Nel trail c’è tutto

La maratona è la metafora della vita e il trail è il suo romanzo

Se la maratona è una metafora della vita, il trail è il romanzo della vita. Una maratona ha un inizio e una fine e diversi prevedibili imprevisti in mezzo, mentre il trail può essere imprevedibile e basta, senza avere una fine ben precisa. Almeno nel tempo, s’intende. Sai dove parti e pressapoco dove arrivi, ma cosa succede in mezzo e quanto ci metterai a finirlo non lo sai mica.
Questo è il bello del trail, dicono.

Giorni fa ho fatto un trail. Niente di epico: il solito giro che faccio quando sono in montagna. Conoscevo il percorso e i tipi di superficie che avrei trovato. Conoscevo le distanze e il tempo che ci avrei dovuto impiegare.

All’avventura

Non sai mai quando stai per infilarti in un’avventura. E per avventura intendo qualcosa di imprevedibile. Fino a metà del percorso tutto era esattamente come me l’aspettavo: il terreno che conoscevo, i sassi che conoscevo, quella curva là e quella piacevole discesa pure. Quel tratto in piano che ti dà sollievo dopo aver salito un declivio davvero ripido. C’erano ogni tanto degli abeti caduti in mezzo al sentiero durante la tempesta di novembre scorso. Li superavo scavalcandoli o passandoci sotto e accarezzandoli. Più oltre il percorso era a tratti ghiacciato.
Ma l’avventura – dicevo – ti aspetta dietro una curva ed è fatta di imprevisti e risoluzioni, di strade alternative e di tracce che si perdono nel bosco.

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Arrivato al punto in cui solitamente torno indietro ho deciso di prendere un percorso alternativo. Sarei ridisceso in un paese poco distante dal punto di partenza e sapevo che i due erano collegati da una ciclo-pedonale in piano. Avrei aggiunto al percorso da trail un tranquillo finale in piano. Non con le scarpe più adatte ma pazienza, mi sarei divertito comunque.

Perdersi

Non avevo mai fatto quella strada e l’avventura inizia sempre su strade che non conosci. A un certo punto il largo sentiero in terra battuta si è ridotto fino a una stretta striscia di erba appena battuta da qualche escursionista passato di lì chissà quanto tempo fa. Dopo qualche centinaio di metri era scomparso del tutto. Il fianco della montagna e il suo fitto bosco erano sempre più ripidi e il percorso era completamente sparito. Sapevo di dover scendere verso valle, là giù dove filtrava la luce del sole. Sentivo un torrente molto più in basso e lo seguivo con le orecchie. Mi avrebbe portato nella giusta direzione? Di certo scendeva a valle, se la fisica non è un’opinione.
Del percorso indicato da quel cartello visto ormai diversi chilometri prima non c’era più traccia. Andavo a naso e a orecchio. E a vista. E ok, anche a Google Maps.

Sceso fino al greto del torrente ho intravisto poco oltre quello che sembrava il sentiero originario. Niente più che un po’ di radura più battuta del resto. Mi sono sentito sollevato perché ormai era fatta. Sentivo di aver intuito la strada giusta ed ero stato premiato. Il sentiero ritrovato curvava a destra poco dopo l’ennesimo abete abbattuto. Ormai il bosco stava diradandosi, e significava solo una cosa: ero prossimo ai prati alle spalle del centro abitato.
Non avevo valutato che il bosco poteva essersi invece diradato per un altro motivo: un’intera foresta abbattuta dalla furia della tempesta. Girata la curva il sentiero si perdeva di nuovo sotto un mare di abeti coricati su loro stessi, abbracciati e schiantati l’uno sull’altro. Era là sotto ma dove esattamente? Non lo si vedeva più.

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Proseguire o tornare indietro?

A questo punto potevo solo tornare indietro o tentare di proseguire verso valle. Era laggiù, vedevo le case, dovevo provarci. E, diciamocelo, di tornare in salita verso la deviazione non ne avevo nessuna voglia.
Meglio provare a scavalcare tronco dopo tronco, stando in equilibrio su alcuni e a cavalcioni su altri. Prendendo in faccia rami piegati e maledicendomi per essere stato troppo avventato nel percorrere una strada che non conoscevo, non avendo poi valutato che avrei potuto facilmente incontrare alberi abbattuti.
Ne avevo già visti altri lungo il percorso ma così tanti e così vicini fra di loro no, non l’avevo previsto.

Mentre valutavo la concreta possibilità di spezzarmi una gamba, alternavo pensieri più leggeri. Per esempio stavo sentendo un podcast del comico Marc Maron e mi pareva un baluardo di civiltà in mezzo alla natura in cui mi trovavo. O lo sentivo familiare e caldo, ecco. Poi pensavo che non salivo su tronchi di alberi da decenni, cioè da quando ero bambino. La sensazione che provavo era però la stessa di allora: ero divertito e felice, forse di più dal fatto di riuscire ancora a farlo.

Heidi

Poco alla volta il timore di dover chiamare il soccorso alpino e di farmi dare dell’idiota ha lasciato spazio al sollievo. Il sentiero era ormai perso e sepolto sotto quintali di legno ma chi se ne fregava: vedevo le case sempre più vicine i prati dove avrei corso finalmente come Heidi. Sì, volevo fortissimamente essere come Heidi su quei prati. C’ero quasi e ormai sicuro di me al di fuori del mare di abeti abbattuti zampettavo fiero verso l’erba. Poi un ultimo salto mi ha fatto atterrare sulle gambe che hanno ceduto. Non sono caduto ma avevo sottostimato quanto fossero provate dalla discesa e dalle acrobazie di prima. Improvvisamente ho sentito tutta l’età. Ho sorriso e mi sono ridato un tono approntando una corsetta sulla ciclabile finalmente conquistata.

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Per tutto il trail ho pensato che era proprio come un romanzo, anche se metaforico: a gioie e bellezza subentravano difficoltà e cambi d’umore. Un romanzo contiene il tempo in forma compressa e quella corsa nei boschi era la metafora di una storia più lunga: potevo vederci la mia vita o quella di chiunque.

Non si trattava però di assistere passivamente a quello che succedeva. Bisognava agire e prendere decisioni avendo una direzione e una meta precise. Un prato soleggiato, una promessa. Nella vita ci facciamo delle promesse e poi cerchiamo di farle diventare realtà. Abbiamo bisogno di una direzione, per sapere dove andare e chi diventeremo.

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

4 COMMENTI

  1. In questo articolo ho letto esattamente i miei pensieri durante un trail che ho fatto la settimana scorsa, condivido ogni singola parola!
    Il trail è un’avventura in cui il sentiero è solo un’indicazione, ma la strada devi tracciarla tu.
    Buone corse!

  2. È capitato una volta anche a me e come te non volevo tornare alla deviazione che conoscevo per pigrizia …
    Mi sono ritrovato a rientrare a casa dopo 3 ore e il tuo racconto mi ha fatto ripensare a tutte le emozioni che ho provato

    • Spero positive. Beh, alla fine è andato tutto bene, magari ti sei solo spaventato un po’ oppure è stato solo una bellissima e imprevista avventura :)

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