Le ciambelle di Lisbona

La Maratona è un po' come la vita, coi suoi saliscendi e qualche parte in cui si scivola. Ma poi si arriva sempre col sorriso al rettilineo finale.

Tempo di lettura: 6 minuti

Tornato da Los Angeles, a marzo 2017, annotai sul mio “elenco di gare che vorrei fare” la Maratona di Lisbona e quella di Venezia, e misi giù insieme a Charlene – la mia tabella di allenamento a cui ho dato anche un aspetto fisico ed una personalità – un programma che mi permettesse di stare sotto le tre ore e dieci. Per vari motivi però, in primis lavorativi, quella di Los Angeles restò la mia unica Maratona del 2017. Lisbona e Venezia, pertanto, vennero destinate a data futura (una o l’altra, visto che sono molto vicine).

Così quest’anno, ad Aprile al rientro da Amburgo , ho prenotato con largo anticipo voli ed hotel, mi sono iscritto alla gara e ho ripreso in mano la tabella da tre ore e dieci, anche perché non ero molto convinto del mio stato di forma. Insomma mi sono allenato, quasi sempre da solo ed alcune volte in compagnia di tanti amici conosciuti tramite il RunLovers Club (non ci credo che non sei iscritto, impossibile!), seguendo quasi alla lettera i dettami di Charlene e sono arrivato a stamattina piuttosto sereno, ed anzi a dir la verità anche in pochino ottimista di poter fare un tempo migliore del preventivato (tipo poco sotto le tre ore e cinque minuti o giù di lì).

Sono le cinque e cinquantotto del mattino del 20 ottobre 2019 e sono alla fermata dell’autobus che porta a Cais do Sodre, da dove si prende il treno per Cascais, la città da cui la Maratona di Lisbona parte. Il percorso è probabilmente il più bello che abbia avuto la fortuna di correre, per tutta la sua lunghezza costeggia l’Atlantico (immenso, di fronte – cit. Scusa Guccini, non ho resistito) e arriva poi in Praça do Comércio a Lisbona, sul fiume Tago.

C’è una bella folla e la temperatura è per il momento ideale per correre. Io ho un completo bicolor fatto su misura dalle sapienti mani della mia amica Maria Giovanna – che probabilmente quando ha aperto la sua Drapperia tutto pensava fuorché che un matto le chiedesse di creare una cosa del genere – con dei manicotti abbinati per proteggermi dal freddo e dal vento eventuali e sul pettorale porto il numero 1722. Nella notte è piovuto molto qui (questa cosa è importantissima) ma i primi dodici chilometri si corrono su un va e vieni a picco sull’oceano ed il vento che arriva da Nordovest ha asciugato la strada.

Sullo stesso argomento:
Chia mon amour

La partenza è prevista per le otto del mattino, riesco a malapena a sbrigare la classica necessità fisiologica del runner a cui la pipí scappa sempre poco prima della gara e mi inserisco nella mia griglia a nemmeno trenta secondi dallo sparo di inizio. Faccio in tempo soltanto a salutare al volo A. (santa donna che mi ha accompagnato in questa ennesima avventura) e si comincia. Parto con un po’ di cautela visto il riscaldamento pari a zero, ma ho in mente di progredire per raggiungere il pacer delle tre ore e tenerlo il più a lungo possibile. Non so se ho davvero ancora nelle gambe il tempo, ma è pur vero che ad Alghero a fine settembre ho fatto senza problemi da pacer per l’ora e trenta sulla mezza e quindi non ho motivo per non provarci. Lo spettacolo che abbiamo di lato è un continuo stupore. La costa rocciosa a picco fa arrivare rumori di onde e odore di sale marino. Mi sento un po’ a casa e nonostante ci sia un bel po’ di dislivello, in pochi chilometri mi porto a un centinaio di metri dal pacer delle tre ore. Al giro di boa incrocio Massimiliano e ci incitiamo a vicenda, è sempre bello incontrare qualcuno che si conosce in gara e farsi un po’ di tifo.

I chilometri stanno andando via veloci, rientriamo in città e in uno degli spazi in cui si affollano un po’ di spettatori c’è A. che mi aspetta passare e mi da una carica incredibile. Guardo nuovamente davanti a me e vedo che ora il pacer delle tre ore è a meno di cinquanta metri e provo ad accelerare un po’.

Sullo stesso argomento:
Parli della Maratona di New York, parli dell'essere RunLovers

Sono molto contento del mio passo e di come mi sento, e inizio a fare qualche calcolo sul possibile tempo finale. Il pacer delle tre ore è a una ventina di metri ora, e tagliando uno o due secondi per chilometro a breve dovrei raggiungerlo e forse anche superarlo. Siamo al quattordicesimo chilometro, facciamo un curvone in discesa verso destra che poi ci porta sulla litoranea a seguire l’oceano.

