Tutto può cambiare

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Federica Sartini
Runner e Specializzanda in Psicologia Clinica, Federica è Referente Territoriale, Consigliere Esterno per Giovani Psicologi Lombardia. Si occupa di disturbi alimentari ed è appassionata di motivazione.

Tempo di lettura: 3 minutiNon siamo forse, anche, il prodotto della famiglia in cui siamo cresciuti, della società in cui viviamo? Non esistono forse in noi tracce di qualcosa che ci appartiene e contemporaneamente ci è estraneo? Qualcosa che ci caratterizza e che in certi momenti non riconosciamo?

Come se camminassimo su sentieri già tracciati, se calcassimo desideri preconfezionati, ci sembra di andare avanti, ma giriamo in tondo.

Un giorno ho chiesto alla corsa una cosa ben precisa: che mi portasse verso ciò che ancora non ho visto e che ancora non ho detto, non dove sono già stata. E i chilometri attraverso cui ho viaggiato hanno esaudito il mio desiderio. Perché anche quando ripercorro le stesse strade, io conosco il nuovo, nuovi dettagli, una nuova me.

Esplorare

Un tempo c’erano terre da esplorare, continenti sconosciuti verso cui gli uomini si spingevano, posti incredibili che coraggiosi esploratori ci hanno donato. E oggi, che del mondo conosciamo tutto, o quasi, quella sete dell’uomo non è certo svanita, ha solo trovato altre forme per manifestarsi, perché la spinta a cercare ciò che non conosciamo ha a che fare con ciò che siamo, non con la terra su cui mettiamo i piedi. Lo spazio ci dà le coordinate, l’appoggio necessario, ma ciò che vogliamo davvero conoscere è il territorio inesplorato che ci abita, che noi stessi siamo.

Alla fine, è sempre col nostro cuore che facciamo i conti.

Io ringrazio per aver incontrato la corsa.

Forse esagero, forse no, non mi importa più ciò che pensano gli altri.

C’è qualcosa in ognuno di noi, di unico e prezioso, tolti i ruoli che ricopriamo, i vestiti che indossiamo, tolte le aspettative che gli altri hanno su di noi. Ed è esattamente lì che la corsa mi porta. È la mia occasione per capire cosa mi distingue dal resto del mondo, cosa c’è in me da poter donare, cosa sono destinata a diventare. Sembra una domanda banale, ma quante occasioni abbiamo davvero, bombardati come siamo da centinaia di richieste, per fermarci a pensare.

Io dico che di occasione ne abbiamo una e che questa occasione è la vita.

Quanto sarà importante truccarsi prima di uscire, fare alla perfezione il nodo alla cravatta, sorridere gentilmente al capo che ci fa inc##zare, se poi alla sera, in quei minuti prima di dormire, è dare un senso a tutto il caos, ciò che in realtà ci troviamo a domandare.

Si può sapere chi sono?

Credo di avere chiesto anche questo alla corsa, di averlo chiesto agli alberi che ho incontrato lungo le strade, agli sguardi stupiti degli automobilisti che mi hanno visto annaspare nella neve, scivolare sul ghiaccio, asciugare il sudore nei pomeriggi di agosto.

Ebbene sì, io ho deciso di capirlo anche così, dove cavolo devo andare in questa vita.
E come ci si fa ad annoiare, mi chiedo. Se un chilometro in più è un pezzo nuovo di me che ho conquistato, senza vessillo, se non quello che porta il mio nome inciso sopra, senza insegne sterili e vuote a cui chiediamo di rappresentarci, status, potere o foto profilo.

Conquistatori della terra più ambita, allargatori dei confini di ciò che possiamo fare, scopritori dei talenti che la vita ha affossato, esploratori dell’anima che ci vivifica.
Non mi sorprende sentire nei racconti dei corridori che alcune delle risposte più preziose le hanno trovate tra le montagne, o in un’intuizione mentre allacciavano le scarpe.

Correre predispone lo spirito ad incontrare il nuovo e a lasciarsene incantare.

Mi incanto a guardarmi, lo ammetto, mentre mi alzo al mattino presto, quando il mondo dorme, e io parto e corro verso non so che. Sento ciò che c’è di buono in me, ciò che val la pena coltivare, quel vortice divino che mi alza letteralmente dal letto, dalle convinzioni su cui si basava la mia vita, dalle menzogne che mi sono raccontata… tra cui la più terribile di tutte. Che non ce l’avrei fatta.

E invece ce la faccio, ogni volta, perché, che l’allenamento vada bene o male, che io sia stanca o no, mi alzo e corro. Batte il running heart che ho nel petto e questo è ciò che conta, questa è la vittoria, questa è la mia vita.

Che possa sempre correre, questa nostra vita, verso le albe più belle che il mondo abbia mai inventato, non importa come, veloce o lenta, via dritta o ferma per un po’, in salita o libera su tornanti in discesa, ma sempre batta forte il cuore, che ci ricorda che siamo vivi.

E finché siamo vivi, tutto può cambiare.

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