Sai la strada per Amburgo, Charlene?

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Sono le 5 del mattino del 27 Aprile 2019. L’allarme dei telefoni suona per pochissimo, perché sia io che Michele, il mio compagno di stanza per questo fine settimana, siamo già svegli e lo spegniamo istantaneamente e quasi in contemporanea. Ci alziamo dal letto e controlliamo – forse sperandoci un po’ – se fuori stia piovendo, per poter tornare a dormire. La giornata sembra molto bella invece, quindi prepariamo un caffè americano col bollitore della camera e nel frattempo che sfredda un po’ ci prepariamo per andare a correre. Abbiamo in programma di fare un giretto esplorativo dei paraggi per poter fare qualche bella foto sfruttando le capacità di Giorgio del RunLovers Team che è qui ad Amburgo con noi. Siamo arrivati nella seconda città tedesca per importanza e numero di abitanti ieri pomeriggio, per correre la Maratona, la Mezza Maratona o la Staffetta che domani 28 coinvolgeranno la città. Ci muoviamo verso il fiume Elba per cercare qualche bello scorcio, i local runners che abbiamo incontrato ieri ci hanno detto che c’è una zona lungo il fiume che si presta molto sia alla corsa che alle fotografie, per cui ci andiamo pieni di speranze. Effettivamente ci sono tanti posti particolari, e alla fine passiamo più tempo fermi scattando foto che correndo per davvero. Poco male, perché alle 7 c’è una shakeout run per fare un giretto turistico della città a cui voglio partecipare. Sulla via del rientro troviamo la strada marcata dalla linea blu che indica il percorso della Maratona – quella di Amburgo è stata la prima a disegnare la traiettoria ideale sul terreno – scattiamo qualche foto anche qui e rientriamo in hotel. Io mi unisco alla shakeout mentre gli altri riposano un po’, mi piace sempre fare queste corse turistiche e Amburgo si rivela piena di bei posti, molto ordinata e con dei quartieri esteticamente incredibili. Da un lato edifici classici originari del ‘700 ma quasi totalmente ricostruiti dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale, dall’altro i palazzi super tecnologici che si affacciano sul fiume o in centro città. Il brand che ci ospita e che è sponsor della Maratona – 361° – ha organizzato una serie di eventi e conferenze a cui partecipare, ma per la mattina del sabato siamo praticamente liberi, per cui gironzoliamo un po’ per l’expo e ritiriamo i nostri pacchi gara. Nel pomeriggio seguiamo alcune presentazioni di nuovi prodotti ed io ho anche il piacere e l’onore di essere invitato a fare un breve discorso motivazionale per i presenti e per chi domani correrà per le strade di Amburgo.

Facciamo poi un’altra shakeout run su un giro leggermente diverso da quello della mattina, in modo da poter vedere qualche posto che all’alba non era accessibile. Dall’Italia siamo arrivati qui in sette. Oltre Michele, Giorgio e me, ci sono anche Dario (anche lui del RunLovers Team e che correrà la Maratona insieme a me e Michele), la super Yurima e Samantha che correranno la mezza e Stefania che prenderà parte alla Staffetta (ma quante belle persone ho conosciuto grazie a RunLovers e il RunLovers Club?).

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Ci incontriamo tutti dopo una notte con poco sonno nella sala colazione, sono le 6.30 di domenica 28 Aprile. Ogni persona che entra guarda fuori dalla vetrata gli alberi e le piante del giardino dell’hotel piegate dal peso dell’acqua. Piove a dirotto. Mangiamo con calma, andiamo a sistemare le ultime cose e sotto una pioggia leggermente meno battente andiamo verso il punto di ritrovo prepartenza. Quando arriviamo alla nostra area Yurima e Samantha con la mezza sono appena partite, mentre Stefania andrà più tardi al suo punto di cambio. A noi manca circa un’ora ancora, riusciamo a sistemare le nostre borse ed usare i bagni senza grosse file. Salutiamo Giorgio che partirà a ridosso dei Top ed entriamo nella nostra griglia. Drei, zwei eins, go! Partiti! La Maratona di Amburgo inizia tra due ali di folla che applaudono, è molto bello che nonostante la pioggia tutte queste persone siano venute a vedere dei matti correre (quanto dobbiamo imparare noi italiani in questo senso, eh?) e ricambiamo gli applausi del pubblico. I primi chilometri scorrono veloci – forse anche troppo rispetto al preventivato – ma ci lasciamo trascinare dal pubblico e contiamo di entrare nella nostra media prevista entro il decimo, per poi cercare di restare stabili lì. Dario, Michele ed io indossiamo delle canotte leopardate e corriamo tutti in riga, e quando la gente ci vede in gruppo prendiamo sempre qualche incitazione in più. Con noi corre anche Selina, che abbiamo incontrato ieri all’EXPO, è canadese ma ormai è stata adottata da Roma ed è qui con una sua amica di Amburgo per correre la sua decima Maratona. Potrebbe andare decisamente più veloce di quanto non stiamo facendo, ma vuole anche lei godersi la corsa con noi. Abbiamo superato i primi sette chilometri – un sesto di gara come dice Michele – e stiamo andando benissimo, il morale è alle stelle. Battiamo il cinque ad ogni bimbo, ringraziamo col nostro DANKE italianissimo e facciamo un po’ di video e foto. Ci si affianca Martin, che vorrebbe provare a fare il suo record, e inizia a correre con noi. Siamo passati al dodicesimo freschi come rose (seeee vabbè) e ora inizia un breve tratto con saliscendi – no Dario, non possono essere considerate salite queste – in un quartiere bellissimo immerso nel verde, una specie di Beverly Hills tedesca. Passiamo in un tunnel lungo circa mezzo chilometro e davanti a noi un uomo con una tshirt azzurra grida “Italia! Italia” – anche se in realtà è tedesco- e quindi, da bravi cialtroni della corsa, iniziamo a cantare l’inno Italiano. Scopriamo che non siamo gli unici italiani, perché il coro diventa corposo e a “l’Italia chiamò” c’è anche un applauso. Divertentissimo e assolutamente senza logica, ma ha una logica, la corsa su lunga distanza?