Questo tratto di strada è rimasto in ombra fino a pochi minuti fa, coperto dalle colline e dalle case ed è ancora bagnato dalla pioggia caduta nella notte, e le mie Feisu da asciutto non sembrano da subito gradire la cosa ed inizio a slittare sull’asfalto. In questo primo chilometro sul bagnato perdo una quindicina di secondi, provo ad accelerare un po’ ma non c’è nulla da fare, sto benissimo fisicamente ma il mio ritmo cala in maniera drastica. Rischio anche di scivolare in alcuni tratti e la cosa mi frustra un po’. Perdo venti secondi a chilometro ora. Accelero ancora. Vado a tagliare la mezza in un tempo che mi consentirebbe di chiudere comunque nelle 3h, ma i saliscendi continuano e l’asfalto bagnato pure, e in poche centinaia di metri il pacer è distante (non lo rivedrò più, neanche in lontananza) ed io perdo non solo secondi su secondi, ma anche e soprattutto energie, cercando di accelerare sull’asfalto bagnato e prestando attenzione per non cadere. Corro sul bagnato ancora per quattro o cinque chilometri, con un paio di ragazzi portoghesi che mi vedono in difficoltà e mi suggeriscono di salire sul marciapiede o di correre sulla linea verniciata laterale (paradossalmente con più grip dell’asfalto). Intorno al ventottesimo, dopo un sottopassaggio dalla spiaggia alla strada (l’ho già detto che quello di Lisbona è uno dei percorsi più belli – probabilmente il più bello in assoluto – su cui abbia corso quarantaduemilacentonovantacinque metri?) finalmente l’asfalto torna ad essere asciutto. Sto ancora fisicamente bene e provo ad accelerare un po’, ma la mia ripresa dura giusto un paio di chilometri, perché già poco dopo il ristoro del trentesimo inizio a sentire fastidio alle gambe. Ormai il sub3h è decisamente rimandato, però voglio comunque arrivare nel tempo che mi ero prefissato ad inizio preparazione, ho un bel margine di vantaggio e posso gestire con abbastanza tranquillità.

Sullo stesso argomento:
It's a long way, long way to New York

Charlene accanto a me non dice nulla ma si limita a fare con le mani il segno di “non forzare”, che è poi quanto la mia testa stava ripetendo da ormai un paio di chilometri, per cui sollevo un pollice e cerco di sistemarmi in una postura che non mi crei fastidio o troppa fatica. Che roba, correre una Maratona! La odio e la amo allo stesso tempo, forse perché mi ha insegnato che ci sono delle volte in cui, per quanto tu possa sforzarti e dare il massimo, comunque non riesci a raggiungere i tuoi obiettivi, perché se è vero che senza impegno non puoi ottenere nulla, è anche vero che si deve comunque considerare anche tutte le altre variabili di una gara così lunga, asfalto incluso. Un po’ come la vita e le sue sorprese, tu puoi programmare il futuro quanto vuoi, ma poi il futuro arriva e tu non sei mica pronto o non riesci a comportarti come pensavi. Alla fine, mi dico, non tutte le ciambelle escono col buco, e a pensarci bene, a Lisbona nemmeno le fanno le ciambelle – ma fanno i Pastéis de Nata che sono la rappresentazione dolciaria del paradiso.

Mi immergo in questi pensieri e arrivo al ponte del 25 Aprile, il giorno (pensa che caso) in cui i portoghesi festeggiano la liberazione dalla dittatura che sembra un po’ il Golden Gate di San Francisco è che è uno dei tanti simboli di questa città. Ne ho potuto vedere molti sul percorso: la celebre Torre di Belém, il Monumento alle scoperte, il Convento do Carmo. Ormai è quasi finita, manca davvero poco, ma sono molto molto stanco.

Sullo stesso argomento:
Ritorni di fiamma (Io, Charlene e la Maratona)

Sono qui, a meno di un chilometro di distanza dal traguardo e corro cercando di scordarmi del peso e della fatica fatta in questi ultimi chilometri e di godermi il tifo che arriva dalle persone sul lato della strada, guardo le mie braccia che dondolano, le scarpe di due colori diversi che toccano l’asfalto, il cielo blu di questa bellissima città che per qualche giorno è stata casa.

C’è un ragazzo biondo alla mia destra che si sporge per dare il cinque agli atleti. Cerco di avvicinarmi per prendermi questo incitamento che vale come l’oro, e da dietro di lui spunta A. che mi chiama e mi sta scattando delle foto. Riesco a batterle il cinque e a dirle qualcosa del tipo “è quasi fatta!” e continuo a correre. Charlene mi fa sì con la testa, si mette un po’ meglio con la schiena e migliora la postura, ed anche io cerco di migliorare il mio modo di correre.

Corro senza pensare più a nulla, verso il traguardo di Praça do Comércio che mi accoglie con un’ovazione di pubblico e mi fa stampare in faccia un sorriso a trentadue denti, corro come se il futuro non facesse più paura. Perchè è un po’ come il futuro quel traguardo, solo qualche ora fa sembrava così lontano, ed ora sto per attraversarlo. E molto più di quanto non mi sentissi alla partenza, sono pronto per farlo.

Un passo alla volta, al mio passo.

Grazie di tutto Charlene, ci vediamo presto.

 

[CONTINUA… ?]

CONDIVIDI
Pietro corre, sempre. Anche due volte al giorno. Si narra che, a causa di tutte le scarpe che ha consumato, i negozi specializzati gli stendano un tappeto rosso per favorire il suo ingresso tra squilli di trombe e urla di tripudio. Pietro è una persona meravigliosamente incoerente: prende la corsa con serietà ma ci scherza su; ama la Sardegna e gli manca la Norvegia. Pietro racconta in modo stupendo la corsa vissuta da uno che la pratica con amore viscerale, e questa è la cosa più importante.

2 COMMENTI

RISPONDI

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.