Prendila con filosofia

Lo chiamano il "Metodo Foucault", dal nome e dalla teoria del filosofo francese. Non c'è niente da studiare ma ci sono solo ragionevoli principi da adottare, come insegna anche il fortissimo Centrowitz

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“Oddio non vorrai mica stressarmi con la filosofia?”. Ti ho sentito o comunque l’hai pensato! Sì e no, ma di filosofia qui ce n’è poca o almeno non quella che ricordi dai libi del liceo, ammesso che tu sia stato al liceo.

Nessuna cosa incomprensibile, nessun concetto astruso, anzi: ci sono osservazioni molto interessanti che possono darti spunti per i tuoi allenamenti e per farti migliorare. E poi ci sono alcuni consigli di Centrowitz, il mitico mezzofondista americano.

Il metodo Foucault

Foucalt non era un atleta ma un filosofo e sociologo. Era più interessato allo studio delle scienze sociali e a come si esercita il potere sulle masse. Eppure il suo studio “Sorveglianza e punizione” in particolare – che parla in realtà del sistema penitenziario e delle sue implicazioni sociali e psicologiche – ha attirato l’attenzione di più di un coach perché ha delle interessanti somiglianze con la preparazione e la pratica dell’atletica. Correre a più non posso sullo stesso percorso concentrico mentre un coach ti sprona a dare sempre di più e ti controlla in modo maniacale, se ci pensi, ricorda un po’ un penitenziario.

I preparatori atletici che si sono interessati alle teorie di Foucault però non l’hanno fatto per essere più inflessibili con i loro atleti ma perché i tre cardini della sua filosofia al riguardo hanno dei curiosi paralleli con l’atletica e la corsa più in generale. Uno in particolare, il ricercatore teorico delle tecniche di allenamento della University of Alberta Jim Denison, ha applicato i principi foucaltiani alla realtà, allenando insieme al suo dottorando Tim Konoval diversi atleti.

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Il “metodo Foucault” si basa, come si diceva, su tre cardini: tempo, spazio e organizzazione. Vediamoli nel dettaglio.

Tempo

Il primo passo è quello di cambiare il rapporto che gli atleti hanno con il tempo. Invece che farli dipendere dalla tirannia del tempo cronometrato, gli allenatori hanno privilegiato un rapporto più empatico con la corsa e le prestazioni, non misurando i tempi degli atleti ma lasciandoli liberi di capire che tempo avevano fatto in una determinata sessione. Questo ha permesso loro di essere più consapevoli delle proprie prestazioni, eliminando l’ansia di correre contro il cronometro.

Spazio

Anche in questo caso l’idea è quella di destabilizzare l’atleta e le sue convinzioni, togliendogli i riferimenti spaziali. Non temere: non li hanno costretti a correre bendati. Siccome però atleti da circuito sono spesso abituati a correre in gruppo mantenendo posizioni che sono legate alle proprie prestazioni (i più veloci davanti ecc.), la tecnica di allenamento si è concentrata sul mescolarli, in modo da stimolare i meno veloci a dare di più, responsabilizzandoli alla guida del gruppo.

Organizzazione

L’atleta si aspetta sempre istruzioni dall’allenatore perché è fedele alla disciplina, pensando che questa gli farà ottenere i risultati sperati. Facendo così non coltiva però la propria capacità individuale di giudizio e non è più “libero” di capire cosa sia meglio per lui. In fondo l’allenatore è una persona competente ma non è nel cervello dell’atleta e può solo approssimare la sua condizione fisica.

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Come si traduce nella pratica dell’allenamento questo atteggiamento? Lasciando agli atleti la sessione aperta, cioè permettendo loro a fine allenamento di decidere con quante ripetute vogliono concludere. I risultati in questo caso sono stati deludenti per Konoval perché quasi tutti hanno scelto di farne esattamente quante il coach aveva sempre detto loro di fare, rinunciando di fatto a prendere l’iniziativa di migliorarsi e di decidere autonomamente. Il commento di Konoval lo spiega bene: “Sono troppo disciplinati”.

Il metodo Centrowitz

Alex Hutchinson, autore dell’articolo e atleta a sua volta, racconta di aver avuto in passato un incontro con le teorie foucaultiane senza essersene reso conto. Accadde quando si allenava con il mitico mezzofondista Matthew Centrowitz. A sua detta un “foucaultiano naturale” nel senso che ne applicava le teorie senza conoscerle, solo perché era un intuitivo per natura. Quando Alex gli chiedeva a che ritmo e per quanto dovesse fare un certo fartlek lui gli diceva “Quanto te ne senti, quanto ne hai”. Quando lo scopriva a controllare il cronometro troppe volte glielo sequestrava. L’intento era insomma quello di distruggere certe false sicurezze come quella dell’affidarsi alla tecnologia e l’essere schiavi di tempi e programmi, alla ricerca di un rapporto più naturale con il proprio corpo e le sue potenzialità. Sapendolo ascoltare, alla fine.

(Via Outside – Photo by Giammarco Boscaro on Unsplash)

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

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