Quando l’obiettivo di correre forte incontra i 30 anni

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RunLovers
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Tempo di lettura: 3 minutiElisa “Lily” Laffi corre veloce. Corre veloce seriamente, perché è una velocista. Lei ha fatto dello sport il suo lavoro e affianca all’attività di trainer la passione per la velocità, le scarpe chiodate e il tartan. La conosciamo ormai da tempo immemore e siamo estremamente felici di condividere con te i suoi pensieri. Ti piaceranno, ne siamo sicuri!


 

Una cosa che dico spesso è che, nella velocità come nella cinofilia, gli anni sembrano moltiplicati per 7.
Forse, se mi conosci, già sai che io sono una runlovers atipica. Se mi chiedi di correre su strada o inizi a parlare di chilometri potresti vedermi cambiare espressione e fingere un malore, ma dammi un anello di sportflex o tartan con “una circonferenza di 400 metri in prima corsia” e, ovunque nel mondo, mi sentirò a casa.

Nonostante le discipline siano profondamente diverse, le emozioni che proviamo sono sicuramente le stesse, indipendentemente dal tempo scritto sul cronometro: che siano ore nel caso di una maratona o secondi nel caso dei miei amati 100 metri.

L’emozione nel vedere quel cronometro fermarsi con numeri più bassi è sempre la stessa.
La sensazione di aver superato il proprio limite, che sia l’all time personal best o che sia tornare sui tempi di un pre infortunio, vedere ripagate le fatiche di tutti gli allenamenti fatti nel freddo dell’inverno appena concluso o sotto al caldo torrido che si è scatenato nelle ultime settimane. Ma anche – perché no?! – gli allenamenti fatti nonostante la stanchezza, in cui allenarsi è quasi una violenza perché devi raschiare il fondo della motivazione per riuscire a trovare un briciolo di energia.

Credimi quando dico che 30 anni sono tantissimi nel mio “mondo”. Proprio ieri, durante il riscaldamento dell’ultima gara, una ragazza evidentemente alle prime armi mi ha chiesto se potevo spiegarle come funzionava la call room, una ragazza di 16 anni. SEDICI ANNI!

Quattordici lunghissime rivoluzioni della Terra attorno al sole di differenza. Anno di nascita 2003 contro 1989. Sono due decenni, la caduta della statua di Saddam Hussein contro la caduta del muro di Berlino, una patente e un rinnovo di patente di differenza.

Come cambia la vita in quattordici anni. E com’era bello allenarsi a 16 anni, quando l’impegno più grosso era la scuola e potevi andare al campo di atletica senza dover controllare sempre l’orologio.
Ora invece il tempo per l’allenamento è sempre rosicchiato tra un turno e l’altro, tra una lezione di CrossFit e una di Fitness. Negli anni l’allenamento è diventato molto più specifico e, come atleta, ho imparato a conoscermi, a standardizzare il mio riscaldamento in modo da renderlo più breve ma più efficace in modo da non dover scappare via dopo l’ultima ripetuta in pista, non dover tagliare il recupero fra una serie e l’altra di squat o trazioni.
A sedici anni ero già alta 1.75 e pesavo 6 kg in meno, mangiavo ciò che volevo senza ingrassare, dormivo pochissimo e ignoravo il concetto di “dormire in piedi dalla stanchezza”. Oggi, tornata da un weekend di gare a La Spezia, non avendo potuto dormire nel mio letto, viaggiando senza aria condizionata e con 2 ore in meno di sonno, sembro Tom di Tom e Jerry quando ha bisogno degli stuzzicadenti per tenere aperti gli occhi.

Da due anni, devo farmi seguire da un nutrizionista che mi aiuti a mantenere un’alimentazione adeguata che mi permetta di rimanere in forma e di aiutare i miei muscoli, il mio corpo e la mia mente a rimanere “sul pezzo”, come si dice a Bologna, il mio fisioterapista è in cima alla mia lista dei numeri di telefono preferiti, prima dei miei genitori e del mio fidanzato, per farti capire la situazione.
A 16 anni l’atletica leggera era più un divertimento che un sacrificio, a 30 invece è il contrario, ora è come una relazione sentimentale in cui però, per tenere alto il rispetto reciproco, devo prendermi cura di me stessa. Se mi trascuro, se non mi prendo cura di me stessa e del mio corpo, l’atletica mi dice – con inappellabili e scortesi tempi sul cronometro – che sto sbagliando qualcosa, che oggi sono troppo stanca, che non ho riposato bene, che non sono idratata.

È un’amante esigente e spietata, lei, l’atletica. Non ti da mai il contentino se non lo meriti, si accorge di ogni problema e non mente mai ma, quando le dai attenzioni, quando ti impegni e ti dedichi a lei, quando ti prendi cura del tuo corpo come se fosse il tuo lavoro (e, in fondo, un po’ lo è) sa essere generosa. Sa gratificarti ed emozionarti in modo speciale perché, per poter sentire quella sensazione, hai dovuto faticare, impegnarti ed essere perseverante.
Sei stato tu, le tue gambe, il tuo corpo, la tua mente ad arrivare fino a lì; a portarti a raggiungere il tuo obiettivo, a mettere in pratica ciò che il tuo allenatore ti ha insegnato. Ogni correzione, ogni tentativo, ogni delusione e ogni ripartenza

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