Lasciate che accada. A Fabio e al suo cuore.

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Federica Sartini
Runner e Specializzanda in Psicologia Clinica, Federica è Referente Territoriale, Consigliere Esterno per Giovani Psicologi Lombardia. Si occupa di disturbi alimentari ed è appassionata di motivazione.

Tempo di lettura: 4 minutiStamattina sono andata a correre. Mi sono svegliata alle 5.30, mi sono preparata e sono uscita. Ho le giornate piene di cose da fare e l’unico momento che posso dedicare allo sport coincide con l’alba; ok, non ho proprio detto tutta la verità, dato che tra la sveglia e il momento in cui ho messo le mie scarpe da running e me stessa fuori dalla porta è intercorso un certo spiacevole conflitto: quello generato dal dubbio su ciò che avrei infine, a dubbio risolto, fatto. In pratica, ho passato mezz’ora in giro a pensare che sarei anche potuta stare a casa, portare avanti quel lavoro in sospeso, leggere quel libro che mi serve per una ricerca, passare l’aspirapolvere, fare il cambio degli armadi… insomma, tutto, fuorché correre.

Bisogna ammetterlo, in certi periodi è davvero faticoso mantenere quest’impegno che abbiamo preso con noi stessi, verso cui in fondo non abbiamo nessun obbligo, che non è un dovere, eppure ci chiama a non tirarci indietro, come se ci fosse in gioco qualcosa di ben più importante che il miglioramento dei tempi o della resistenza. Così, mi sono data un bellissimo metaforico calcio e sono partita.

Inutile dirvi che è stata una corsa bellissima, come lo sono tutte quelle che accadono quando non vorremmo che accadessero. Sarà perché avevo aspettative basse e me la sono goduta senza guardare il Garmin, mi sono chiesta. Oppure perché ho dimostrato a me stessa che sono dotata di una certa tenacia? Sarà perché ho materializzato nei miei chilometri l’hashtag #nonmollaremai, che va tanto di moda? Macché, macché. Nessuna di queste spiegazioni mi convinceva davvero. Allora ho ripercorso con la mente alcuni momenti dell’ora di allenamento, i luoghi che ho visto, il nervoso per le macchine che passavano troppo veloci e troppo vicine, la siepe di gelsomini profumatissimi che mi ha ricordato che è finalmente arrivata l’estate. E improvvisamente ho pensato a lui, Fabio.

Facevo la prima liceo e mi ero appena trasferita a Gallarate; accanto a me abitava una famiglia con tre figli maschi, due gemelli e lui e mi pare di ricordare che fossero davvero vicini di età tra loro. Avevano qualche anno più di me e a volte ci fermavamo a parlare nella strada sotto casa, raccontandoci sciocchezze, cose normali o scambiando pensieri e, devo essere sincera, ne ero sempre felice, perché oltre ad essere tre fratelli davvero gentili, loro erano anche molto belli e io un’adolescente sognatrice! Per Fabio avevo una predilezione particolare, era biondo e sempre un po’ spettinato, o almeno io lo ricordo così e quando parlava mi incantava. Ricordo alcuni dettagli, come il taglio degli occhi, l’espressione che faceva quando sorrideva, mi piacerebbe tanto ricordare anche la sua voce. Fabio era sportivo e spesso lo vedevo partire per le sue corse, in un momento della mia vita in cui il running era un’entità soprannaturale totalmente sconosciuta per me.

