Non ti piace correre sul tapis roulant? C’è un motivo

L'invenzione del tapis roulant ha a che fare con tutto fuorché con la forma fisica

Tempo di lettura: 2 minuti

Il tapis roulant è molto comodo se piove, se fa caldo, se nevica e se per strada c’è Godzilla che ha digerito male e sta spaccando tutto. Però diciamocelo: correrci non è sempre una delle esperienze più esaltanti che si possano fare. Spesso per riuscirci senza essere sopraffatti dalla noia c’è bisogno di guardare la TV o chiacchierare col vicino (di tapis roulant) o ascoltare podcast (magari quelli di RunLovers!).

Storia di un’invenzione

Ora si scopre che c’è un motivo all’origine della sua invenzione che spiega molte cose. Non fu infatti architettato come strumento per rimanere in forma correndo al coperto bensì come macchina di tortura, anche se relativamente light.
A inventarlo fu l’ingegnere civile William Cubitt 200 anni fa, nel 1818, e lo scopo era molto diverso da quello odierno: si trattava infatti di uno strumento di correzione inteso a fare soffrire i prigionieri ed educarli attraverso lo sforzo e il sudore. Era composto da grandi ruote sulle quali i prigionieri camminavano, come se stessero salendo una scala. Non a casa se si traduce il nome “treadmill” (l’inglese per “tapis roulant”, che è anche il nome con cui è ancora noto nel mercato anglosassone) si ottiene qualcosa tipo “mulino azionato a passi”.

Alcune prigioni ne avevano installati in forma di batterie che contavano fino a 18 o 24 ruote, dei veri e propri mulini umani che avevano una duplice utilità: rieducare i carcerati e macinare il grano o pompare acqua. Almeno all’inizio perché poi fu usato come strumento di tortura, tanto che si diceva che l’unica cosa che si macinava era l’aria. A peggiorare la condizione c’erano anche delle paratie che separavano un carcerato dall’altro in modo da impedire alcuna forma di socializzazione. Neanche due chiacchiere per passare il tempo, insomma.

Sullo stesso argomento:
La fabbrica dei runner

Le condizioni delle prigioni in quegli anni erano così tremende che ai loro “ospiti” non era nemmeno dato il cibo, a cui dovevano provvedere le famiglie. Solo poi si decise di riservare un trattamento più civile a quelli che erano sì criminali, ma pur sempre esseri umani. Si arrivò anche a sospettare che i poveri si facessero arrestare apposta commettendo piccoli reati solo per avere vitto e alloggio garantito.

Uno strumento efficace?

Serviva davvero a rieducare attraverso lo sforzo? Non è dato saperlo mentre si sa che negli anni seguenti suscitò lo scandalo nell’opinione pubblica perché più di qualche carcerato sofferente di cuore morì durante “la rieducazione”. In un certo periodo ne moriva uno alla settimana. Non c’è da meravigliarsi del resto visto che le sessioni punitive duravano 10 ore di fila in estate e 7 in inverno.

Il treadmill che conosciamo oggi – e soprattutto con la destinazione che gli riconosciamo oggi – si riaffacciò alla storia nel 1913 quando venne brevettato presso l’Ufficio Brevetti americano una “macchina da allenamento” che assomigliava moltissimo nella forma agli attuali tapis roulant. Lo sfruttamento commerciale di questa invenzione avvenne poi solo nel 1960 quando l’ingegnere meccanico William Staub creò il primo treadmill moderno e lo chiamò PaceMaster 600.

È ancora una macchina da tortura? Ovviamente no e si è talmente evoluto da rendere normale e accettabile un’esperienza che è già faticosa di per sé e che rischierebbe di diventare insopportabile. E tu lo usi?

Sullo stesso argomento:
Basta camminare per restare in forma?

(Via Jstor)

CONDIVIDI
Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

3 COMMENTI

  1. Io ho 55 anni e lo uso tutti i giorni correndo da un minimo di 10 ad un massimo di 13 km al giorno, ne ho acquistato uno professionale e ci ho corso anche la maratona senza nessuna difficoltà ne fisica ne psicologica

  2. Personalmente non riesco proprio a correre sul tapis-roulant perché mi uccide psicologicamente; ho provato, anni fa, ad acquistare la versione per la bici (conosciuta dai ciclisti come “rulli”) ma anche questa non ha riscosso successo. Quindi, a chi riesce, chapeau; per quanto riguarda me, finché ne avrò facoltà, associo il correre e la bici come un modo per stare all’aria aperta. Goodrun

  3. Ale, 45. Lo uso proprio quando non ne posso fare a meno. Per me resta uno strumento di tortura. Piuttosto vado a correre con la pioggia. Ho provato con zwift, con la TV, la musica… Resta uno strumento di tortura. L’ellittica per esempio la patisco molto meno.

RISPONDI

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.