Running with Massive Attack

La calma potente di un sound unico che ha rivoluzionato la scena musicale negli anni '90: il trip hop.

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Erano i primi anni ’90. Erano gli anni d’oro del brit pop. Erano anche gli anni del trip hop, un genere musicale completamente diverso dai successi di classifica degli Oasis o dei Blur. In realtà il trip hop non nasce in contrapposizione con il sound pop dei cugini londinesi o manciuriani. Anzi: non erano nemmeno cugini, non c’era proprio nessun grado di parentela. Se una qualche familiarità doveva esistere nelle sonorità trip hop bisognava piuttosto ricercarla nell’hip hop (da cui deriva il nome, declinato però in “trip”, quindi viaggio, mentale in questo caso). C’era la stessa radice elettronica, lo stesso lavoro di dj che si erano formati sui grandi classici ma che si erano poi evoluti trovando suoni più adatti alla propria sensibilità.

Nel trip hop si possono infatti trovare schemi e ripetitività tipiche dell’hip hop ma il risultato è completamente diverso. Semplificando moltissimo, il trip hop è un genere musicale che pochissimi critici e intenditori di musica direbbero mai di non apprezzare. Perché è cool, perché è una delle espressioni musicalmente e intellettualmente più interessanti di quegli anni e soprattutto perché aveva un’origine genuina e pura. Era nato nei club di Bristol, era fatto da gente che amava la musica e non voleva farci una montagna di soldi e soprattutto aveva innovato la scena musicale trovando uno stile unico, raffinato, profondo, cupo e meditativo quando serviva. Il trip hop non erano canzonette. Dovevi ascoltarlo e apprezzarlo e dedicarci molta attenzione perché ogni traccia era costruita con precisione maniacale e tocco artigianale.

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C’era chi lo faceva con pochissimi mezzi come i Portishead – che usavano molte tracce o riff presi in giro e le rimiscelavano facendoci cose nuove e incredibili – e poi c’erano loro: i Massive Attack.

Si dice che il governo inglese non fosse felice che il loro “Blue Lines” uscisse proprio durante la prima Guerra del Golfo. Quel nome “Massive Attack” non suonava bene, era troppo belligerante. O forse era infastidito dal fatto che loro, come sempre durante la loro carriera, non si fossero mai dimostrati timidi nell’appoggiare campagne di sensibilizzazione civile e fossero l’esatto opposto di quanto il loro nome suggerisse. Non c’era niente di militare e violento nel loro nome. La loro era solo pura potenza sonora e non si esprimeva nemmeno con suoni violenti ma con la perfezione dell’eleganza. In quelle tracce costruite con così tanta sapienza non si poteva che leggere una calma potenza. E non solo: c’era anche la delicatezza di tracce come “Protection” o “Teardrop”, dei classici ormai immortali.

I Massive Attack sono diventati famosi a loro modo e compatibilmente con il genere che suonano. Li si potrebbe pure definire pop(olari). Se non fosse che hanno sempre saputo mantenere una certa lontananza dalla musica compiaciuta. I Massive Attack non vogliono farti star bene. Se ti devono far viaggiare con la mente lo fanno mettendola alla prova, facendola andare nei suoi luoghi più nascosti ma rivelandone allo stesso tempo la potenza. Per questo riascoltarli anche dopo più di 20 anni restituisce la stessa forza, precisione e bellezza che avevano e hanno sempre avuto.

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(Photo by Mike Meyers on Unsplash)

 

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

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