Non ce la puoi fare, rinuncia

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“Guardati allo specchio: ecco l’unico avversario che devi battere”.
Questa è una delle citazioni che si possono leggere su queste pagine ed è una cosa di cui siamo molto convinti. In un mondo che è già competitivo in ogni suo aspetto (personale, sociale, economico) la vera sfida è quella di migliorare se stessi ed è l’unica che dovremmo combattere ogni giorno.

Una cosa letta giorni fa mi ha fatto tornare in mente questo spirito. Si tratta di un racconto fatto da Mario Lodi. Ma chi era costui?

Mario Lodi non era un atleta, non vinse medaglie (o ne vinse di altro genere), non fece record del mondo. Era un maestro e pedagogista ed è noto per i molti libri che scrisse sull’educazione dei bambini, sulla creatività e per la sua attività a favore di un certo tipo di scuola.

Raccontò che un giorno si accorse che alcuni suoi alunni non volevano partecipare a nessun tipo di gara. Dicevano di sentirsi poco capaci e che quindi gli sembrava inutile competere, tanto avrebbero perso.
Il fatto che gli fosse stato inculcato l’unico valore della vittoria e della superiorità rispetto ai loro compagni aveva scoraggiato quelli meno preparati o propensi all’attività fisica (e ci sono, e sono pure la maggioranza della popolazione!).
Fu allora che Lodi si rese conto che bisognava radicalmente cambiare l’approccio della scuola e di quei ragazzi alle competizioni. Il loro avversario non sarebbe più stato il gruppo dei più dotati e forti della classe, tanto contro quelli avrebbero sempre perso (e sarebbe stata una gara stupida e inutile). Il vero avversario era un altro: erano loro stessi. Come raccontò lui stesso:

Nacque allora il principio secondo cui vinceva chi avesse aumentato il proprio record personale, anche se era inferiore al record massimo conseguito da altri ragazzi. Vinceva chi progrediva, non contava il valore assoluto ma il progresso fatto dall’individuo.
Quindi la vittoria era il superamento dei propri limiti.

La vera gara è con te stesso

Hai mai ripensato ai tuoi inizi? Ricordi la frustrazione ma anche l’esaltazione che ti procurava riuscire a fare cinque minuti in più di corsa alla seconda o terza uscita? Ricordi come più ti impegnavi, meno era la fatica per raggiungere il risultato che qualche giorno prima ti era costato tanto sforzo?
Ora chiediti: stai correndo o facendo sport per il gusto di farlo facendoti del bene o perché devi sfogare qualche frustrazione? A vedere cosa molte persone condividono sui social verrebbe da pensare che sia quest’ultimo il problema di cui molti soffrono. Voler dimostrare che in qualcosa si eccelle, che si è capaci di essere più forti e veloci… ma di chi alla fine? Come già detto, se volevi dimostrare qualcosa hai scelto il peggior sport possibile perché le tue possibilità di vincere sono praticamente inesistenti.

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Conosci il tuo tempo?

La bestia nera

Hai mai riflettuto come si chiama il tuo tempo migliore, il miglior risultato che hai ottenuto nella tua carriera di runner (fino a oggi, almeno?): si chiama “personal best”. Sembra però che molti lo considerino solo per la seconda parola che lo compone: “best”, il migliore. Si dimentica invece facilmente che la prima è “personal”. Il fatto che sia un risultato individuale è già nel suo nome. Non è una classifica assoluta, non è un trofeo di cui cullarsi se non con se stessi. È qualcosa di cui essere fieri ma che deve essere considerato, appunto, personale.
Hai dimostrato che hai saputo battere la migliore versione di te stesso. Non sei il più forte in senso assoluto, non hai vinto nessuna medaglia se non quella, simbolica, che ti metti al collo da solo. E non c’è proprio niente di male in questo. “Non conta il valore assoluto ma il progresso fatto dall’individuo”.
Guarda con rispetto chi è più forte di te, valuta con quanti sacrifici c’è riuscito. Se non riesci a eguagliarlo o superarlo non te ne curare: il tuo obiettivo è essere meglio di te stesso, non di tutti.

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

2 COMMENTI

  1. Bell’articolo Martino. Se posso aggiungerei anche personal seasonal Best… Cosi, per fare ancora meglio pace con se stessi, visto che gli anni passano e, tranne poche eccezioni, non si migliora sempre!

    • Hai ragionissima. Il PB può anche diventare un elemento molto nostalgico e straziante. Meglio metterlo in bacheca e scordarselo ;)
      Grazie Andrea!

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