Un giorno, tornata a casa dopo la scuola, in un trambusto di macchine che era inusuale, devo dire che la mia vita cambiò. Fabio non c’era più. Un problema cardiaco che aveva sin dalla nascita e che non si era mai palesato. Io passo spesso davanti a casa sua quando corro, anche se nessuno di loro ci abita più da tantissimi anni, passo e lo ricordo, penso a lui, a volte lo ringrazio e ringrazio la vita, perché mi chiedo quante corse avrebbe potuto fare e permetto alla mia coscienza di guardarmi tutta intera, senza fronzoli, senza trucco e senza parvenze, sudata e col respiro corto… e per un attimo eccomi lì, mi sembra di vedermi davvero, nell’incredibile istante in cui stringo tra le mani qualcosa che ha a che fare con le profondità di cui son fatta. Così, qualche ora dopo, tra le mura della mia casa, nell’intimità del mio spazio e con le gambe indolenzite dallo sforzo, ho riavvolto il nastro e ho capito, ho capito perché è stata una delle corse più belle. Non c’entrano la tenacia o la determinazione, le aspettative o la volontà. Davvero ci siamo ridotti a credere che tutto dipenda da questi banali nomi che abbiamo attribuito alle diverse funzioni del nostro pensiero?

Allora vi dico perché sono felice: perché sento la terra sotto ai piedi, perché corro anche per Fabio, perché nella materia di cui è fatto il mio corpo, muovendomi, sento il respiro e penso, son viva. Ecco cosa significa sentirsi vivi, a volte. Significa semplicemente esserlo. Viva nell’atto di vivere. Ho sentito tante storie di persone che corrono in memoria di qualcuno che non c’è più, corse dedicate, corse donate, ho sentito storie di persone a cui i medici avevano detto che non avrebbero più potuto correre o che non avrebbero mai potuto correre, eppure li vedi sgambettare, magari un po’ storti stortati dalla vita, ma ci sono e cosa li spinge mi viene il sospetto sia qualcosa di simile a ciò che, come oggi, a volte ho la fortuna di sentire, quell’istante in cui non siamo divisi in mille frammenti, quell’istante in cui un pensiero o un ricordo ci ricompone e ci da una prospettiva, persino un senso, che tutto ciò che accade è tenuto insieme da un filo sottile, ma indistruttibile.

L’augurio che faccio oggi a tutti noi non è di tenere duro, di non mollare, esercitare autostima tenacia resilienza muscoli e orgoglio… ma di ricordare. Ricordare le persone importanti, le svolte inaspettate, le volte in cui ci siamo sorpresi di noi stessi e abbiamo pensato che stava accadendo un miracolo. Che il miracolo forse è la vita stessa che accade e lasciamola accadere.

A Fabio Baroni e al suo running heart, che non è perso chissà dove, ma un po’ in me, che chissà non c’entri anche lui nel mio amore per la corsa e un po’ in tutti i maratoneti, batte forte e puro e ci mantiene in vita, proprio tenendoci per mano, ovunque lui sia.

“E per il resto lasciatevi accadere la vita.
Credetemi: la vita ha ragione in tutti i casi.
Non vi osservate troppo.
Non ricavate conclusioni troppo rapide da quello che vi accade;
lasciate che semplicemente vi accada.”
(Rainer Maria Rilke)

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4 COMMENTS

  1. Grazie! Riesci sempre ad accendermi qualcosa in me. Complimenti per come colori le emozioni.
    Anche io mi sono alzato presto, lottato con le lenzuola i sabotatori… Ma sono uscito e ho corso, mi sono ascoltato ed ho parlato con il mio miglio amico.
    Grazie

  2. Anch’io ti ringrazio per questo articolo, nel quale ho ritrovato tutte le mie emozioni. Anch’io mi alzo alle 5,15 ed esco all’alba per correre, lasciando fluire i pensieri che si srotolano in libertà. L’anno scorso è mancata precocemente una mia cara amica, e quando corro passo davanti alla struttura dove aveva trascorso i suoi ultimi giorni: con lei parlo, dialogo, e la sento vicina a me, e anche quando ho quelle giornate in cui tutto sembra inverso, grazie alla corsa e a questi momenti sento che tutto, malgrado le apparenze, tutto torna al suo posto.

  3. Grazie !!hai descritto mio cugino Fabio com era proprio, bello da togliere il fiato ma soprattutto bello dentro,come lo sono i suoi fratelli!!

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