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Usciti dal tunnel riprendiamo a correre nel tratto con gli alberi che riparano leggermente dalla pioggia, che comunque si sta diradando. Abbiamo ormai superato la mezza e siamo ancora nella nostra media, anzi leggermente meglio del previsto. Siamo sempre affiancati in una riga leopardata, ogni tanto riesco a staccarmi un po’ per aspettare gli altri e scattare qualche foto, ma cerchiamo comunque di restare il più possibile vicini, perché ora, un po’ per tutti, inizia la parte più dura dal punto di vista psicologico, ed è importante supportarci a vicenda. Se c’è una cosa che mi piace fare – ma non è una novità – è fare il buffone alle gare, soprattutto se può essere utile per aiutare chi ha un po’ di difficoltà. Ieri ho fatto due chiacchiere con Sandra, sette volte campionessa mondiale di retrorunning, e le ho chiesto qualche consiglio su come si possa correre bene all’indietro. – Vuoi correre la Maratona all’indietro? – mi ha chiesto subito con una faccia stupita. Ho risposto che no, non ne avevo la minima intenzione, ma avrei voluto fare qualche centinaio di metri per divertirmi e far divertire in gara, e così mi ha spiegato come controllare la strada e come poggiare i piedi. Insomma, per farla breve, accelero un po’ per staccarmi dal nostro gruppetto, poi mi giro e inizio a correre all’indietro. Rallento ovviamente, ma era il mio obiettivo per farmi riprendere dai miei amici, e mentre gli altri atleti mi sorpassano li incito chiamando tutti per nome e battendo il cinque. Tutti ridono, per trenta metri si dimenticano che stiamo correndo da ventotto chilometri sotto la pioggia e molti accelerano – forse perché pensano qualcosa tipo “ma guarda questo che corre all’indietro e me lo sono trovato qui, mica ci sto ad andare più piano di lui”.

Anche Martin ha accelerato un po’, ha molta più benzina di noi ed è giusto che vada, Dario mi dice che sta sentendo qualche fastidio alle gambe e non riesce a correre più tanto bene, per cui gli dico che rallentiamo e pazienza, per il personal best ci sarà sempre tempo e la cosa importante è terminare col sorriso. Guardo l’orologio, sono passate due ore e cinquantotto ed abbiamo corso per trentadue chilometri. Chissà se Giorgio è arrivato – mi chiedo. Gli avevo passato qualche mese fa il piano di allenamenti che Charlene (la mia allenatrice immaginaria) ed io avevamo messo giù per stare sotto le tre ore e per lo stato di forma che ha dovrebbe essere ampiamente sotto il previsto, lo spero davvero. Quasi l’avessi invocata con questi pensieri, Charlene inizia a corrermi accanto. Improvvisamente tutte le persone che stanno partecipando alla gara spariscono, tranne me ed i miei compagni di corsa, che però, come in un sogno o in un film in cui si vive un flashback, risultano sfocati e sembra si muovano al rallentatore.

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– Che c’è che non va? – le chiedo – Stiamo andando bene senza pensare al tempo e ci stiamo divertendo, devi dirmi qualcosa?

– No no – mi dice – . Sono qui proprio per questo, per divertirmi anche io. State sulla sinistra tra poco. Ci vediamo.

