Bere responsabilmente

Tempo di lettura: 3 minutiSiamo sempre portati a credere che le rivoluzioni più grandi abbiano a che fare con la tecnologia più avanzata, microchip e computer. Balle.
Una delle più grandi rivoluzioni dell’epoca moderna nell’ultrarunning è stata l’invenzione, o per meglio dire, l’aver realizzato l’idea di essere autosufficienti mentre si è in giro a correre.
Sembra una cosa ovvia? No, se pensiamo che in buona sostanza questa concezione esiste solo nell’ultrarunning tra le discipline della corsa.

Se ti ricordi i pionieri della corsa, di cui abbiamo parlato in un precedente articolo, capirai che più che frutto di un’intuizione il tutto si è sviluppato nel corso del tempo per via di un’esigenza reale. Ovvero:
– provare a non morire disidratati
– aumentare la propria performance riuscendo a evitare la disidratazione
– provare a non morire disidratati

La corsa su lunga distanza massimizza quelle che sono le esigenze basilari di una persona. In una corsetta di 20 minuti in primavera, col fresco, non hai realmente bisogno di bere.
Le cose già cambiano se corri un’ora o due.
Le cose sono molto differenti se corri 24 o 30 ore, magari in piena estate, magari in zone desertiche, ma anche solo in una zona molto soleggiata. Lì bere diventa una cosa molto importante e spesso può rappresentare il confine tra l’arrivare in fondo o no in una gara.

Presupposto che non serve spiegare la superfluità dei bicchierini monouso o le bottigliette di plastica d’acqua da mezzo litro come avviene nelle corse su strada, e che spero fortemente che questa pratica assurda e nociva per l’ambiente venga ripudiata da tutti i runner, diciamo che l’idea di aid station (o ristoro) è diffusa da sempre anche nella comunità dell’ultrarunning moderno, con l’idea di un “punto d’acqua” in cui potersi rifocillare. Un pò come incontrare una fontanella o un corso d’acqua in un percorso montuoso.

E qual è il metodo più semplice ed efficace se non correre con una borraccia in mano?
– si riempie subito
– va benissimo per bere breve sorsi mentre si continua a correre (a differenza delle bottiglie con tappo)
– l’acqua più o meno ha il sapore di acqua (e non di tubo di plastica che si scalda come nel camelback)
– non mi è mai capitato che col freddo si ghiacci (a differenza del tubicino del camelback)

Quindi, che si tratti di supporti in tessuto, silicone, o semplicemente due elastici per tenere attaccata la borraccia alla mano, l’evoluzione più grande fu di pensiero, ovvero l’autosufficienza. Il realizzare che anche muovendosi veloci, su qualsiasi terreno, bisogna pensare per se stessi, e non morire disidratati è la prima grande regola per chi vuole provare le sacre distanze dell’ultrarunning.

Preferisci lo zainetto con la sacca idrica?
Ok! e che problema c’è? ognuno ha i suoi gusti.
L’importante è dare un taglio alla plastica e alla pratica dell’usa-e-getta. Nella vita e nella corsa.

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Francesco "Paco" Gentilucci
Paco arriva dalla Repubblica Indipendente di Colferraio dove è libero di esprimere tutta la sua attitudine per l'ultrarunning. E lui, di ultra, ne sa parecchio visto che la sua passione sono le 100 miglia. E le sa raccontare, eccome se le sa raccontare!

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