ma non lo abbiamo mai voluto fare fino in fondo. Magari questa volta…

  2. Penso che tutti noi dobbiamo fare uno sforzo, e cambiare la nostra routine ma anche guardare cosa hanno fatto gli altri.
    Si dovevano chiudere i confini e controllare tutti quelli che tornavano dalla cina anche con voli non diretti, come fanno i cina da settimana, mettendo in quarantena chiunque, ribaltando i fattori come se il virus arrivasse dall’europa.

    In Asia hanno contenuto l’epidemia con un sistema semplice senza bloccare nulla in Korea e in Giappone, facendo usare la mascherina a tutti.
    Se tutti indossano la mascherina che di solito permette di non trasmettere e non protegge nel contagio, ma se tutti, e dico tutti la mettono, il rischio si annulla.
    A inizio febbraio le mascherine erano esaurite e ora 20 marzo nessuno si è ancora preoccupato della popolazione.
    Convertiamo aziende tessili nazionali a produrre un oggetto che vale 1/2€, siamo in ritardo, ma ancora in tempo.
    Sarebbe un metodo troppo semplice e avrebbe avuto meno impatti sull’economia!!!

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