Sparisce e tutto torna nitido come prima, siamo appena passati sul trentottesimo chilometro, gli altri concorrenti sono ancora lì e i miei compagni corrono alla solita velocità. Ora, io non lo so se stia sviluppando dei poteri paranormali o se le mie allucinazioni siano premonitrici, fattostà che mi sposto sulla sinistra, e con me tutto il nostro gruppetto leopardato, e succede una specie di miracolo. C’è un cheering point fantastico con la crew di 361° che ci vede, ci riconosce e si lancia sul tracciato con noi spingendoci con il tifo per qualche centinaio di metri. Era proprio quello di cui avevamo necessità, Dario si ravviva un po’ e con Michele e Selina capiamo che è quasi fatta e ora la gara la porteremo sicuramente a casa.

È il momento di fare di nuovo lo scemo e dare un po’ di carica. Rifaccio la gag della corsa all’indietro, canto We Will Rock You e do il cinque a più persone possibile. È un attimo e ci siamo lasciati il cartello dei quaranta chilometri alle spalle. Dario è in difficoltà. Rallentiamo, riprendiamo, rallentiamo di nuovo. È il quarantunesimo. C’è un tifo incredibile, va a prendersi il cinque di tutti i bimbi e torna un po’ in sé, raggiungiamo di nuovo Michele e Selina e lo vediamo. A cento metri c’è il cartello dei quarantadue chilometri, e poi saranno solo altri centonovantacinque metri su cui volare, la passerella del maratoneta. Ci sentiamo chiamare. Yurima e Samantha sono lì, poco dopo il quarantaduesimo. Ci fermiamo, le abbracciamo, ci facciamo anche una foto e in un attimo Dario ritrova tutte le energie e ripartiamo verso il traguardo. Eccoci, tre uomini e una donna in riga, mano nella mano e braccia sollevate, su un tappeto rosso a superare una linea magnetica che suona e ancora una volta – ormai la settima per me – ci dice che siamo maratoneti.

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Quanta fatica si fa a correre una Maratona? Molta. Provate a correrla come ha fatto Giorgio, che ci aspettava appena oltre il traguardo e che ha praticamente massacrato il suo tempo precedente chiudendo in due ore e cinquantacinque, nonostante la pioggia.

Quanta fatica si fa? Moltissima in alcuni casi.

Provate però a correre una Maratona con un Amico. La fatica da molta sembrerà poca, ma la gioia di tagliare il traguardo insieme sarà qualcosa di incalcolabile. Ed oggi ad Amburgo io mi sento ancora di più un privilegiato per aver potuto condividere la Maratona di questa bella città con Dario, Michele e Selina, con cui abbiamo festeggiato la vita a modo nostro, correndo per quarantaduemilacentonovantacinque metri sorridendo, battendo il cinque ai bimbi, cantando l’inno di Mameli nel tunnel che faceva rimbombare tutto e scattando foto e video. Il record del mondo di Kipchoge lo abbasseremo in un’altra occasione.

Ma sarebbe difficile, anche da campioni del mondo, essere più felici di quanto non lo siamo oggi. Un weekend indimenticabile, con delle persone incredibili. Se è vero che tutte le strada portano a Roma, sono però certo che la strada per Amburgo passa per il quartiere della felicità.

È l’alba di lunedì 29 Aprile, ho il volo di ritorno tra qualche ora e come sempre prima di ripartire sono uscito per salutare a modo mio la città che mi ha ospitato per alcuni giorni. Piove di nuovo. Corro fino al porto, faccio un giro in una parte che non avevo potuto visitare e mi fermo per respirare un po’ l’aria umida che arriva dal fiume. Mi siedo su una panchina bagnata e mi metto a guardare le navi sull’acqua, poi ad un certo punto sento il movimento del legno come di qualcuno che si è seduto di fianco a me e anche senza guardare so già che è lei.

– Siamo andati bene Charlene, no?

– Siamo andati bene, sì.

– Quindi? Ci vediamo in autunno?

– Perché no Pietro, perché no?

We Are RunLovers ❤️

 

[Continua… (?) ]

 

Photo credits: Giorgio Pulcini (InstagramWebsite)

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Pietro corre, sempre. Anche due volte al giorno. Si narra che, a causa di tutte le scarpe che ha consumato, i negozi specializzati gli stendano un tappeto rosso per favorire il suo ingresso tra squilli di trombe e urla di tripudio. Pietro è una persona meravigliosamente incoerente: prende la corsa con serietà ma ci scherza su; ama la Sardegna e gli manca la Norvegia. Pietro racconta in modo stupendo la corsa vissuta da uno che la pratica con amore viscerale, e questa è la cosa più importante.

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