Sentire il proprio corpo

Il corpo non parla a parole ma trova il modo di esprimersi. Lo sai ascoltare?

Tempo di lettura: 4 minuti

Fin da piccoli ci abituano ad avere un rapporto molto preciso con il nostro corpo: quello dimensionale. C’ha mai fatto caso? All’asilo tutti gli adulti notavano se eri il più alto o il più basso o, più semplicemente, se crescevi in maniera corretta. Poi sei diventato grande e, specie quando i numeri che misuravano la tua altezza hanno smesso di crescere – a diciott’anni o poco più – sono entrati nella tua vita altri numeri: quelli del peso. Che se ne portavano dietro tanti altri: le calorie, i grammi di grassi, di proteine, di carboidrati ecc.

Quanti numeri ci sono nelle nostre vite? Innumerevoli, è il caso di dirlo. Ci sono gli anni. I voti. I tempi in pista, se facevi o se ancora fai l’atleta. I chilometri di distanza da scuola, dal primo amore, dal lavoro. I chilometri che hai fatto con la tua prima auto, i numeri che indicavano l’ammontare del tuo primo stipendio. Potrei andare avanti all’infinito, davvero.

Ogni giorno gestiamo tantissimi numeri, anche senza essere i contabili di un’azienda o dei banchieri. Siamo arrivati al punto che pensare che i numeri definiscano ed esauriscano tutto il racconto sulla nostra vita ci pare una cosa neanche sensata: ci sembra normale, ovvia.

Negli ultimi anni poi, come se non fossero bastati già quelli che usavamo, ne abbiamo introdotti altri: quelli che ci forniscono gli sportwatch o activity trackers o chiamali come vuoi. Abbiamo iniziato a sapere con più precisione di quante calorie abbiamo bisogno ogni giorno (metabolismo basale) o quante ne bruciamo correndo o facendo le scale. Alcuni sanno elencare le calorie fornite da 100g di centinaia di alimenti diversi (c’è gente increbile in giro). Insomma: la convinzione che tutto si possa misurare si va rinforzando ormai da parecchi anni.

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Ogni misurazione riguardante il nostro corpo riporta a qualche parametro. Essere dentro o fuori dai parametri si riflette sulla nostra mente: stiamo bene o male se stiamo rispettivamente dentro o fuori certi parametri. Prendi l’indice di massa grassa: se sei oltre una certa soglia sei sovrappeso o obeso, se sei sotto sei sottopeso. Sono misurazioni oggettive che però si riflettono anche sulla tua mente e quindi, alla fine, su come ti senti. Su quanto sei o meno a tuo agio.

Eppure la mente umana è persino più complessa di così. Non solo superare un qualche parametro in un senso o nell’altro la mette a disagio. Riesce comunque in alcuni casi a convincersi che c’è qualcosa che non va anche se sei perfettamente normale, cioè “nella norma”. Hai mai letto la definizione di “normale”? Significa “conforme alla norma, consueto, regolare, abituale. Quindi essere nella norma dovrebbe tranquillizzarti, perché significa essere come “dovrebbe essere giusto essere” o come sono la maggior parte delle persone.

Ci sono persone in forma, che si allenano regolarmente, che appaiono sorridenti e positive in foto e che nella vita reale sono tutt’altro che felici. Così come ci sono persone che non vivono per niente bene il rapporto con gli activity tracker. Invece che concepirli come “Motivatori elettronici” li vivono come un’ulteriore forma di controllo e una fonte di giudizi non sollecitati. “Non ti sei allenato abbastanza oggi, ma domani ti rifarai, vero?”. “Manca poco a chiudere il tuo cerchio del movimento: devi solo fare 4000 passi!”, detto alle 23.59 di un tranquillo mercoledì di gennaio.

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Non è colpa loro

Gli activity tracker non hanno colpe. Personalmente sono più propenso a riconoscergli dei meriti che altro. Non escludo che per alcune persone possano essere invadenti e più fastidiosi che utili ma in questo caso il problema sta nel come sono progettati e in che modo si pongono verso l’utente piuttosto che nel concetto stesso che li ispira. Sono strumenti che per dialogare con gli umani devono essere studiati con precisione e sensibilità, senza diventare dei giudici implacabili che ti guardano severi con i loro occhi di cristalli liquidi facendoti sentire a disagio perché non hai fatto abbastanza.

C’è però una qualità degli activity tracker che è innegabile: hanno reso più consapevoli milioni di persone del proprio corpo. Di cosa significa assumere tot calorie. Di come si quantifica il proprio sforzo fisico. Di quante ore di sonno hanno dormito o dovrebbero dormire. I numeri non dicono tutta la storia ma ne dicono una parte importante che va conosciuta.

Basta? No, è evidente che manca qualcosa di molto più importante. Qualcosa di non quantificabile e misurabile. Parlo di quella sensazione che ti fa sentire o meno a tuo agio con il tuo corpo a prescindere da quanto mangi o da quanto corri.

Mi senti?

Se si spinge all’estremo quanto detto sin qui il vero problema è che non riusciamo più a sentire bene il nostro corpo. Senza scomodare certe patologie relative a come lo percepiamo a prescindere dal fatto che i dati ci dicano che siamo normali, gran parte del benessere o meno con cui viviamo il rapporto col nostro corpo è legato alla percezione che ne abbiamo. Per questo persone perfettamente in forma sono insoddisfatte e continuano a “punirsi” con allenamenti estremi. Per questo altre persone arrivano a detestare parti del proprio corpo senza alcun motivo se non una fissazione mentale.

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Sappiamo davvero interpretare i segnali che ci manda? Secondo una recente ricerca il 38% degli adulti italiani non sa se lo stomaco si trova a destra o a sinistra del proprio addome. Non è vero ma potrebbe esserlo tranquillamente. Del resto quanto sappiamo davvero di come siamo fatti e di che legami hanno i nostri organi interni con il resto del corpo o i muscoli con lo scheletro? Ne erano ben più consapevoli millenni fa in Cina o in india, pur avendo molte meno conoscenze mediche.

Arrivo al punto

Qualsiasi cosa o esperienza che ci renda più consapevoli del nostro corpo e di come funziona è un modo per andare nella direzione giusta. Che siano activity tracker o sportwatch o che siano lo sport che facciano o come ci alimentiamo va benissimo. Se ci fai caso, più ti alleni più sei attento a quello (e a quanto!) mangi. Più ti misuri (peso, velocità, massa grassa) più sai interpretare la reazione del tuo corpo alla vita che conduci. Più ne sei consapevole e più ti conosci, più riesci a vivere una vita sana: sai dire di no al bis, sai ricavarti un’ora per allenarti, cominci a percepire il bisogno di fare movimento e non più l’obbligo.

In altre parole, quello che bisogna cercare di fare è costruire un rapporto e una conversazione con questa magnifica macchina che ci porta in giro per la vita e per il mondo. Bisogna saperla ascoltare e assecondare perché il corpo parla. Non si esprime a parole ma sa farsi capire bene. Se lo si sa ascoltare.

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(Photo by Mitchell Griest on Unsplash)

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

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